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L'impero Romano trae origine da Romolo, figlio di Rea Silvia, vergine Vestale, e di Marte. Romolo fonda una modesta città sul Palatino, dal proprio nome la chiama Roma, e accoglie la moltitudine dei confinanti. Poiché, però, i Romani non avevano le mogli, invita ad uno spettacolo di giochi le popolazioni vicine, e rapisce le vergini. A causa del torto delle vergini rapite, vengono suscitate molte guerre, e Romolo sconfigge i Sabini, i Fidenati, ed altre popolazioni. Dopo la morte di Romolo viene fatto re Numa Pompilio, il quale non fa guerra alcuna, ma fonda leggi e tradizioni per i Romani. I Romani, infatti, a causa dell'abitudine delle battaglie, venivano considerati predoni e incivili. A Numa succede Tullio Ostilio: ripristina le guerre, e sconfigge gli Albani ed altri popoli confinanti.
Versione tratta da: Eutropio
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Tra gli dèi, i Galli venerano soprattutto Mercurio. Di costui ci sono numerose statue, considerano costui l'inventore di tutti i mestieri e la guida delle strade e dei viaggi. Presso di loro Mercurio ha una grande influenza anche per il denaro e per i commerci. Dopo costui venerano Apollo, Marte, Giove e Minerva; riguardo a questi hanno all'incirca la stessa opinione delle rimanenti popolazioni. A loro avviso dunque, Apollo allontana le malattie, Minerva è la regina dei lavori e degli artigiani, Giove detiene il comando degli dei celesti e Marte governa le guerre. A costui, quando hanno stabilito di combattere in battaglia, promettono quelle cose che avranno conquistato con la guerra. Quando hanno vinto sacrificano gli animali e accumulano in un unico luogo il restante bottino. In molte città si vedono i cumuli di queste spoglie nei luoghi sacri: nessuno le tocca o le ruba, poiché sono sacre agli dei.
Versione tratta da: Cesare
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Il tribuno Lucio Valerio sostiene l'abrogazione della Lex Oppia contro il lusso.
Noi uomini useremo la porpora, vestiti di pretesta nelle cariche pubbliche, nelle cariche religiose, i nostri figli utilizzeranno la porpora sulle toghe preteste; concederemo il diritto della toga pretesta ai magistrati nelle colonie e nei municipi, qui a Roma alla più bassa delle cariche, ai capi di quartiere: vieteremo forse soltanto alle donne l'uso dalla porpora? E poiché a te uomo è permesso ornare con la porpora la coperta, forse alla tua madre di famiglia non concederai di avere una veste purpurea, e sarà forse il tuo cavallo bardato in maniera più bella di quanto non sia vestita tua moglie? Alle donne non possono toccare in sorte né magistrature, né cariche religiose, né trionfi, né decorazioni, né doni o spoglie di guerra: raffinatezze e abbigliamento e cura del corpo, questi sono i contrassegni delle donne, per questi gioiscono e si vantano, i nostri antenati chiamarono questo, corredo femminile. Cos'altro dismettono nel periodo di lutto se non la porpora e l'oro? Cosa aggiungono nelle cerimonie di ringraziamento e nelle suppliche, se non un ornamento migliore? È chiaro che se avrete abrogato la legge Oppia, non sarà vostra facoltà se vorrete vietare qualcosa di quello che ora la legge vieta. Le stese donne preferiscono che il loro abbigliamento sia in potere vostro piuttosto che della legge, e voi le dovete tenere sotto la vostra potestà e tutela e non in stato di servitù e dovete preferire di essere chiamati padri e mariti piuttosto che padroni.
Versione tratta da: Livio
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Cimonem Miltiadis filium...
Gli Ateniesi rimpiansero a lungo Cimone, figlio di Milziade, non solo in tempo di guerra, ma anche in tempo di pace. Egli, infatti, fu di una generosità così grande che, possedendo in moltissimi luoghi poderi e orti, mai pose in essi un custode che (ne) proteggesse i frutti, affinché nessuno fosse impossibilitato a cogliere i frutti che volesse. Degli accompagnatori con dei denari lo seguivano sempre, affinché, nel caso qualcuno avesse bisogno del suo aiuto, egli avesse immediatamente cosa dargli. Spesso, vedendo qualcuno vestito male, gli dette il suo mantello. Ogni giorno veniva preparato per lui un pranzo molto abbondante, in modo che potesse invitare presso di sé tutti quelli che nel foro aveva visto che non erano stati invitati: la qual cosa, non tralasciava di fare nessun giorno. A nessuno venne meno la sua lealtà, il suo aiuto, il suo patrimonio: arricchì molti uomini, offrì il suo aiuto a tutti i cittadini nelle circostanze difficili. Per questo, la sua vita fu tranquilla e la sua morte dolorosa per tutti.
Versione tratta da: Cornelio Nepote
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Phocion ab Agnone accusatus proditionis quod Piraeum Nicanori prodidisset ex consilii sententia in custodiam coniectus...
Focione, accusato di tradimento da Agnone per aver consegnato a Nicanore il Pireo, messo in carcere a seguito di una sentenza del consiglio, venne trasferito ad Atene, affinché, in quel luogo, si svolgesse un processo su di lui, secondo le leggi. Quando si giunse qua, poiché, a causa dell'età, non stava più bene con i piedi, e veniva portato con una carrozza, si verificarono grossi assembramenti, mentre alcuni, ricordandosi della vecchia notorietà, ne compativano l'anzianità, e molti invece erano pervasi dalla collera, per via del sospetto di tradimento del Pireo. Per questa ragione, a lui non fu concessa nemmeno la possibilità di difendersi e di sostenere la sua causa. Di lì, condannato a morte, venne consegnato ai membri del Collegio degli Undici, ai quali, in base all'usanza degli Ateniesi, sono soliti essere consegnati i condannati dallo Stato, ai fini dell'esecuzione. Mentre costui veniva condotto a morte, gli andò incontro Eufileto, che era stato suo amico. Dopo che egli ebbe detto tra le lacrime: O Focione, quali cose indegne devi sopportare! Egli disse a costui: Ma non impreviste, infatti ebbero questa fine la maggior parte degli uomini illustri Ateniesi. Verso costui fu così grande l'odio della folla che nessun uomo liberò osò seppellirlo. E così, venne sepolto dagli schiavi.
Versione tratta da: Cornelio Nepote