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Augusto sviluppò Roma, non (sufficientemente) ornata rispetto alla grandezza dell'impero ed esposta ad inondazioni ed incendi, a tal punto che, giustamente, si vantò di lasciare di marmo quella (città) che aveva ricevuto di mattoni. Fece edificare innumerevoli opere pubbliche, tra le quali un foro con un tempio di Marte Vendicatore, un tempio di Apollo sul Palatino, un tempio di Giove Tonante sul Campidoglio. Il motivo della costruzione del foro fu la gran quantità di uomini e di processi; perciò in fretta, non ancora terminato il tempio di Marte, fu inaugurato il foro. Egli (Augusto) aveva consacrato il tempio di Marte dopo aver intrapreso la guerra contro Filippo per vendicare il padre; innalzò il tempio di Apollo in quella parte della sua casa sul Platino (lett. casa Palatina) che gli aruspici, dopo che era stata colpita da un fulmine, avevano dichiarato che era desiderata dal dio; aggiunse un portico con una biblioteca Latina e Greca. Consacrò un tempio a Giove Tonante poiché era stato liberato da un pericolo, dopo che un fulmine, nella spedizione Cantabrica durante il viaggio notturno, aveva sfiorato la sua lettiga e aveva ucciso un servo che faceva luce davanti.
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Dopo che ad Atene fu ristabilita l'indipendenza, la gioia di Alcibiade non fu duratura. Infatti, dopo che gli furono assegnate le migliori cariche e quasi tutto lo stato, in pace e in guerra, era stato consegnato sotto l'autorità di lui solo, con un'ingente flotta fu condotto in Asia, affinché riducesse Cime, città ricca, in potere di Atene. Ma poiché l'inefficace spedizione veniva prolungata, i suoi nemici persuasero gli Ateniesi che Alcibiade conducesse l'impresa negligentemente o astutamente. I più ormai ritenevano (strano) che lo straordinario comandante, fornito di eccellente valore e di estrema risoluzione, non avesse ancora portato a termine una guerra così mediocre. Pochi dichiaravano apertamente che egli era stato corrotto da re dei Persiani affinché non conquistasse Cime, molti, in realtà, ricordavano che già nella guerra del Peloponneso si era consegnato agli Spartani e aveva tradito la patria.
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Dopo che Teseo uccise il Minotauro, l'Ateniese Dedalo, uomo illustre per l'eccellente abilità, fu gettato con il figlio Icaro nel labirinto dal re Minosse, perché non aveva rifiutato l'aiuto ad un concittadino. Così, l'artefice della sua opera, dai muri, veniva tenuto lontano dalla patria e non tollerava più l'isola di Creta e il lungo esilio in alcun luogo: "Minosse governa le terre – disse – domina anche il profondo mare. Ma resta accessibile il libero cielo: oh figlio mio, fuggiremo dalla prigione attraverso il cielo". Disse e dedicò lo spirito a nuove abilità: posizionò in successione le piume, quindi lega le piume centrali con un filo, le esterne con la cera e forma un piccolo arco. Quindi avverte il figlio: "Passa velocemente in mezzo al cielo, oh Icaro, poiché le piume sotto possono essere appesantite dall'acqua del mare, sopra possono essere bruciate dal calore del sole. Sistemò le ali sulle spalle del fanciullo: le guance dell'anziano si bagnarono con le lacrime, le mani del padre tremarono. Infine diede dei baci al figlio e l'uno e l'altro volarono in alto con le piume. E già sul lato sinistro c'era l'isola di Samo, sacra a Giunone, sulla destra Lebinto. Ma improvvisamente il fanciullo lasciò indietro la guida e per il desiderio del cielo intraprese un percorso eccessivamente alto: il sole rapido allentò le attaccature delle piume, fatte di cera: le cere si sciolsero e il fanciullo precipitò in mare.
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Nella guerra contro gli Etruschi i Romani offrirono notevoli esempi di valore. Porsenna, re degli Etruschi, era venuto a Roma con un esercito ostile e, intenzionato a restaurare i Tarquinii nella città, ormai aveva conquistato il Gianicolo. I cittadini perciò, si trasferirono dalle campagne all'interno delle mura della città, per difendere se stessi e le loro cose contro i nemici: la città infatti difesa dalle mura e dal fiume Tevere sembrava loro abbastanza al sicuro. Ma gli Etruschi, su ordine di Porsenna, combattevano presso il ponte Sublicio e ormai erano sul punto di conquistare la città, quando Orazio Coclite, nobile cittadino Romano, offrì un grande esempio del suo valore. Egli infatti si piazzò davanti al ponte Sublicio, sostenendo da solo l'esercito dei nemici e sfidando con il suo coraggio i nemici. Girando minacciosamente gli occhi agguerriti sfidava i comandanti degli Etruschi e combatteva accanitamente. Alla fine, dopo che il ponte fu tagliato da dietro dai cittadini, i nemici furono respinti. Allora Coclite, armato, si gettò nel Tevere e nuotò incolume fino ai suoi nonostante le molte frecce dei nemici che piovevano dall'alto. La cittadinanza fu grata nei confronti di tanto valore: dal demanio pubblico donò a lui un piccolo podere. E nel foro fu anche posta una statua.
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Nella ricca villa della padrona ci sono molti bauli, pieni di bracciali. Nei bauli della matrona ci sono anche perle e spille d'oro e d'argento. Le ancelle diligenti ornano la chioma della padrona e applicano una bella corona. Una spilla preziosa chiude la tunica, sulla cintura ci sono delle gemme, ed esse brillano. Non solo per la matrona, ma anche per la figlia della matrona, le belle gemme sono causa di gioia. Il poeta, invece, celebra la bellezza della fanciulla, e non approva l'eccessivo sfarzo.