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Capilli cadentes ante senilem aetatem caput foedare consueverunt. Ordinamus itaque confectionis genus quo non solum cadentes contineri possint, sed etiam forte qui ceciderint reparentur. Accipies quam plurimas apes et in vase fictili clausas incende. Postea cum oleo conteres et capillos illines. Flavos capillos sic facies. Lupinos amaros in aqua per dies quindecim infundes et postea ex hac aqua caput assidue lavabis. Capillos si crispare delectet, asfodeli radices in vino teres et ex hoc illos frequenter illines.
I capelli che cadono prima dell età senile sono soliti deturpare il capo. Pertanto organiziamo il modo di metterli in ordine affinché non solo possano essere mantenuti uniti quelli cadenti, ma vengano recuperati anche (quelli) i forti che stanno per vadere. Prenderai numerosissime api e poi chiuse in un vaso d'argilla incendiale. Dopo triturerai con dell'olio d'oliva e coprirai i capelli. In questo modo renderai i capelli biondi. Immergerai per 15 giorni alcuni lupini amari in dell'acqua e dopo laverai la testa con quest'acqua assiduamente. Se i capellidovessero tentare di incresparsi strofinerai le radici dell'asfodero nel vino e immergerai quelle stesse frequentemente
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Nos nec subito coepimus philosophari nec mediocrem a primo tempore aetatis in eo studio operam curamque consumpsimus et, cum minime videbamur, tum maxime philosophabamur; quod et orationes declarant refertae philosophorum sententiis et doctissimorum hominum familiaritates, quibus semper domus nostra floruit, et principes illi Diodotus, Philo, Antiochus, Posidonius, a quibus instituti sumus. Et si omnia philosophiae praecepta referuntur ad vitam, arbitramur nos et publicis et privatis in rebus ea praestitisse, quae ratio et doctrina praescripserit. Sin autem quis requirit, quae causa nos inpulerit, ut haec tam sero litteris mandaremus, nihil est, quod expedire tam facile possimus. Nam cum otio langueremus et is esset rei publicae status, ut eam unius consilio atque cura gubernari necesse esset, primum ipsius rei publicae causa philosophiam nostris hominibus explicandam putavi magni existimans interesse ad decus et ad laudem civitatis res tam gravis tamque praeclaras Latinis etiam litteris contineri. Eoque me minus instituti mei paenitet, quod facile sentio, quam multorum non modo discendi, sed etiam scribendi studia commoverim
Noi né ci siamo dedicati tutt'a un tratto allo studio della filosofia né scarsi furono la cura e l'impegno da noi ad esso dedicati fin dalla prima adolescenza: se pochissimo tale attività si notava dall'esterno, cionondimeno essa era intensissima, come dimostrano le nostre orazioni tutte permeate di pensiero, le nostre amicizie con altissimi rappresentanti della cultura, che sempre frequentarono la nostra casa, l'istruzione ricevuta da quegli eminenti maestri che furono Diodoto, Filone, Antioco e Posiconio. E se e vero che tutti gli ammaestramenti della filosofia hanno un rapporto con la vita, ci sembra di aver sempre uniformato il nostro comportamento sia in pubblico sia in privato alle prescrizioni di una dottrina razionale. Che se poi mi si chiede per qual ragione mi sia risoluto così tardi ad affidare i frutti di queste mie meditazioni ad opere scritte, non v'è nulla di cui io possa più facilmente rendere conto. Stavo attraversando un periodo di forzata inattività e la situazione politica era tale da rendere inevitabile che una unica mente direttiva si curasse del governo dello Stato. Ritenni per tanto mio compito, in primo luogo per il bene stesso della Repubblica, farmi maestro di filosofia ai miei concittadini, nella profonda convinzione che, se temi di tanta importanza e profondità fossero entrati a far parte anche dei patrimonio delle lettere latine, molto onore e lustro ne sarebbe derivato alla comunità Tanto meno mi pento della mia decisione in quanto ben vedo in quanti ho acceso il desiderio non solo di apprendere, ma anche di scrivere.
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Quid vero hominum ratio non in caelum usque penetravit? Soli enim ex animantibus nos astrorum ortus, obitus cursusque cognovimus, ab hominum genere finitus est dies, mensis, annus, defectiones solis et lunae cognitae praedictaeque in omne posterum tempus, quae, quantae, quando futurae sint. Quae contuens animus accedit ad cognitionem deorum, e qua oritur pietas, cui coniuncta iustitia est reliquaeque virtutes, e quibus vita beata exsistit par et similis deorum, nulla alia re nisi immortalitate, quae nihil ad bene vivendum pertinet, cedens caelestibus. Quibus rebus eitis satis docuisse videor, hominis natura quanto omnis anteiret animantes. Ex quo debet intellegi nec figuram situmque membrorum nec ingenii mentisque vim talem effici potuisse fortuna.
