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Un giorno, un topo di campagna accoglieva nella povera tana un topo di città, suo vecchio amico. Quello offriva all'amico un cece, una lunga spiga, un acino secco e dei pezzi di lardo. Alla fine il topo di città (diceva) all'amico: O amico, io ho una vita felice: infatti io non abito né nei boschi, né in campagna, non mangio cibo modesto, ma vivo in maniera lussuosa. Vieni con me, ti mostrerò la mia bella dimora. Il topo di campagna accettava l'accordo, faceva la strada insieme al proprio amico, e giungeva in città. Ormai la notte occupava la parte centrale del cielo, quando i due topi mettono le orme in un sontuoso palazzo, dove era stata preparata una cena opulenta. Il topo di campagna mangia felice ogni cosa. Ma, all'improvviso, i topi venivano spaventati da uno schiamazzo. Dei grossi cani latravano, e i topi correvano per tutta la stanza. A questo punto il campagnolo (dice): A me è gradito vivere in campagna. Il bosco e la tana mi proteggono dagli agguati. Ho poco cibo, ma sicuro.
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I Romani, dichiararono guerra a Giugurta, il re dei Numidi, poiché Giugurta aveva giustiziato Aderbale e Iempsale, figli di Micipsa e suoi cugini, re e alleati del popolo Romano. Il console Calpurnio Bestia concluse con il re dei Numidi una pace disonorevole, che il senato ricusò. Allora i Romani fecero ritornare a Roma Calpurnio Bestia, ed inviarono contro il re Spurio Albino; anche costui combatté contro i Numidi in maniera ignominiosa. In seguito misero a capo dell'esercito Romano Q. Cecilio Metello, che riportò i soldati alla disciplina dei Romani, sconfisse Giugurta in diverse battaglie, uccise o catturò i suoi elefanti, e accettò in resa molte città.
Cum servis tuis familiariter vivis: itaque aequo animo prudentiam tuam et disciplinam probas et argu
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Tu vivi in maniera socievole con i tuoi schiavi: e così, con animo sereno, dimostri la tua assennatezza e la cultura, e la rafforzi per mezzo delle prove. Infatti tu dici: Sono schiavi, ma anche amici. Anzi meglio compagni di schiavitù: infatti la sorte è imparziale, verso gli schiavi e verso i padroni. Io derido i padroni che giudicano una cosa riprovevole cenare insieme ai propri schiavi. Non solo il padrone appesantisce la gola con grande ingordigia, ma per giunta gli schiavi nel frattempo non mangiano, e neppure muovono le labbra, ma stanno zitti. Il bastone del padrone azzittisce i rumori forti. I padroni reprimono per mezzo delle frustate anche i rumori involontari, e gli starnuti degli schiavi.
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Spesso gli schiavi coltivavano i campi dei patrizi Romani, oppure aiutavano i padroni nelle varie attività domestiche. A volte gli schiavi erano maestri esperti e diligenti dei figli della famiglia. I padroni incivili talvolta punivano gli schiavi, anche se sbagliavano in maniera irrilevante, e spesso li percuotevano con le fruste. Tra i padroni, soprattutto il filosofo Anneo Seneca si comportava clementemente con gli schiavi, e rendeva liberi non pochi schiavi. I padroni Romani si procuravano gli schiavi per lo più nelle guerre, oppure li acquistavano nelle piazze a prezzo basso o alto.
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Euristeo domandò ad Ercole i frutti d'oro nel giardino delle Esperidi. Ercole, poiché non conosceva il giardino, chiese la strada a Proteo, un dio marino. Dopo che ebbe superato molti pericoli, l'audace eroe raggiunse i confini estremi del mondo, e arrivò ad Atlante. Atlante reggeva il cielo con le spalle. Ad Atlante Ercole chiese il luogo desiderato. Poiché una creatura portentosa sorvegliava costantemente i frutti del giardino, Ercole cercava inutilmente di raggiungere la pianta. Alla fine Atlante fu di aiuto ad Ercole e colse i pomi, mentre Ercole reggeva il cielo al posto del gigante. Poiché Atlante rifiutava di togliere il fardello ad Ercole, alla fine l'eroe si liberò con l'inganno. Dopo che ebbe cercato la salvezza con la fuga, fece ritorno in patria, e diede i frutti d'oro ad Euristeo.
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