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Cogita quantum boni opportuna mors habeat quam nocuerit multis diutius vixisse ...
Pensa quanto di buono abbia una morte conveniente, e quanto abbia nociuto a molti uomini, l'essere vissuti piuttosto a lungo. Se la cattiva salute si fosse portata via Cn. Pompeo a Napoli, egli se ne era andato come una personalità indiscussa del popolo Romano: invece, adesso, l'aggiunta di un piccolo lasso di tempo lo ha tolto dal suo piedistallo. Infatti egli ha visto le sue legioni sterminate davanti ai suoi occhi, ha visto l'assassino Egiziano. Se M. Cicerone fosse morto, in quel tempo in cui evitò i pugnali di Catilina, liberata la repubblica, come suo salvatore, se inoltre avesse seguito i funerali di sua figlia, anche allora avrebbe potuto morire felice. Non avrebbe visto le spade impugnate contro le teste civili, né avrebbe visto spartiti i beni degli uomini uccisi, non avrebbe visto un'asta che metteva in vendita i trofei consolari, né le stragi che avevano luogo pubblicamente, né le ruberie, le guerre, le rapine. Se il mare avesse ingoiato M. Catone mentre ritornava da Cipro, ciò non sarebbe forse accaduto in maniera buona per lui? Di certo avrebbe portato con sé questo, il fatto che nessuno avrebbe osato commettere una mancanza davanti a Catone: ora, l'aggiunta di pochissimi anni, costrinse un uomo nato per la libertà, non soltanto sua, ma dello Stato, a rifuggire Cesare, e a seguire Pompeo.
Versione tratta da: Seneca
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Cicero Attico sal. Nondum videris perspicere quam me nec Antonius commoverit nec quicquam iam eius modi possit commovere. De Terentia autem ...
Ancora non mi sembra che tu ti renda conto quanto né mi abbia turbato Antonio, né mi possa turbare alcun episodio di quel genere. In merito a Terenzia, invece, ti ho scritto con quella lettera che ho consegnato (al corriere) ieri. Quanto al fatto che mi incoraggi, e mi scrivi che da tutti gli altri è desiderato che io dissimuli di stare così male, posso forse fare di più che consumare tutti i giorni negli studi letterari? Cosa che faccio non tanto a scopo di dissimulazione, ma piuttosto per alleggerire e guarire l'animo. Ti ho scritto molte meno cose, perché attendevo la tua lettera (in risposta) a quella che ho consegnato per te ieri. Attendevo però soprattutto riguardo al santuario e qualcosa anche riguardo a Terenzia. Vorrei che con la prossima lettera tu mi facessi sapere se Cn. Cepione sia morto per naufragio mentre suo padre era vivo oppure quando era morto, e parimenti se Rutilia sia morta quando suo figlio C. Cotta era vivo o quando era morto. Servono per quel libro che ho scritto sull'attenuazione del lutto.
Versione tratta da: Cicerone
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Memini me admodum adulescentulo cum pater in Macedonia consul esset ...
Mi ricordo che, quando io ero pressappoco un giovincello, mentre mio padre si trovava in Macedonia come console, ed eravamo nell'accampamento, l'esercito veniva sconvolto dalla superstizione e dal timore, poiché, durante una notte serena, la luna, candida e piena, era all'improvviso venuta a mancare. Allora egli non esitò a spiegare, il giorno seguente, davanti a tutti, che non c'era nessun prodigio, e che ciò era avvenuto allora, e sarebbe accaduto sempre in precisi momenti, perché il sole si era collocato in maniera tale che, con la sua luce, non riusciva a raggiungere la luna. Anche durante quella enorme guerra che gli Ateniesi e gli Spartani fecero tra loro con il massimo accanimento, quel grande Pericle, leader della sua città sia per autorevolezza, sia per eloquenza, sia per assennatezza, poiché, oscuratosi il sole, si era fatto buio, e immediatamente uno straordinario timore aveva pervaso gli animi degli Ateniesi, si dice che spiegò ai suoi concittadini una cosa che egli a sua volta aveva appreso da Anassagora, del quale era stato scolaro: che quel fenomeno avveniva in un momento preciso e inevitabile, dal momento che l'intera luna si era collocata alle spalle del globo del sole, e che, pertanto, ciò non poteva che accadere, se non ad ogni novilunio, comunque in preciso momento tra una fase lunare e l'altra.
Versione tratta da: Cicerone
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Dopo che Cesare aveva raggiunto con le navi la Britannia, i barbari impedivano ai nostri di sbarcare dalle navi. I soldati Romani si trovavano in estrema difficoltà a causa dei luoghi sconosciuti, impediti nelle operazioni e schiacciati dal pesante carico di armi, mentre i Britanni o dalla spiaggia, oppure dopo essere coraggiosamente avanzati un poco nell'acqua, scagliavano frecce. I nostri, spaventati da queste cose, non si avvalevano del medesimo ardore e della medesima passione, dei quali erano soliti avvalersi nelle battaglie di fanteria. Appena Cesare si accorse di ciò, ordinò che le navi da guerra, delle quali la forma era singolare per i Barbari e il movimento più agevole, fossero allontanate un pò dalle navi da carico e venissero fermate sul lato scoperto dei nemici e (ordinò che) da quel luogo venissero respinti e allontanati i nemici con macchine da lancio, frecce e dardi; questa azione fu di grande utilità per i nostri. Infatti i Barbari, atterriti sia per l'aspetto delle navi, sia per il movimento dei remi, sia per il singolare tipo di macchine da guerra si fermarono e indietreggiarono un po'.
Versione tratta da: Cesare
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Causam dicebat apud divum Iulium ex veteranis quidam paulo violentior adversus ...
Sosteneva un processo di fronte al divino Giulio, un tale tra i veterani, un pò troppo violento nei riguardi dei suoi vicini, ed era incalzato dal processo. Disse: O comandante supremo, ti ricordi, che in Spagna tu ti distorcesti un piede nei pressi del Sucrone? Dopo che Cesare ebbe detto di ricordarsene: Ti ricordi senz'altro che, quando volesti sedere sotto un certo albero che diffondeva un minimo d'ombra, a causa del sole caldissimo, ed il luogo era del tutto dissestato, e in esso, quell'unico albero era spuntato tra rocce aguzze, un tale tra i commilitoni stese a terra il suo mantello? Dopo che Cesare ebbe detto: E certamente, stremato dalla sete, poiché non potevo andare alla sorgente più vicina, in quanto infortunato, volevo strisciare per mezzo delle mani, se il commilitone, un uomo coraggioso e valoroso, non mi avesse portato dell'acqua all'interno del suo elmo. Disse: O comandante supremo, puoi tu, dunque, riconoscere quell'uomo o quell'elmo? Cesare rispose di non poter riconoscere l'elmo, ma di poter certamente riconoscere l'uomo, e aggiunse irritatissimo: Tu non sei assolutamente lui. Rispose: Giustamente, o Cesare, tu non mi riconosci, infatti, quando avvenne questo episodio, io ero illeso; successivamente, a Munda, sul campo di battaglia, mi è stato cavato un occhio, e nella testa mi sono state tolte delle ossa. E se lo vedessi, non riconosceresti neppure quell'elmo: infatti venne spaccato in due da una spada Spagnola. Cesare non esitò a far dono al suo soldato i piccoli poderi nei quali era stata la strada vicinale causa della zuffa e dei litigi.
Versione tratta da: Seneca