E che dire della facoltà razionale dell'uomo? Non si è forse spinta sino al cielo? Soli fra gli esseri dotati di vita siamo riusciti a conoscere il corso degli astri, il loro sorgere ed il loro tramontare. Sono stati gli uomini a definire la durata del giorno, del mese, dell'anno ed a conoscere le eclissi dei sole e della luna riuscendo a predire per tutto il tempo avvenire il loro numero e la data esatta di ciascuna. Partendo dalla contemplazione di questi fenomeni l'animo dell'uomo finisce per accostarsi alla cognizione degli dèi fonte della pietà e, insieme, della giustizia e di tutte le altre virtù dalle quali deriva all'uomo una felicità pari e simile a quella degli dèi ed inferiore a quella per la sola mancanza del dono dell'immortalità: ma l'immortalità nulla ha a che fare con una vita virtuosa. Con questa mia esposizione mi sembra di aver sufficientemente chiarito la superiorità dell'umana natura rispetto agli altri animali sì che dovrebbe ormai risultare chiaro che né la struttura e la conformazione delle membra né la nativa facoltà del pensiero possono essersi costituite per puro caso.
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Quis potest esse tam aversus a vero, tam praeceps, tam mente captus, qui neget haec omnia, quae videmus, praecipueque hanc urbem deorum inmortalium nutu ac potestate administrari? Etenim, cum esset ita responsum, caedes, ineendia, interitum rei publieae eomparari, et ea per cives, quae tum propter magnitudinem scelerum non nullis incredibilia videbantur, ea non modo cogitata a nefariis civibus, verum etiam suscepta esse sensistis. Illud vero nonne ita praesens est, ut nutu Iovis optimi maximi factum esse videatur, ut, cum hodierno die mane per forum meo iussu et coniurati et eorum indices in aedem Concordiae ducerentur, eo ipso tempore signum statueretur? Quo collocato atque ad vos sena tumque converso omnia et senatus et vos, quae erant contra salutem omnium cogitata, inlustrata et patefacta vidistis. Quo etiam maiore sunt isti odio supplicioque digni, qui non solum vestris domiciliis atque tectis sed etiam deorum templis atque delubris sunt funestos ac nefarios ignes inferre conati. Quibus ego si me restitisse dicam, nimium mihi sumam et non sim ferendus; ille, ille Iuppiter restitit; ille Capitolium, ille haec templa, ille cunctam urbem, ille vos omnis salvos esse voluit
Chi dunque può essere tanto lontano dal vero, tanto sconsiderato, tanto insensato da negare che tutto ciò che cade sotto la nostra vista e in particolare Roma siano governati dalla volontà, dalla potenza degli dèi immortali? Quando, infatti, si prediceva che venivano preparate stragi, incendi, la fine della repubblica, e questo per iniziativa di cittadini, ad alcuni tali crimini apparivano troppo grandi per essere credibili. Ma ora avete appurato che tali delitti sono stati non solo ideati da cittadini esecrabili, ma addirittura messi in opera! E non è un segno così evidente, da sembrare un'espressione della volontà di Giove Ottimo Massimo, il fatto che questa mattina, mentre i congiurati e i loro accusatori venivano tradotti al tempio della Concordia per il Foro, come avevo ordinato, in quel momento veniva posta la statua? Non appena è stata collocata e rivolta verso di voi e il Senato, avete visto che tutti gli intrighi orditi contro il bene della collettività sono stati scoperti e messi in luce. Ecco perché meritano ancor più l'odio e la morte questi individui che non solo hanno cercato di appiccare fiamme empie e funeste alle vostre case, alle vostre abitazioni, ma anche ai templi, ai santuari degli dèi. Se dicessi di averli fermati io, sarei presuntuoso, atteggiamento imperdonabile. È stato Giove a fermarli, lui solo! Giove ha voluto salvare il Campidoglio, i templi, la città intera, voi tutti!
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Pauperes ferme vivunt tuti a quavis iniuria; divites saepe magnis periculis subiecti sunt. Brevis Phedri fabula quoque facile tale dictum affirmat. Duo muli per solam viam procedebant: alter aliqua canistra pecuniae ferebat, alter duo saccos hordei plenos. Ille, alto capite incedens, collo sonante tintinnabulum agitabat; hic quieto ac tranquillo gradu procedebat. Subito aliqui latrones erumpunt: mulum ob pecuniam superbum vulnerant et nummos auferunt; alterum autem praetermittunt et vile hordeum contemnunt. Ille tum suam fortunam deplorat, hic dicit: "Multi pauperes contemnunt: sed ego nihil amisi et nemo me verberavit".
Testo Italiano : I poveri vivono quasi sempre sicuri da qualsiasi ingiuria: i ricchi spesso sono soggetti a grandi pericoli. Anche una breve favola di Fedro conferma agevolmente tale affermazione. Due muli procedevano per una strada solitaria: uno portava alcuni canestri con monete, l’altro due sacchi pieni di orzo. Quello, incedendo a testa alta, agitava con il collo un sonoro campanello; questo avanzava con passo quieto e tranquillo. Improvvisamente sbucarono alcuni ladroni: feriscono il mulo, superbo per il denaro, e rubano le monete; trascurano invece l’altro e disprezzano il vile orzo. Quello allora deplora la sua sorte, questo dice: ”Molti biasimano i poveri; ma io non ho perduto niente e nessuno mi ha bastonato"