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Ercole, poiché aveva chiesto in matrimonio Iole, figlia di Eurito e poiché egli lo aveva respinto, conquistò Ecalia. Allo scopo di essere chiesto in matrimonio dalla giovane, incominciò ad uccidere davanti a lei i suoi genitori, ma quella, di temperamento caparbio, sopportò che i genitori venissero uccisi davanti a sé. Dopo che aveva ucciso tutti, mandò Iole come ancella dalla moglie Deianira. Deianira, quando vide che le veniva condotta come prigioniera la giovane Iole di eccezionale bellezza, ebbe paura che la privasse del marito. Poichè Nesso, morendo, un tempo l'aveva consigliata di raccogliere il suo sangue come filtro d'amore, Deianira ordinò al servo Lica di portare ad Ercole una veste tinta con il sangue del centauro: infatti sperava che con quel filtro avrebbe recuperato l'amore dell'uomo. Dopo che aveva già congedato il servo dall'urna, che conteneva il sangue del centauro, cadde casualmente a terra una piccola goccia; non appena fu raggiunta dai raggi del sole, immediatamente incominciò ad ardere. Allora Deianira comprese il mortale inganno del centauro, e inviò il figlio a richiamare colui al quale aveva affidato la veste.
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Nell'isola di Creta c'era uno straordinario labirinto, nel quale era rinchiuso il Minotauro, un mostro con la testa di un bue e il corpo umano. Ogni anno ad Atene rispettavano una orrenda promessa: infatti venivano mandati a Creta sette giovani e altrettante belle vergini e venivano divorati dal crudele Minotauro. Allora Teseo, figlio del re dell'Egeo, decide di liberare la sua città dall'esecrabile tributo. Dunque naviga verso le coste di Creta con pochi ma fedeli compagni. Sull'isola, Arianna, figlia del re, poiché si innamora di Teseo, mostra al giovane l'uscita del labirinto e gli consegna un gomitolo di lana rossa. Teseo entra nel labirinto, in breve tempo uccide il Minotauro e, riavvolgendo il filo, ritorna salvo dal labirinto. Così ad Atene vengono liberati dal tributo e Teseo sposa Arianna.
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Con una duplice battaglia portò a termine anche la guerra di Filippi. E non pose freno a ciò che seguì alla vittoria: dicono che, ad uno che implorava supplichevolmente la sepoltura, egli rispose che ormai codesta sarebbe stata una facoltà degli uccelli; (dicono) che ordinò ad altri, un padre e un figlio, supplicanti per la vita, di tirare a sorte o giocare a morra, per concedere la grazia all'uno o all'altro, e che poi li osservò morire entrambi, poiché, una volta ucciso il padre, dato che si era offerto, il figlio a sua volta si diede la morte volontariamente. Dopo molti anni, essendo stata riferita la disfatta di Vario, ordinò le sentinelle per la città, affinché non si verificasse qualche tumulto, e prorogò l'incarico alle guarnigioni delle province, affinché gli alleati fossero tenuti a freno da uomini esperti e abituati. Infine, lo raccontano a tal punto sconvolto che, dopo essersi lasciato crescere per molti mesi la barba e i capelli, batteva di tanto in tanto la testa contro la porta ripetendo: "O Quintilio Varo, restituisci le legioni!". In ambito di disciplina militare trasformò molte cose, ne istituì molte altre, e parecchie le riportò all'usanza antica. Amministrò in maniera estremamente severa la disciplina. Nemmeno ai luogotenenti, se non malvolentieri, e soltanto nei mesi invernali, permise di incontrare la propria moglie. Razionò l'orzo alle coorti nel caso in cui qualcuna avesse indietreggiato.
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Ho ricevuto tre lettere da Aristocrito, che io per poco non ho cancellato con le lacrime. Ah! Povero me! Sono distrutto dal dolore, o mia Terenzia, e mi dolgo intensamente della tua vicenda. E le mie sventure non mi rattristano più delle tue e delle vostre. Io però, sono più sventurato di te, che sei sventuratissima, per questo fatto, perché persino la sciagura è comune ad entrambi noi, ma la colpa è esclusiva mia. Per la qual cosa, non solo sono distrutto dal dolore, ma anche dalla vergogna. Mi vergono, infatti, di non aver prestato aiuto alla mia ottima moglie e ai dolcissimi figli. Infatti, la vostra triste condizione si trova di fronte ai miei occhi giorno e notte, e mi rammarico fortemente della tua malattia. Invece, la speranza di salvezza si mostra estremamente flebile. Ma a me non sfugge che i nemici sono molti e che quasi tutti sono detrattori. Ma tuttavia, per tutto il tempo che voi avrete una qualche speranza, non mancherò d'animo, affinché non sembri che tutte le cose siano finite per colpa mia. Ti prego di inviarmi lettere più spesso possibile. Fa' in modo di stare bene, o mia Terenzia, e convinciti che per me non c'è, né c'è mai stato, nulla di più caro di te. Sta' bene.
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Una mosca siede sul dorso di una mula, e rimprovera la mula: Sei lenta, se non avanzi più velocemente pungo il tuo dorso! Risponde la mula: Non sono agitata dalle tue ingiurie, ma temo il contadino, che siede sulla sella e rende la sua mula veloce o lenta per mezzo della frusta. Dunque giudico eccessiva la tua insolenza. Con la favola viene deriso chi, con grande superbia, esercita minacce futili.