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Così grande era il terrore arrecato a Roma a causa della strage presso l'Algido, che i senatori pensavano che nella città si dovessero tenere delle sentinelle, e che ordinarono che, tutti quelli che per età fossero in grado di imbracciare le armi, custodissero le mura e formassero delle stazioni di guardia in difesa delle porte, che l'accampamento fosse trasferito da Fidene nel territorio Sabino, e che, con un'iniziativa spontanea di guerra, i nemici venissero dissuasi dalla decisione di attaccare Roma. I decemviri, nel frattempo, mandano a fare esplorazioni, allo scopo di prendere un luogo per l'accampamento, L. Siccio, il quale, per via dell'ostilità nei confronti dei decemviri, con discorsi segreti diffondeva tra i soldati le proposte di eleggere dei tribuni e di una ribellione. Ai soldati che avevano mandato come compagni nella sua spedizione, viene invece affidato il compito di ucciderlo dopo averlo aggredito in un luogo adatto. Non lo uccisero senza che si vendicasse: infatti, intorno a lui che faceva resistenza, caddero alcuni degli attentatori, mentre quello, fortissimo, e di un coraggio pari alle forze, pur circondato, si difendeva. Dopo che una coorte fu partita, col permesso dei decemviri, per seppellire coloro che erano caduti, e dopo che i soldati ebbero visto Siccio che giaceva armato nel mezzo, e tutti i cadaveri rivolti verso di lui, e dei nemici né alcun cadavere, né le orme di quelli che se ne andavano, riportarono il corpo, raccontando che, senz'altro, era stato ucciso dai loro.
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Dopo che, Terracina, nei (territori) Volsci, poiché in una giornata festiva la sorveglianza era stata trascurata, fu recuperata in breve tempo, l'anno fu straordinario per l'inverno gelido e nevoso, a tal punto che le strade furono chiuse e il Tevere innavigabile. Sia per le intemperie del cielo, essendosi compiuto rapidamente un cambiamento in senso opposto, sia per qualche altro motivo, una estate pesante e rovinosa per tutti gli animali, sostituì il doloroso inverno. Dal momento che non si trovava né la causa, né la spiegazione di quel flagello irreparabile, per decreto del Senato furono consultati i libri Sibillini. I duumviri preposti alle cerimonie sacre, fatto allora per la prima volta nella città Romana un lettisternio, per otto giorni cercarono di placare Apollo, Latona e Diana, Ercole, Mercurio e Nettuno dopo aver imbandito i letti per tre giorni. Questo (rito) sacro fu celebrato anche privatamente. Con le porte spalancate in tutta la città e offrendo all'aperto il consumo comune di tutte le cibarie, narrano che ovunque forestieri, conosciuti e sconosciuti, venivano ospitati e si discorreva socievolmente e affettuosamente anche con i rivali. Furono rimosse in quei giorni anche le catene ai prigionieri, e in seguito non si giudicò opportuno incatenare di nuovo coloro ai quali gli déi stessi avevano concesso la libertà.
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A Roma sono conosciute e sono venerate molte dee. Giunone è la regina delle dee e moglie di Giove. Diana è la dea dei boschi e la regina delle ninfe. Nei boschi le frecce di Diana uccidono le bestie; Diana è chiamata anche Trivia, poiché è la protettrice delle vie. Le matrone e le fanciulle venerano con grande diligenza Vesta che è anche a protettrice della famiglia. I poeti venerano Minerva, dea della saggezza, e ornano le statue di Minerva con elmo e lancia: infatti non solo è la dea della saggezza, ma anche delle guerre. L'ulivo e la civetta sono sacri a Minerva. Sugli altari delle dee gli abitanti di Roma immolano agnelli e caprette e consacrano agli dei sia la famiglia sia la patria.
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Timoleonte, quando si era già spinto avanti con gli anni, senza alcuna malattia, perse la vista. Egli sopportò questa disgrazia con tanta serenità, che nessuno lo sentì mai di lamentarsi, né, per quello, partecipò meno alle attività pubbliche e private. Inoltre, dalla sua bocca non uscì mai nulla né di insolente, né di presuntuoso. Egli, peraltro, sentendo che venivano celebrate le sue lodi, non disse mai altro se non che egli, in quella questione, rendeva soprattutto grazie agli dèi. Affermava, infatti, che nessuna delle cose umane poteva essere compiuta senza il favore degli dèi. Per via della sua nobiltà d'animo, avvenne che l'intera Sicilia considerasse il suo compleanno come una festività. A costui, un certo Lafistio, uomo saccente e irriconoscente, un giorno volle imporre di comparire in giudizio. Poiché erano accorsi in moltissimi, che si accingevano a reprimere con la forza l'impudenza dell'uomo, Timoleonte supplicò tutti di non farlo, disse, infatti, che egli aveva affrontato le più grandi fatiche e i peggiori pericoli, affinché quella cosa fosse lecita per chiunque; disse, infatti, che questa era la quintessenza della libertà: se a tutti fosse concesso di rimettere alle leggi ciò che ciascuno volesse. Egli medesimo, quando un tale di nome Demeneto, durante qualche assemblea del popolo, aveva inveito contro Timoleonte, disse di aver sempre chiesto questo agli dèi immortali, di poter restituire ai Siracusani una libertà siffatta, nella quale a chiunque fosse concesso di parlare liberamente di chiunque volesse.
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Non si dedicano all'agricoltura e gran parte del loro nutrimento consiste in latte, formaggio e carne. Non hanno un confine reale di terreno o una proprietà esclusiva, ma i magistrati e i sovrani assegnano ogni anno alle famiglie e ai parenti degli uomini un campo in quantità idonea e, dopo un anno, li costringono a cambiare luogo. Le molte ragioni di questo sistema vengono esposte: affinché non cambino, presi dalla costante abitudine, la vocazione della guerra con l'agricoltura; affinché non cerchino di procurarsi territori più ampi e affinché i più ricchi non caccino gli umili dai possedimenti; affinché non costruiscano edifici stabili contro le temperature fredde e calde; affinché non venga accresciuta la bramosia di denaro e per questo motivo nascano nella popolazione partiti e screzi; affinché i potenti frenino con imparzialità d'animo la plebe, vedendo che le loro ricchezze sono uguagliate con quelli (più potenti). Una grande qualità, per le comunità, è avere attorno a sé spazi vuoti: questo reputano esclusivo della qualità: non concedere agli altri di trattenersi presso di sé.