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Enea evita senza esitazione Scilla e Cariddi, mostri orribili e crudeli, e approda sull'isola di Sicilia. Perlustra l'isola e si ferma a Trapani, ma lì soffre per un grave dolore, poiché il padre Anchise muore. Poi, da Trapani, salpa alla volta del Lazio, ma le imbarcazioni vengono sconquassate da un'improvvisa tempesta e vengono sbattute contro gli scogli, sulle coste della Libia. I naufraghi attraccano alle coste dell'Africa, e vengono accolti con gentilezza da Didone, la regina dei Cartaginesi. L'eroe Troiano narra alla regina la caduta di Troia e molte altre cose riguardanti le sue peregrinazioni.
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Aracne, al contrario, rifiuta il consiglio e deride la vecchietta. Allora la dea rivela il suo aspetto divino e gareggia con la fanciulla. Sulle tele vengono rappresentate molte cose e sorprendenti: la dea narrava con l'ago le storie degli dei celesti, la fanciulla ricamava gli amori degli uomini e delle donne. Infine Aracne viene battuta e viene legata dalla dea con strette catene. Minerva trasforma Aracne in un ragno e le rivela con dure parole la punizione: "Desideravi tessere belle tele e le tue tele avevano una fama eccellente: adesso tesserai continuamente la tela e penderai dalla tela e, se un uomo o una donna spezzerà la tela, con la tua tela morirai".
C. Plinius Traiano imperatori. Interim, in iis qui ad me tamquam Christiani deferebantur hunc sum se
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C. Plinio all'imperatore Traiano. Nel frattempo, con quelli che mi venivano denunciati come cristiani, ho seguito questo metodo. Ho chiesto loro se fossero Cristiani. Quelli che confessavano, li ho interrogati una seconda volta, ed una terza volta, minacciando la pena di morte: quelli che perseveravano, ho ordinato che fossero mandati a morte. Non avevo dubbi, infatti, che qualunque cosa fosse quella che confessavano, la perseveranza e l'inflessibile ostinazione dovessero essere punite. Ce ne furono alcuni di follia simile, i quali, poiché erano cittadini Romani, ratificai che fossero da rimandare a Roma. Peraltro dichiaravano che questa era stata l'essenza sia della loro colpa, sia del (loro) errore: il fatto di essere soliti riunirsi in un giorno stabilito, prima dell'alba, e dire una preghiera a Cristo come se fosse un dio, e (dire) l'uno all'altro, per giuramento, di non macchiarsi di qualche delitto, di non commettere furti, né ruberìe, né adultèri, di non venir meno alla parola data, e di non rifiutare la restituzione di un prestito, quando richiesti. Portate a termine queste cose, avevano avuto l'abitudine di andar via, e di riunirsi di nuovo per mangiare del cibo, in ogni caso comune e innocuo. Ho creduto necessario chiedere a due ancelle, che venivano definite "servitrici", cosa ci fosse di vero, anche per mezzo di torture. Non ho trovato nient'altro che una superstizione degenere e smisurata. Perciò, dopo aver rimandato l'indagine, sono corso a consultarti.
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Cesare, avendo ricevuto una lettera dal portavoce di Cicerone, giunge a marce forzate nel territorio dei Nervi. Lì dai prigionieri viene a sapere che fino a quel momento si conduceva un assedio contro l'accampamento di Cicerone e che la situazione era in grande pericolo dopo che molti dei nostri erano stati uccisi e feriti. Allora persuade, con grandi compensi, uno tra i cavalieri Galli a recapitare una missiva a Cicerone. Invia questa (la missiva) scritta con caratteri greci affinché se fosse stata intercettata, non i suoi piani non sarebbero stati scoperti dai nemici. Qualora non possa avvicinarsi, suggerisce inoltre di scagliare una lancia, con la missiva legata alla cinghia, dentro le fortificazioni dell'accampamento. Nella missiva scrive che egli arriverà velocemente con le legioni e incoraggia a mantenere l'antico valore. Il (soldato) Gallo, segretamente, si ritira dall'accampamento, sfugge dalle mani dei nemici e raggiunge gli assediati: poiché vede le sentinelle nemiche radunate, a distanza dall'accampamento scaglia la lancia con la lettera. Questa, in realtà, si conficcò nella torre e non fu notata dai nostri per due giorni: finalmente il terzo giorno per caso viene vista da un soldato e viene recapitata a Cicerone.
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In tutte le battaglie e le spedizioni c'è tale condizione, e vale a dire, che ciò che giova a te, procuri danno all'avversario, e ciò che, al contrario, giova a quello, danneggi sempre te. Mai, dunque, dobbiamo fare oppure omettere (di fare) qualcosa secondo la volontà dell'avversario, ma (dobbiamo) compiere unicamente quello che giudichiamo utile per noi. Chiunque, qualora imiti ciò che il nemico fa per sé, comincia a lavorare a proprio sfavore; e inoltre, qualsiasi cosa avrà fatto ciascuno in proprio favore, sarà a danno dell'avversario, qualora quello avrà voluto imitarlo. È meglio sconfiggere il nemico con la fame, o con la sorpresa, o ancora con il terrore, che (sconfiggerlo) con lo scontro aperto, nel quale la sorte è solita avere un potere più grande del valore. E non esistono piani migliori di quelli che l'avversario abbia ignorato prima che tu li metta in pratica. Dopo uno scontro, è meglio mantenere ciascun soldato nella sua postazione, piuttosto che spargere troppo largamente le truppe. Difficilmente viene sconfitto colui che riesce a fare corrette valutazioni riguardo alle proprie truppe e a quelle dell'avversario.