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Dopo la guerra di Taranto i Romani possedevano il dominio di tutta l'Italia, ma i Cartaginesi governavano quasi tutta l'isola di Sicilia. Davanti alle coste dell'Italia restavano ancora libere Siracusa, ricca e antica città Greca e Messina che da poco era occupata dai Mamertini, feroce popolo italico. Poiché i Siracusani assediavano Messina, i Mamertini chiedono aiuto ai Cartaginesi. Ma i Cartaginesi inviano una guarnigione a Messina e tentano di conquistare la città. Allora i Mamertini inviano gli ambasciatori a Roma e chiedono aiuto ai Romani. Per i Romani la decisione è difficile, poiché i Cartaginesi navigano con grande maestria, i Romani invece non possiedono neppure le imbarcazioni. Ma la Sicilia, grazie alla terra feconda e grazie alla ricchezza delle città, offre una grande abbondanza di bottino. Dunque i Romani intraprendono una nuova guerra fuori dalle coste dell'Italia.
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Socrate, poiché era il più saggio di tutti e aveva vissuto nella maniera più onesta, nel processo capitale, parlò in difesa di sé stesso, in modo che sembrasse che fosse non un supplice o un imputato ma un maestro dei giudici. Per giunta, dopo che l'eloquentissimo oratore Lisia, gli aveva portato un discorso scritto, affinché lo imparasse, in modo che lo pronunciasse nel processo in sua difesa, disse che era stato scritto bene, ma non se ne avvalse durante il processo. Dunque anche lui fu condannato, e non solo con i primi voti, con i quali i giudici decretavano soltanto se condannare o assolvere. Infatti ad Atene era costume che, qualora non fosse un delitto capitale, quando veniva emesso ila giudizio dai giudici, all'imputato veniva chiesto cosa ritenesse di aver meritato. Dopo che Socrate venne interrogato, rispose che egli aveva meritato di essere insignito di cariche molto importanti e ricompense e che gli fosse fornito un vitto quotidiano a spese dello stato nel Pritaneo, che presso i Greci è considerato un grandissimo onore. Alla risposta di costui i giudici si infiammarono tal punto che condannarono a morte un uomo del tutto innocente.
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Apollo è adorato per il suo oracolo Delfico: infatti il dio, per mezzo di Pizia, riferisce le volontà degli dei agli uomini e alle donne. Nei boschi vengono edificati altari o templi per Diana: la dea, infatti, caccia con frecce e lance spietate le bestie feroci e spesso procura la preda ai cacciatori, perciò spesso vengono sacrificati sugli altari cinghiali e cerve per la dea. Vesta, dea del focolare, è venerata dalle fanciulle e dalle matrone. Dalle fanciulle consacrate a Vesta viene sempre alimentato un fuoco. Mercurio è considerato non solo il protettore del commercio, ma anche degli stratagemmi. Infatti, con indole scaltra, protegge sempre gli affari, anche quando vengono conclusi con un raggiro. Nelle strade e nei quartieri di Roma si incontrano grandi templi e numerosi santuari. Ma ci sono molti altri dèi dei Romani che popolano i campi o le case. Termino protegge i confini dei campi, i Penati o i Lari custodiscono le dispense delle case. Inoltre spesso, anche le anime dei morti sono venerate dai Romani e vengono chiamate Mani.
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Dopo che i Galli Senoni sconfissero i soldati Romani presso il fiume Allia, si avvicinano alle mura di Roma. A Roma c'erano pochi soldati e non avrebbero potuto proteggere tutta la città. Perciò i senatori decisero di ritirarsi sulla cima del Campidoglio con le mogli e con i figli e da quel luogo, (era infatti un luogo fortificato ed alto, dove si trovavano molti templi degli dei) difendere gli dèi e gli uomini e la gloria Romana. Intanto i Galli si insinuano nella città, poiché non c'era nessuna guarnigione, entrano nel senato e massacrano molti senatori con brutali ferite e saccheggiano il denaro. Scese quindi la notte e i nemici salgono al campidoglio in armi. I Romani dormivano profondamente, ma all'improvviso le oche sacre di Giunone, svegliate dai conquistatori, generano un grande schiamazzo con i loro acuti starnazzi e scuotono dal sonno le sentinelle. Così l'assalto dei nemici è respinto dai Romani. I cittadini Romani sopra il Campidoglio in seguito costruirono le sacre dimore degli dei.
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Si combatteva a lungo e aspramente tra Veienti e Romani. Tra i nobili la stirpe Fabia era di esempio per i concittadini. Tra questi Q. Fabio, il quale era stato console due anni prima, che un feroce Tusco trafisse nel petto con la spada, mentre in qualità di capo irrompeva nella mischia dei Veienti. Rimossa la spada Fabio cade a terra a causa della ferita. L'esercito Romano si accorse della morte di quell'unico uomo e perdeva terreno, quando il console M. Fabio scavalcò il cadavere del fratello che giaceva (a terra), e dopo aver opposto lo scudo, disse: "Avete forse giurato questo, oh soldati, che sareste ritornati nell'accampamento con una fuga vergognosa? Temete di più i nemici estremamente codardi che Giove e Marte in nome dei quali avete giurato? Ma io o tornerò vincitore oppure cadrò lottando qui vicino a te, oh Q. Fabio". Allora Cesone Fabio, fratello di quello e console dell'anno precedente, disse al console M. Fabio: "Oh fratello, credi che con codeste parole tu otterrai che i soldati riprendano la battaglia? Lo otterranno gli déi in nome dei quali hanno giurato. E noi, come è degno del nome dei Fabi, sproniamo l'animo dei soldati, piuttosto con il valore che con le parole". Così, i due Fabi con le lance sguainate si precipitano in prima linea, e trascinarono con sé l'intero esercito.