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Coriolano, uomo di grande animo e di acuto ingegno, condannato dai Romani all'esilio con un processo ingiusto, si era rifugiato presso i Volsci ed era stato fatto comandante del loro esercito. A quei tempi i Volsci erano ostili ai Romani e il senato, su esortazione della plebe, mandò dei legati ai Volsci intenzionati a chiedere la pace. Ma Coriolano, memore sia dell'ingiustizia dei cittadini, sia del favore degli stranieri, li rispedì a Roma senza nulla di fatto. Nell'accampamento dei nemici Giunsero anche i sacerdoti che imploravano, ma non addolcirono l'animo di quello che bruciava per la collera. Ormai Coriolano era intenzionato a combattere contro la sua stessa città. Allora, le matrone, o per esortazione pubblica, o turbate per il timore femminile della guerra, giunsero da Veturia, madre di Coriolano, e da Volumnia, sua moglie, per chiedere il loro aiuto. Per questo motivo, l'anziana Veturia e Volumnia, portando con sé i piccoli figli, giunsero all'accampamento dei nemici e con le loro lacrime e suppliche distolsero Coriolano dallo scellerato proposito. Così quello, che già stava per condurre la cavalleria dei Volsci contro i Romani, dopo aver cambiato opinione, spostò indietro l'accampamento dalla città, senza ingaggiare nessuna battaglia.
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Un giorno, un topo di campagna aveva accolto nel suo modesto buco un topo di città, vecchio amico. Rozzo e risparmiatore, aveva offerto all'amico tutti i suoi averi: avena, pezzi di lardo, ceci e uva secca. Ma il topo di città respingeva tutte le cose e a malapena toccava il cibo con il dente superbo. Alla fine il topo di città disse all'amico campagnolo: Perché trascorri la vita in campagna? Se verrai in città di sicuro vivrai meglio! Queste parole persuasero il topo campagnolo: gli amici balzarono fuori dal buco e, al di là delle mura della città, entrarono in una villa sontuosa, mentre la notte occupava il centro del cielo. Nella casa c'erano molti vassoi provenienti da un'abbondante cena. L'ospite, dopo che aveva messo il topo campagnolo in un vestito di porpora, offrì all'amico cibi prelibati. Il topo di campagna felice, senza preoccupazione, assaggiava volentieri il cibo. Ma immediatamente un improvviso schiamazzo spaventò i topi: cani enormi, con forti latrati, entrarono nella stanza, mentre i topi paurosi correvano per tutta la sala. Allora il topo di campagna, quasi esanime per la paura (disse): Tornerò immediatamente in campagna. Quando arriverò nei campi un buco modesto mi proteggerà e lì trascorrerò la vita rimanente, povero, ma tranquillo. Ciao!
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Per decisione delle dee, la regina si innamora di Enea, e desidera sposarlo. In una caverna recondita e oscura si uniscono con un matrimonio segreto. Ma presto, presso Enea viene inviato Mercurio, il messaggero degli dei, il quale ricorda all'eroe Troiano gli ordini degli dei e del fato. Il devoto Enea obbedisce agli dei, ed ordina di preparare di nascosto le imbarcazioni e i bagagli, poiché teme la collera della regina. Invece Didone si accorge dei preparativi della fuga, si infiamma di una collera folle, e supplica l'uomo in nome del sacro vincolo del matrimonio, e in nome della sua solenne promessa. Enea però non si commuove in nessun modo. Il mio popolo – dice – ha il desiderio di un'altra patria, e gli ordini degli dei non devono essere violati; inoltre vengo spinto verso l'Italia dal ricordo del (mio) padre Anchise e dall'amore di un unico figlio. Così Enea salpa dalle coste dell'Africa, la regina invece viene colta da follia e sale su un rogo: tra i nostri popoli – dice – ci saranno sempre inimicizia ed odio, e si uccide di sua mano.
Longius videtur recessisse a proposito oratio mea at mehercules rem ipsam premit. Nam si tu animus r
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Sembra che il mio discorso abbia deviato un po' troppo lontano dallo scopo prefisso, ma, per Ercole, riguarda da vicino l'argomento. Infatti, se tu sei l'anima del tuo Stato, ed esso (lo Stato) è il tuo corpo, senz'altro vedi bene quanto ti sia necessaria la clemenza; infatti, mentre sembra che risparmi (nel senso di: "mentre sembra che hai pietà di, che salvi la vita a ") il prossimo, risparmi te stesso. Quindi si devono risparmiare anche i cittadini degni di biasimo, non diversamente da membra malate. Infatti la clemenza è certamente secondo natura per tutti gli esseri umani, ma è onorevole soprattutto per gli imperatori. Quanto nuoce, infatti, la crudeltà personale? Però la crudeltà degli imperatori è guerra! La magnanimità si addice a qualsivoglia essere umano; questa magnanimità, tuttavia, ha uno spazio più ampio nella buona sorte. La clemenza, in qualsiasi casa sarà entrata, l'assicurerà felice e tranquilla, ma in una reggia essa sarà tanto più straordinaria, in quanto è più rara. Ad una grande sorte si addice un animo grande; ed è caratteristico di un animo grande essere calmo e tranquillo e, dall'alto, non curarsi dei torti e delle offese.
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Nel quattordicesimo anno dopo che Annibale era giunto in Italia, Scipione, che in Spagna aveva compiuto con successo molte operazioni, venne eletto console e mandato in Africa. Si riteneva che in quell'uomo vi fosse qualcosa di divino, al punto che si riteneva che egli colloquiasse persino con gli dèi. Siface, il re della Numidia, che si era unito ai Cartaginesi, viene catturato da Scipione e viene mandato a Roma con infiniti trofei di guerra. Una volta sentita questa cosa, quasi tutta l'Italia abbandona Annibale. Dai Cartaginesi viene ordinato che egli stesso ritorni nell'Africa, che Scipione saccheggiava. Così, nel diciassettesimo anno, l'Italia venne liberata da Annibale. Gli ambasciatori dei Cartaginesi chiesero la pace a Scipione, ma le condizioni non piacquero, e da Scipione venne portata guerra a Cartagine. Annibale venne nuovamente nominato comandante supremo dei Cartaginesi, e gli venne ordinato di combattere. Da entrambi i comandanti venne preparata una battaglia come a stento se ne ricorda alcuna, poiché generali abilissimi guidavano alla guerra le loro truppe. Scipione uscì vincitore, dopo che era quasi stato catturato Annibale stesso, il quale scampò insieme ai pochi cavalieri sopravvissuti. Dopo quello scontro venne stipulata la pace con i Cartaginesi. Scipione ritornò a Roma, celebrò il trionfo con grande gloria, e da ciò venne chiamato l'Africano.