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I nemici, non appena avvistarono la cavalleria di Cesare, fatto l'assalto, scompigliaronorapidamentei nostri. Di nuovo, mentre i nostri resistevano, essi, secondo la loro abitudine, essi smontarono a piedi e dopo aver trafitto i cavalli e disarcionato i nostri, vennero alle mani. Molti dei nostri, con passo affrettato, volsero le spalle e si dettero alla fuga. E non smisero di fuggire prima di essere arrivati al cospetto del nostro esercito. In quella battaglia furono uccisi molti dei nostri cavalieri e tra questi Pisone Aquitano, uomo valoroso, un antenato del quale aveva occupato il trono nella sua popolazione ed era stato riconosciuto come amico dal Senato Romano. Costui offrì aiuto al fratello accerchiato dai nemici e lo strappò al pericolo, ma egli stesso una volta ferito il cavallo, disarcionato e circondato dai nemici, dopo aver ricevuto molti colpi, morì. Ma suo fratello non appena si accorse della situazione di quello, dopo aver incitato il cavallo con grande forza, fece un assalto contro i nemici e fu abbattuto combattendo accanitamente.
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Il re Tarquinio, poiché desiderava blandire gli animi dei cittadini Romani con un bottino e con delle ricchezze, dichiarò guerra ad Ardea, la ricca città dei Rutuli. Poiché la città era stretta in un lungo assedio, i giovani nobili consumavano il tempo libero nei banchetti e nella baldoria. Un giorno, cenavano tutti presso Sesto Tarquinio, e capitò, per caso, un cenno sulle mogli: ciascuno cominciò ad elogiare in modi mirabili la sua; alla fine Tarquinio Collatino disse: In poche ore conosceremo senz'altro la virtù della mia Lucrezia. Montate a cavallo, o amici, e correte con me a Roma: la virtù delle mogli sarà messa alla prova con l'inatteso arrivo dei mariti. I giovani giunsero a Roma sul far della sera, e subito si diressero verso Collazia. Lì trovarono le donne in banchetto con i coetanei, eccetto Lucrezia, moglie di Collatino, la quale, a notte tarda, tesseva la lana al centro della casa, tra le ancelle. La lode della gara delle donne spettò a Lucrezia, e il marito vincitore invitò amichevolmente a cena tutti gli altri giovani.
Erant in quadam civitate rex et regina. Hi tres numero filias forma conspicuas habuere sed maiores q
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In una certa città c'erano un re ed una regina. Costoro ebbero figlie in numero di tre e notevoli quanto a bellezza, ma le maggiori, sebbene di piacevolissimo spetto, erano considerate tuttavia idonee a poter essere celebrate con elogi umani, però la bellezza così speciale e così straordinaria della fanciulla più giovane non poteva essere descritta e tantomeno poteva essere elogiata sufficientemente, a causa dell'inadeguatezza della lingua umana. E così, molti dei cittadini, e i numerosi forestieri che la fama dello straordinario spettacolo radunava in desideroso affollamento, storditi per l'ammirazione dell'inarrivabile bellezza, veneravano la fanciulla con devote adorazioni come fosse in tutto e per tutto la dea Venere in persona. Così la reputazione si diffonde enormemente di giorno in giorno, così l'estesa fama percorre le isole più vicine, e un po' di terra, e numerose province. Ormai molti tra gli uomini si riversavano, con lunghi viaggi e con spostamenti per mari profondissimi, per la gloriosa meraviglia dell'epoca. Nessuno navigava verso Pafo, nessuno verso Cnido, e neppure nella stessa Cerigo, per la visione della dea Venere. I sacrifici vengono rimandati, i templi vengono sfigurati, i santuari vengono umiliati, le cerimonie vengono trascurate; le statue (sono) prive di corone, e gli altari vedovi, macchiati da cenere fredda.
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Ritengo che tu non hai mai letto una mia lettera se non scritta di mia mano. Da ciò potrai comprendere da quanto lavoro io venga tenuto occupato: infatti, dal momento che non ho affatto tempo libero, e dal momento che, allo scopo di curare la voce, ho necessità di camminare, ho dettato queste cose camminando. Per prima cosa, dunque, io voglio che tu sappia che Pompeo si pente fortemente della sua condizione, e che desidera essere restaurato in quella posizione dalla quale è decaduto, e di tanto in tanto chiede a me una soluzione, che io non riesco a trovare. Quanto a me, partecipo alle assemblee pubbliche, e mi sono dedicato con tutto me stesso all'attività forense. Ma Clodio mi minaccia paure non piccole. Per questa ragione, se mi vuoi bene tanto quanto certamente me ne vuoi, corri qui. Non si può credere quanto io faccia affidamento sui tuoi consigli e sulla tua assennatezza, sul tuo affetto e sulla tua lealtà. Dunque a me interessa moltissimo che tu sia a Roma il prima possibile. Fa' in modo di star bene.
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Ad Atene c'era una villa spaziosa e ampia, ma screditata ed insalubre. Da là, attraverso il silenzio della notte, risuonava uno stridore di ferro e di catene. Poi appariva uno spettro: un vecchio sudicio, dalla barba disordinata, e dalla chioma spaventosa; con le gambe scuoteva le catene. Gli inquilini restavano svegli tutte le notti, tristi e sinistre. Dopo la veglia, inoltre, molti incappavano in una grave malattia e venivano colpiti dalla morte. Quindi il padrone cercava di vendere o di affittare la villa screditata. Il filosofo Atenodoro giunse ad Atene, lesse l'annuncio, sentì il prezzo e comprò la villa. Quando fu sera, congedò tutti i suoi schiavi, e si dedicò alla scrittura nella sala da pranzo. Apparve l'orribile figura e con il dito fece cenno ad Atenodoro, il quale non mostrava nessun segno di timore, e lo chiamò dalla sala da pranzo. Il filosofo seguì l'ombra ma, dopo che svoltò nell'aia della villa, lo spettro scomparve. Atenodoro pose in quel punto un segno di erbe e foglie, il giorno dopo scavò il luogo e trovò ossa gravate da catene. Le ossa furono raccolte e sepolte pubblicamente. Poi l'orribile figura non fu più vista.