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Essendo rimasto, per via di queste vicende, a lungo col dubbio se rimandare le cose che si era riproposto di affrontare di fronte al senato, alla fine, poiché Decimo Bruto lo esortava, intorno alla quinta ora uscì, e, insieme a tutti gli altri che teneva con la mano sinistra, mescolò un biglietto che denunciava l'attentato, datogli da un tale incontrato per via (obvio). Poi, dopo aver ucciso molte vittime, sebbene non riuscisse ad ottenere presagi favorevoli, entrò nella curia. Mentre si sedeva, i cospirati lo circondarono con la scusa del saluto doveroso, e immediatamente Tillio Cimbrico, che si era assunto i compiti iniziali, gli si accostò particolarmente vicino, come se fosse intenzionato a chiedergli qualcosa, quindi, mentre egli faceva cenno di no, e con il gesto rimandava ad un altro momento, gli afferrò la toga da entrambe le spalle. Alla fine, mentre egli gridava: "Questa è certamente violenza", uno dei due Casca lo colpisce da dietro, poco sotto la gola. Cesare, afferrato il braccio di Casca, lo trafisse con uno stilo, e, tentando di scappare fuori, fu frenato da un altro colpo. Non appena si accorse che, branditi i pugnali, veniva assalito da tutte le parti, con la toga si avvolse la testa, e, contemporaneamente, con la mano sinistra tirò l'orlo (della toga) fino al fondo delle gambe, per cadere in maniera più decorosa, con anche la parte inferiore del corpo coperta. E così, fu ucciso con ventitré pugnalate, avendo emesso un unico gemito, senza voce, in occasione del primo colpo.
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Pur essendo Attico molto ricco, nessuno fu meno sperperatore di lui. Ebbe una casa sul colle Quirinale, lasciatagli in eredità da uno zio, la bellezza della quale non risiedeva nell'edificio, ma nel bosco. In quella casa non c'era alcun lusso, ed egli non rinnovò nulla se non poche cose per via della vecchiezza. Ebbe una servitù poco numerosa, nella quale c'erano molti lettori e scribi, e nessuno, tra i suoi servi, era ignorante. Quanto a lui, fu elegante, (ma) non sfarzoso, splendido, (ma) non sontuoso. Alla sua tavola un servo leggeva sempre poesie, né si cenò mai, presso di lui, senza una qualche lettura, affinché i commensali fossero dilettati nello spirito non meno che nel ventre. Dopo che le sue ricchezze crebbero, egli non cambiò nulla in fatto di stile di vita quotidiano, nulla in fatto di abitudine di vita, e impiegò tanta moderazione da vivere con pari dignità in entrambe le sorti. Non ebbe giardini, nessuna sontuosa villa vicino Roma o al mare, né un podere di campagna in Italia. Da questo si può capire che egli era solito misurare l'utilità del denaro non in base alla quantità, ma in base al senno. Non diceva, né poteva tollerare, una menzogna. E, a tal punto la sua affabilità era non priva di severità, e la sua serietà non priva di disponibilità, che era difficile capire se i suoi amici lo rispettassero o lo amassero maggiormente.
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Tra gli Elvezi, Orgetorige fu di gran lunga il più importante ed il più ricco. Egli, sotto il consolato di M. Messalla e di M. Pisone, spinto dal desiderio di potere, mise in atto una congiura della nobiltà, e convinse la popolazione ad uscire dal proprio territorio con tutte le truppe. Infatti dichiarava che era semplicissimo che gli Elvezi conquistassero il controllo di tutta la Gallia, perché, in fatto di valore, essi erano superiori a tutti. Li convinse di ciò in maniera piuttosto facile per questo, perché gli Elvezi sono limitati su tutti i lati dalla conformazione geografica della regione: da un parte dal larghissimo fiume Reno, da una seconda parte dall'altissimo monte Iura, dalla terza (parte) dal lago Lemanno e dal Rodano. Per queste ragioni accadeva che potevano muoversi meno ampiamente, e che potevano muovere guerra ai confinanti con meno facilità; e per questo motivo, degli uomini desiderosi di combattere erano afflitti da grande dolore. Spinti da questi motivi e trascinati dal prestigio di Orgetorige, gli Elvezi decisero di procurare quelle cose che servissero per partire, di mettere insieme il numero più grande possibile di carri e di giumenti, di seminare, affinché la quantità di grano fosse sufficiente durante il viaggio, e di rafforzare la pace con le popolazioni più vicine. Per portare a compimento quelle cose viene scelto Orgetorige.
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Due muli avanzavano lentamente per una strada stretta, poiché erano appesantiti da grandi bagagli: uno dei due portava dei canestri con del denaro, l'altro aveva sacchi rigonfi di molto orzo. Il mulo ricco avanzava superbo, col collo dritto, ed ostentava l'importante tintinnio; il compagno, invece, veniva dietro tranquillamente e con calma. All'improvviso dei ladri, da un agguato, piombano sopra i muli, scagliano frecce, e con la spada feriscono il mulo che stava davanti; rubano subito i denari, ma trascurano il banale orzo. A quel punto l'uno dei due muli, un tempo superbo, ora ferito, non aveva più né il bagaglio, né la traccia di alcuna moneta; l'altro invece, modesto e pacifico, ora gioiva della propria sorte, poiché possedeva ancora i sacchi di orzo, né si vedeva sul corpo il segno di nessun'arma. Come insegna la favola, per gli uomini la modestia è sicura, invece le grandi ricchezze (sono) esposte al pericolo.
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Serse, re dei Persiani, poiché aveva concepito un odio implacabile per Datame, dopo che si accorse che quello non poteva essere abbattuto con la guerra, tentò di ucciderlo con degli attentati: che quello per lo più evitò. (Quello) poiché gli era stato riferito che attentavano alla sua vita alcuni che erano nella cerchia degli amici, volle verificare se gli fosse stato riferito il vero oppure il falso. E così, partì per quel viaggio nel quale i delatori avevano detto che si sarebbe verificata l'imboscata. Tuttavia, egli scelse un tale, estremamente simile a sé per corporatura e per statura, e gli dette la sua veste, e gli ordinò di andare in quella posizione nella quale egli stesso era solito (andare). Egli, invece, in abito ed equipaggiamento militare, marciava tra le guardie del corpo. Ebbene, gli attentatori, dopo che l'esercito fu giunto in quel luogo, ingannati dalla posizione e dal vestito, assalgono quello che credevano (essere) Datame. Datame, però, aveva preannunciato a quelli con cui marciava, di stare pronti a fare ciò che avessero visto fare a lui. Egli, quando si accorse che alcuni attentatori caricavano, scagliò frecce contro di loro. Poiché tutti fecero questa stessa cosa, la maggior parte dei nemici, prima di arrivare da quello che volevano aggredire, caddero trafitti. I rimanenti cercarono la salvezza con la fuga.