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Mentre era imperatore Tiberio, l'intera Germania venne attraversata con le truppe, e vennero sconfitte popolazioni dai nomi pressoché sconosciuti. Non posso impedire a me stesso di mescolare, alla enorme grandezza delle imprese, questo episodio. Dopo che avevamo occupato con l'accampamento la riva occidentale del fiume Albi, mentre la riva orientale risplendeva della gioventù armata dei nemici, uno tra i barbari, piuttosto vecchio di età, ragguardevole di corporatura, eminente per posizione sociale, montò su uno scafo scavato da un tronco di legno, e, governando da solo questo genere di imbarcazione, avanzò fino al centro del fiume, quindi chiese che gli venisse permesso di sbarcare senza pericolo su quella riva che noi occupavamo con le truppe, e di vedere l'Imperatore. A colui che chiedeva venne concesso il permesso. A quel punto, una volta attraccata la zattera, e dopo aver a lungo osservato l'Imperatore in silenzio, disse: Senz'altro delira la nostra gioventù, la quale, sebbene veneri la vostra divinità quando non ci siete, ora che siete presenti teme le vostre armi, invece di rispettare la devozione. Ma io, per tua concessione, e grazie al tuo permesso, o Imperatore, io oggi ho visto quegli dèi che precedentemente sentivo, e non ho mai desiderato, né sperimentato, alcun giorno più felice della mia vita. Dopo che ebbe ottenuto di toccare la mano (di Tiberio), ritornato nella piccola imbarcazione, guardando indietro l'Imperatore senza mai smettere, approdò alla riva dei suoi.
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Dopo che Creso, ricchissimo re della Lidia, aveva interrogato l'oracolo di Apollo, venne a sapere che il secondo dei due figli, di nome Ati, il più prestante per vivacità d'ingegno e per qualità del fisico, destinato alla successione dell'impero, sarebbe morto di spada, con una morte estremamente dolorosa. Pertanto, affinché fosse scongiurato il disastro annunciato, non smise mai di badare (a lui): poiché era solito che il giovane fosse inviato nelle guerre, Creso lo trattenne a casa, e poiché aveva un vastissimo arsenale, fornito con una gran quantità di armi di ogni genere, ordinò che pure questo fosse rimosso. Chiunque era addetto al palazzo, cinto di spada, ricevette il divieto di avvicinarsi. Tuttavia la necessità aprì la via al lutto: infatti, poiché un ferocissimo cinghiale, di straordinaria grandezza, distruggeva i campi coltivati del monte Olimpo, e poiché, a causa della rovina dei contadini e contro il singolare male, era stato implorato l'aiuto del re, il figlio ottenne piuttosto facilmente dal padre di essere mandato contro il la creatura mostruosa, poiché la severità (del padre) era riposta non nella paura dei denti, ma della spada. Ma il destino si rivelò più testardo dell'attenzione del padre: perché mentre tutti incalzavano il cinghiale con feroce fervore e scagliavano frecce contro la bestia, il più fedele tra i compagni, al quale dallo stesso Creso era stata affidata la tutela del figlio, per sbaglio deviò la lancia contro Ati.
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Roma era assediata da Porsenna, re degli Etruschi e ormai era pressoché conquistata. In quel momento il giovane C. Muzio reputa il popolo Romano indegno per la sottomissione, poiché non è stato mai vinto in battaglia e non è stato assediato da nessun nemico. Quindi Muzio decise, di sua iniziativa, di insinuarsi nell'accampamento dei nemici. Così nuotò al di là del Tevere e giunse nell'accampamento dei nemici. Di nascosto si fermò in una fitta folla vicino alla tribuna del re. Lì vide insieme al re uno scrivano: infatti veniva consegnata la paga ai soldati. Ma Muzio non distinse il re dallo scrivano: così, audacemente, uccise lo scrivano al posto del re. Immediatamente l'uomo Romano fu gettato in prigione e condotto davanti alla tribuna del re. Allora Muzio a gran voce, con parole piene di coraggio annunciò: "Sono un cittadino Romano – disse – ho tentato un'azione degna di un uomo Romano, ma ho sbagliato". Quindi con grande coraggio infilò nel fuoco la mano destra. Il re fu molto scosso dalle parole e dalle azioni di Muzio e disse: "Ora, per il diritto di guerra, ti lascio andare libero e illeso verso la tua città". In seguito al coraggioso giovane fu assegnato il soprannome di Scevola (il mancino) dalla perdita della mano destra.
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Presso il popolo dei Romani vengono adorati molti dei: i Romani infatti immolano spesso vittime sugli altari degli dei, dedicano templi agli dei e alle dee, ordinano degli spettacoli sacri. Viene venerato Saturno, dio della terra e dei campi. Rea invece è la madre della terra e degli dei. I Romani attribuiscono il dominio delle acque a Nettuno, figlio di Saturno e Rea: quindi i templi di Nettuno vengono costruiti presso le spiagge in luoghi ameni. Eolo, re dei venti, viene spesso invocato dai marinai. Anche Giove e Giunone sono figlio e figlia di Saturno: Giove, signore dei cieli, governa il regno degli dei, Giunone e ritenuta la regina delle dee. Minerva, protettrice di Atene, è onorata anche dai Romani con vittime e sacrifici, non solo per la sua saggezza, ma anche per l'abilità di guerra: infatti Minerva protegge l'esercito e le truppe e procura un felice esito delle battaglie.
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Chi viene elogiato con parole ingannatrici e gioisce, presto sconta la pena con un doloroso pentimento. Un corvo sottrae un pezzo di formaggio da una finestra, e si siede su un alto faggio col bottino. Una piccola volpe vede il corvo, e lo elogia così: Quanto sono belle le tue penne, che bell'aspetto! La tua voce è senz'altro chiara e limpida! Il corvo sciocco desidera mostrare la sua voce: perciò apre il becco, e lascia andare il formaggio. La piccola volpe ingannatrice ruba immediatamente il bottino e, avida, lo divora. Allora, alla fine, lo stupido corvo si duole.