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Oggi, nei campi rigogliosi e fecondi, sono venuti gli dei agresti, con straordinaria gioia: per primo è venuto Bacco, e dalla sua testa pendeva dolce uva, mentre le tempie di Cerere erano cinte di spighe mature e Saturno mostrava la falce agreste. Oggi la fertile terra ha riposato, ha riposato anche l'operoso aratore, e si sono interrotti i duri lavori degli uomini e dei buoi. Un agnello sacro è stato portato dai giovani all'altare, un austero sacerdote lo ha sacrificato agli dei agresti, ed ha pregato così: O dei della patria, siate memori della nostra devozione! Allontanate dai nostri confini le spiacevoli malattie, e tenete lontani i lupi feroci dai miti agnelli! Concedete a noi un clima salubre e un raccolto abbondante, poiché vi abbiamo sempre venerato. Poi i vecchi misero grandi pezzi di legno in un fuoco splendente, e la moltitudine dei giovani schiavi raccolse per il colono tutti i frutti, e costruì capanne con i rami.
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Cosa ho saputo in più? Cosa? Infatti da una parte (mi) avanza un foglio, e dall'altra il giorno festivo consente che siano raccontate più cose. Larcio Macedone, un ex pretore, per il resto un padrone arrogante e crudele, il quale ricordava poco, o anzi troppo, che suo padre era stato schiavo, ha subito dai propri schiavi una cosa atroce e degna non solamente di una lettera. Veniva lavato nella villa di Formia. Improvvisamente gli schiavi lo accerchiano. Uno gli prende la gola, uno colpisce il volto, un altro ancora percuote il petto e la pancia; e quando l'hanno considerato morto, l'hanno gettato sopra il pavimento incandescente, per verificare se fosse in vita. Egli, un po' perché non sentiva, un po' perché fingeva di non sentire, immobile e steso a terra, rafforzò la convinzione della morte avvenuta. A quel punto, finalmente, viene portato fuori, pressoché ucciso dal calore; lo raccolgono gli schiavi più fedeli, le concubine si precipitano con urla e schiamazzi. Così, un po' risvegliato dalle voci, un po' rinfrancato dalla frescura del luogo, sollevato lo sguardo e scosso il corpo, rivela di essere vivo. Gli schiavi fuggono, la maggior parte di costoro è stata catturata, i rimanenti sono ricercati. Egli, tenuto in vita a stento per pochi giorni, è morto non senza il conforto della vendetta, vendicato quindi da vivo, nella stessa maniera in cui sono soliti (essere vendicati) coloro che sono stati assassinati.
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Ad Alba Longa, nella ricca città del Lazio, regna Numitore. Amulio, fratello di Numitore, scaccia il sovrano e conquista il regno di Alba. Aggiunge il crimine al crimine: uccide i figli del fratello e introduce nel collegio delle vergini Vestali la figlia Rea Silvia. Il destino però, con l'aiuto degli dei, favorisce l'inizio del grande impero: Rea mette al mondo, per stupro, due fanciulli gemelli e li dichiara figli di Marte, dio della guerra, sia perché crede così, sia perché così vuole alleviare la colpa. Il tiranno però getta Rea in carcere e i gemelli nel fiume. Ma il cesto dei gemelli non viene sommerso dall'acqua, e approda alla riva del fiume: lì una lupa offre le mammelle ai fanciulli, e Faustolo, il pastore degli armenti del re, (offre loro) una casa. I gemelli vengono allevati nella piccola capanna di Faustolo, e presto spiccano di gran lunga per coraggio ed ingegno tra gli altri fanciulli. Così, dopo pochi anni, guidano nella città di Alba Longa un manipolo di uomini fidati e coraggiosi, e puniscono con la morte i nefandi crimini di Amulio. Poi stabiliscono di fondare una nuova città.
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Innumerevoli anni dopo la presa di Troia, nel centoventesimo anno da quando Ercole si era innalzato agli dei, la discendenza di Pelope, dopo che per tutto questo tempo, espulsi gli Eraclidi, aveva detenuto il dominio del Peloponneso, viene scacciata a sua volta dalla progenie di Ercole. Come comandanti per recuperare il regno, furono scelti Temeno, Cresfonte, Aristodemo. Quasi nello stesso periodo Atene cessò di essere sotto i re: e l'ultimo fu Codro, figlio di Melanzio. Poiché gli Spartani opprimevano gli Attici con una guerra violenta e poiché Apollo Pizio aveva risposto che sarebbero risultati vincitori coloro il cui comandante sarebbe stato ucciso dal nemico, Codro, deposta la veste regia, indossò un abito da pastore, si avvicinò all'accampamento dei nemici sotto la veste di un umile contadino che raccoglieva la legna. Dopo che di proposito ebbe suscitato la collera delle sentinelle con dure parole, e dopo che la questione era passata volontariamente alle mani, venne ucciso. Codro, con la sua morte (ottenne) la gloria eterna, gli Ateniesi ottennero la vittoria.
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Mentre i nostri resistevano a loro volta, i nemici, secondo la loro abitudine, saltarono giù da cavallo e, dopo aver trafitto i cavalli da sotto e dopo aver disarcionato parecchi dei nostri, misero gli altri in fuga e li incalzarono terrorizzandoli al punto che non desisterono dalla fuga prima di essere giunti al cospetto del nostro esercito. In una sconfitta così grande viene ucciso un valente giovane Gallo, Pisone Aquitano, di nobili natali: suo nonno aveva detenuto il potere sulla sua popolazione, giudicato amico del popolo Romano dal nostro senato. Non appena Pisone vide il fratello mentre combatteva tra i soldati delle prime file accerchiato dai nemici, immediatamente, spronato il cavallo, si diresse verso la prima fila e, con straordinario coraggio, sottrasse dal pericolo il fratello ormai ferito. Poi, mentre si allontanavano, accadde per caso che Pisone, ferito da una freccia, fosse disarcionato dal suo cavallo e fosse improvvisamente accerchiato dai nemici: dopo aver ricevuto molti colpi e mentre combatteva valorosamente, fu ucciso. Inoltre il fratello, non appena si accorse della sorte di Pisone, andò di nuovo incontro ai nemici per soccorrere il fratello e morì vicino al suo cadavere.