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Ifigenia.
Dopo che Paride aveva rapito Elena, moglie di Menelao, Agamennone stabilì insieme al fratello Menelao di navigare alla volta della città di Troia per riprendersela. Agamennone però, mentre l'esercito dei Greci stazionava in Aulide, sul punto di montare sulla nave, in una battuta di caccia uccise una cerva sacra a Diana: perciò la dea, spinta dall'ira, suscitò una violenta tempesta. Così la tempesta tratteneva la flotta Greca in Aulide. Agamennone mandò a chiamare gli Aruspici e il profeta Calca, interrogato, gli rispose: "Placherai l'ira di Diana e darai alla flotta un proseguimento prospero e fausto soltanto se avrai immolato alla dea Ifigenia, la tua unica figlia". Dopo aver ascoltato il responso, Agamennone approvò l'orrendo consiglio e dopo aver chiamato sua figlia Ifigenia, la portò davanti all'altare. La povera vergine, quando davanti all'altare vide i sacerdoti che nascondevano il pugnale, presa da una grande paura cadde a terra. Ormai i sacerdoti, su ordine di Agamennone, erano sul punto di sacrificarla, quando Diana ebbe compassione della vergine: gettò su tutti una nebbia scura e al posto di lei pose una cerva. Ifigenia, attraverso le nubi, fu rapita in terra di Tauride e lì fu nominata sacerdotessa di Diana.
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Le navi dei Treveri erano costruite e armate in questo modo: le carene alquanto più piatte di quelle delle nostre navi, affinché potessero più facilmente sostenere le secche e la bassa marea. Le prue erano molto alte e ugualmente le poppe, più adatte e idonee all'intensità dei flutti e delle tempeste. I Barbari costruiscono tutte le navi di legno (robusto) perché sopportino qualunque pericolo e impeto del mare: i banchi (dei rematori) ricavati da travi lunghe un piede, sono inchiodate con chiodi di ferro dello spessore di un dito pollice, le ancore sono legate con catene di ferro al posto delle funi. Al posto delle vele hanno pelli conciate e lavorate sottilmente o a causa della mancanza di lino e l'ignoranza del suo utilizzo, oppure – il che è più verosimile – poiché reputano che navi di pesi tanto grandi non possano essere guidate dalle vele a causa di tempeste dell'Oceano tanto grandi e una così grande furia dei venti. Infatti le nostre (navi) non potevano recar danno a queste navi con il rostro – tanto grande era in esse la saldezza – né veniva scagliata facilmente una freccia a causa dell'altezza, e per il medesimo motivo venivano trattenute meno facilmente dagli scogli.
Versione tratta da: Cesare
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Multis et doctis hominibus verisimile videtur somnia futura praedicere ...
A molti uomini acculturati sembra verosimile che i sogni preannuncino gli eventi futuri. Il Cipriota Eudemo, amico del filosofo Aristotele, mentre faceva un viaggio in Macedonia, giunse a Fera, che era una città in Tessaglia, all'epoca molto illustre, la quale, tuttavia, era governata dal tiranno Alessandro con un regime spietato. Dunque, in quella città, Eudemo incappò in una malattia così forte che tutti i medici ormai non nutrivano speranza nella sua salvezza. Mentre era gravemente malato in un piccolo letto, nel sonno, gli apparve un giovane dall'aspetto straordinario, che gli diceva che egli, nel giro di brevissimo tempo, sarebbe ritornato ad essere sano, e che entro pochi giorni, il tiranno Alessandro sarebbe morto, mentre invece egli, Eudemo, sarebbe ritornato in patria tra cinque anni. E di fatto, i primi eventi si susseguirono immediatamente così: Eudemo guarì, e il tiranno venne ucciso dai fratelli della moglie. Però, allo scadere del quinto anno, mentre Eudemo, a seguito di quel sogno, aveva la speranza che dalla Sicilia egli sarebbe ritornato a Cipro, egli morì mentre combatteva nei pressi di Siracusa. In seguito a ciò, quel sogno venne interpretato così: che, visto che l'animo di Eudemo aveva abbandonato il corpo, era evidente che a quel punto era ritornato in patria.
Versione tratta da: Cicerone
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A Roma, non appena fu annunciata la sconfitta dei Romani presso il Trasimeno, quando tutto il popolo accorse con grande terrore nel foro; le matrone che passeggiavano per le strade, raccoglievano notizie e voci dai viandanti. Infine, non molto prima del tramonto, il pretore M. Pomponio annunciò: "Siamo stati sconfitti in una grande battaglia". E, anche se non fu udito nient'altro da lui, molti, spinti dall'angoscia, annunciavano, come cosa certa, la cattura del console e la fuga dei nostri attraverso l'Etruria. L'indomani una grande folla di donne si fermò alle porte della città, aspettando o i loro (mariti) o loro notizie e interrogando i passanti. Fra le donne c'erano segnali di gioia e lutti. Una donna, alla quale era stata annunciata senza fondamento la morte del figlio, spirò all'istante; un'altra, sedendo in casa triste, alla prima vista del figlio che tornava finalmente sano e salvo dalla guerra, improvvisamente per l'eccessiva gioia morì.
Versione tratta da: Livio
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Si quis requirit quae causa me impulerit ut tam sero ad philosophiae studia me conferrem ...
Se qualcuno mi chiede quale ragione mi abbia spinto a dedicarmi così in ritardo agli studi di filosofia, potrò spiegare ciò facilmente. Infatti, poiché io languivo nell'ozio, e poiché la condizione dello Stato era tale che era necessario che esso fosse guidato dalla mente di un unico uomo, pensai che, nell'interesse dello Stato stesso, la filosofia dovesse essere spiegata ai nostri uomini, ritenendo che fosse molto importante, per l'onore e la fama della cittadinanza, che argomenti tanto seri e tanto importanti, fossero presenti anche nella letteratura Latina. E non mi pento del mio lavoro, perché ho stimolato le volontà di molti, (volontà) non solo di imparare, ma anche di scrivere. Infatti, numerosi uomini dotti, sebbene istruiti secondo i sistemi Greci, non potevano condividere con i loro concittadini quelle cose che avevano appreso, perché non nutrivano fiducia che quelle cose che avevano appreso dai Greci, potessero essere dette anche in lingua Latina. Dunque a me interessava fortemente che la cultura dei nostri concittadini venisse accresciuta. Ora, invece, sembra che, anche negli studi di filosofia, abbiamo fatto progressi tanto grandi che non saremmo sconfitti dai Greci neppure quanto a ricchezza del vocabolario.
Versione tratta da: Cicerone