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Alessandro, in un giorno di festa, invita gli amici ad un convito. Dopo che, tra gli uomini ubriachi, venne fuori la menzione delle imprese compiute da Filippo, egli cominciò a mettersi al di sopra del padre, mentre la maggior parte dei convitati annuiva. E così, quando uno tra gli anziani, Clito, per fiducia nell'amicizia del re, difese il ricordo di Filippo, e ed elogiò le imprese di lui, Alessandro divampò a tal punto di collera che, sottratta un'arma ad una guardia del corpo, uccise Clito nel mezzo del banchetto. Ma dopo che, placato dall'uccisione, l'animo si calmò, la presa di coscienza subentrò al posto della collera, ed egli cominciò a pentirsi dell'accaduto. Rivoltosi al pentimento con quella medesima follia con la quale prima si era rivolto alla collera, desiderò morire. Dapprima si dette ai pianti, cominciò ad abbracciare il morto, ad accarezzare le ferite, e a confessare la follia; alla fine, rivolse verso di sé l'arma che aveva afferrato e avrebbe portato a termine l'atto, se gli amici non fossero intervenuti. Questa volontà di morire persisté anche nei giorni successivi. Al pentimento, infatti, si era aggiunto il ricordo della propria nutrice, sorella di Clito, per la cui assenza (scomparsa), egli si vergognava in maniera particolare: tanto orribile ricompensa le aveva restituito dei suoi nutrimenti (gli allattamenti). Per queste ragioni, egli mantenne il digiuno per un periodo di quattro giorni, fino a che, con le preghiere dell'intero esercito, venne supplicato di non dolersi per la morte di un solo uomo al punto da mandare in rovina tutti.
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Un cavallo beveva in una pozzanghera. Giunge però un cinghiale feroce, entra nella pozzanghera, e smuove l'acqua. Il cavallo permaloso è turbato dall'ira, e rimprovera il cinghiale con parole dure, ma invano: il cinghiale smuoveva in continuazione l'acqua con molta insolenza. Allora, il cavallo, adirato, chiede aiuto al padrone della fattoria più vicina; prende l'uomo sul dorso, e lo porta contro il suo avversario. Il cinghiale testardo viene ucciso dalle frecce dell'uomo, e viene appoggiato sul dorso del cavallo. Allora l'uomo dice: Sono felice per la mia buona sorte, poiché tu chiedevi il mio aiuto: ora ho uno straordinario bottino, e un servitore adatto alla mia fattoria. Dunque il cavallo viene legato con i freni e con le briglie. Allora il cavallo triste dice: Da sciocco, chiedevo una vendetta dannosa, poiché l'uomo non solo uccideva il cinghiale, ma ora è il padrone anche della mia vita. D'ora in poi non sarò libero, ma schiavo. Con la favola, Esopo ammonisce gli uomini iracondi: dall'ira smodata viene generata la follia, la quale è spesso causa di rovina.
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In questo stesso frangente, per caso, sopraggiungono i cavalieri Germani, e, senza sosta, con quella medesima carica con la quale erano arrivati, cercano di irrompere nell'accampamento dalla porta decumana, e non furono visti prima di essere vicini all'accampamento. Presi alla sprovvista, i nostri vengono sconvolti dalla cosa inattesa, e la coorte nella stazione di guardia sostiene a stento il primo assalto. I nemici, dalle restanti parti, si riversano tutt'attorno, nel tentativo di trovare qualche via d'accesso. I nostri difendono con difficoltà le porte; gli altri accessi li difende il luogo di per sé e la fortificazione. Si corre di qua e di là in tutto l'accampamento, e l'uno chiede all'altro la ragione del tumulto; e non badano a dove dirigano le insegne, né alla direzione in cui ciascuno accorra. Uno dichiara l'accampamento già conquistato, un altro asserisce che i barbari sono arrivati da vincitori, dopo aver sterminato l'esercito e il comandante. La maggior parte si raffigurano straordinarie maledizioni divine (provenienti) dal luogo. Mentre tutti sono terrorizzati da una simile paura, si rafforza nei barbari la convinzione che, come avevano sentito dal prigioniero, non ci sia una guarnigione all'interno (dell'accampamento). Si sforzano di fare irruzione, e si fanno coraggio a non lasciarsi sfuggire dalle mani una simile occasione.
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La Sicilia, grande e ricca isola dell'antica e bella Italia, è sacra agli dei e alle dee. Gli abitanti erigono statue sia a Proserpina, dea dell'agricoltura, sia a Vesta, protettrice della famiglia, e gli altari delle dee vengono spesso ornati con corone dalle fanciulle. La terra della Sicilia è fertile: infatti fiorisce una grande abbondanza di vigne e ulivi. Ma gli abitanti non sono soltanto contadini, ma anche marinai: infatti l'isola è circondata da ogni parte dalle acque. I marinai navigano con piccole imbarcazioni e con grande coraggio, e, grazie al commercio, accumulano cospicue ricchezze. Infatti l'abilità dei marinai della Sicilia è straordinaria: non temono né la minaccia delle tempeste, né gli agguati dei pirati. In Sicilia non ci sono solo colonie Greche, ma anche Fenicie, e spesso gli abitanti ingaggiano battaglie tra di loro.
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Tullio Cicerone saluta il suo Tirone. Noi ci siamo allontanati da te, come sai, il due Novembre, e siamo arrivati a Leucade il sei Novembre, e ad Azio il sette. Qui, a causa di una tempesta, abbiamo atteso nel giorno otto. Da qui, il nove, abbiamo navigato deliziosamente verso Corcira. Siamo stati a Corcira fino al diciassette Novembre, trattenuti dalle tempeste. Il diciotto, (entrati) nel porto di Corcira, siamo avanzati per centoventi miglia fino a Cassiope. Lì siamo stati trattenuti dai venti fino al ventitré. Nel frattempo, molti di quelli che sono smaniosamente partiti, hanno fatto naufragi. Noi siamo salpati quel giorno, dopo aver cenato; da lì, con l'austro debolissimo e il cielo sereno sia quella notte che il giorno successivo, siamo arrivati in Italia, e, con il medesimo vento, il giorno dopo, vale a dire il venticinque Novembre, siamo approdati a Brindisi.