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Dunque, sia in tempo di pace, sia in tempo di guerra, erano praticati i buoni costumi, c'era moltissima armonia, pochissima avidità; il diritto e il bene avevano importanza presso di loro, non per merito delle leggi più che per merito dell'indole. Gli antichi Romani praticavano le dispute, le lotte, le rivalità con i nemici, i cittadini gareggiavano in virtù con i cittadini. Nei sacrifici degli dèi erano sontuosi, in casa parsimoniosi, e leali verso gli amici. Con questi due atteggiamenti, con l'audacia in guerra, e con l'equità quando era arrivata la pace, si prendevano cura sia di se stessi, sia dello Stato.
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Mentre Porsenna, il re degli Etruschi, desiderava riportare i Tarquini in Roma, e, facendo un assalto, conquistava il Gianicolo, Orazio Coclite, chiamato così perché in un'altra battaglia aveva perduto un occhio, restò fermo davanti al Ponte Sublicio e, da solo, frenò l'esercito dei nemici, fino a che il ponte non venne tagliato alle sue spalle. Quindi cadde nel Tevere insieme al ponte stesso, e nuotando, senza paura ed armato (nel senso: "con addosso le armi"), arrivò fino ai suoi. Per via di questo gesto, gli venne assegnato tanto terreno pubblico, quanto ne coltivava con un aratro in un giorno. Inoltre nel Vulcanale venne collocata una statua di lui. Mentre, nel medesimo periodo, il re Porsenna assediava Roma, Muzio Cordo, un uomo straordinario quanto a tenacia, pieno di valore e privo di difetti, si recò al cospetto del Senato chiedendo di entrare nell'accampamento dei nemici, e promettendo l'assassinio del re. E così giunse nell'accampamento di Porsenna, e, al posto del re, uccise un funzionario. Dopo che era stato catturato e che era stato condotto presso il re, appoggiò la mano destra sui focolari sacri, e disse: Ho sbagliato; infatti io desideravo uccidere te. Ora la mia mano ha scontato la pena. Dopo che, per misericordia, il re aveva scansato la mano, Muzio stesso dichiarò: Altri trecento cospirano in maniera simile contro di te. Allora il re, spaventato da quella cosa, mise fine ala guerra.
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A costui (vale a dire: "all'imperatore Vespasiano"), fece seguito il figlio Tito, il quale venne chiamato anch'egli Vespasiano, un uomo straordinario per ogni genere di qualità. Tutti lo chiamavano "l'amore e la delizia del genere umano". Egli era facondo, prode e temperante. Sostenne cause forensi in lingua Latina, compose poemi e tragedie in lingua Greca. Egli in persona, durante l'assedio di Gerusalemme, trapassò dodici difensori per mezzo di dodici colpi di frecce. Costui, a Roma, costruì l'anfiteatro e, nella dedica di questo, uccise cinquemila bestie.
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Allora Penelope, la moglie di Ulisse, che non aveva ormai nessuna speranza riguardo al ritorno del marito, su comando di Minerva invitò i Proci a una competizione. Si avvicinò al tesoro, aprì le porte di bronzo, trasse fuori l'arco e le frecce di Ulisse. Ella, mentre con il volto afflitto teneva in mano l'arco di Ulisse, pronunciò questo discorso: O superbi Proci, ormai a lungo siete rimasti nella mia reggia, e avete dissipato i beni di Ulisse; ora propongo a voi una gara: chi tenderà l'arco di Ulisse, e farà passare la freccia per i fori di dodici scuri, quello sarà il marito di Penelope. I Proci impiegarono inutilmente le forze, nessuno di loro riuscì a tendere l'arco. Allora Ulisse, che sedeva non lontano, sotto il falso aspetto di mendicante, si alzò in piedi, prese l'arco con le forti mani, lo tese con poco sforzo, fece passare la freccia attraverso i fori delle scuri. Quindi abbandonò la lacera veste del mendicante, appoggiò di nuovo una freccia alla corda dell'arco, e trafisse Antinoo, il capo dei Proci. Così, di seguito, uccise tutti i rimanenti Proci.
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La gloria di Omero superava la gloria di tutti gli altri poeti: anticamente i libri di lui erano la causa della gioia dei fanciulli e delle fanciulle, degli uomini e delle donne, ed anche ora, presso tutte le regioni, sono rinomati e ben noti, non soltanto agli uomini eruditi, ma anche ai fanciulli. Tutti gli uomini danno (nel senso di: "riconoscono, attribuiscono") un grande valore anche ad Eschilo e a Pindaro, ed imparano le loro parole e le trattengono con la memoria. Un tempo, infatti, la fama di Pindaro, amico di molti uomini Siciliani, era illustre non soltanto nella Grecia, ma anche in Italia e in Sicilia, a Roma e a Siracusa. A nessun poeta la Sicilia era tanto gradita e (essa) conserverà sempre il ricordo di lui.
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