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Temistocle, figlio dell'Ateniese Neocle. I difetti della prima giovinezza di quello furono corretti dalle grandi qualità, al punto che nessuno venga anteposto a lui e pochi siano considerati pari. Suo padre Neocle fu nobile, prese in moglie una Acarnana (cittadina dell'Acarnania), dalla quale nacque Temistocle. Quello, dal momento che era stato poco apprezzato dai genitori, poiché viveva senza restrizioni e trascurava il patrimonio di famiglia, fu diseredato dal padre. Quell'offesa non lo scoraggiò, piuttosto lo rinforzò. Infatti, avendo pensato che essa non potesse essere estinta senza la massima diligenza, si dedicò tutto allo stato, dedicandosi agli amici e alla gloria. Si dava molto da fare nei processi privati, spesso teneva discorsi nell'assemblea del popolo, nessuna questione importante veniva affrontata senza di lui; procurava rapidamente le cose necessarie, con le parole spiegava facilmente ogni cosa, e non era meno abile nell'azione che nella risoluzione, perché, come afferma Tucidide, egli argomentava giustamente sulle circostanze presenti, congetturava abilmente su quelle future.
Versione tratta da: Cornelio Nepote
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Mentre si tratteneva pochi giorni presso Vesonzione per il rifornimento di grano e di viveri, in seguito alle domande dei nostri e alle dicerie dei Galli e dei mercanti, che andavano predicando che i Germani erano di corporatura imponente e di un valore incredibile nelle armi, all'improvviso un timore così grande prese tutto l'esercito, che sconvolse non poco le menti e gli animi di tutti. Questo (timore) partì dai tribuni militari, dai prefetti e da tutti quegli altri che, avendo seguito Cesare da Roma per ragioni di amicizia, non avevano grande esperienza di cose militari. Questi non potevano dissimulare l'espressione del volto, né ogni tanto trattenere le lacrime: nascosti nelle tende o si lamentavano del loro destino o commiseravano con i loro amici il comune pericolo. In ogni punto dell'accampamento si firmavano testamenti. A causa delle dicerie e della paura di costoro, a poco a poco, anche quelli che avevano grande pratica di vita militare, soldati, centurioni e quelli che stavano a capo della cavalleria, si agitavano. Quelli, tra questi che volevano essere giudicati meno pavidi, dicevano che loro non temevano il nemico, ma le gole sul tragitto e la grandezza delle foreste.
Versione tratta da: Cesare
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Fuisse quondam ferunt Demaratum Corinthium et honore et auctoritate et fortunis...
Narrano che ci fu un tale Corinzio, Demerato, primo della sua città sia per posizione, sia per autorevolezza, sia per ricchezze; costui, poiché non aveva potuto tollerare Cipselo, il tiranno dei Corinzi, si dice che fuggì con molto denaro, e che si trasferì a Tarquinia, una floridissima città dell'Etruria. Quindi, venne accolto come cittadino dai Tarquiniensi, ed egli pose la propria dimora in quella città. Lì, dopo che ebbe procreato due figli da una matrona Tarquiniense, insegnò loro tutte le arti, secondo il sistema dei Greci. Per via dell'educazione e della cultura, egli divenne intimo col re Anco, al punto di essere considerato partecipe dei tutte le decisioni e quasi un collega di regno. E così, dopo che Marcio fu morto, venne eletto re, con tutti i voti del popolo, L. Tarquinio: così, infatti, egli aveva modificato il proprio nome dal nome Greco, in maniera tale da sembrare che avesse imitato l'abitudine del popolo Romano in ogni aspetto. Egli, prima di tutto, raddoppiò quell'antico numero dei senatori, e, con una guerra, assoggettò la grande popolazione degli Equi, feroce e incombente sulle proprietà del popolo Romano. Egli medesimo, dopo che ebbe respinto i Sabini dalle mura della città, per primo, si narra, organizzò i giochi Romani, e morì dopo aver regnato per trentotto anni.
Versione tratta da: Cicerone
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Gli Eburoni attaccano le truppe di Titurio e Cotta (I)
Poiché aumentava il pericolo degli Eburoni, a tarda notte si tiene tra i nostri una discussione: alcuni consigliavano di lasciare l'accampamento e di dirigersi verso la legione, altri (consigliavano) di aspettare i rinforzi. Alla fine Titurio, con autorità, impose la sua opinione: infatti sosteneva che sarebbero arrivati alla legione più vicina senza alcun pericolo, mentre con un lungo assedio non avrebbero tollerato la fame e il freddo. La restante parte della notte è trascorsa nei turni di guardia. All'alba si spostano dall'accampamento, con una numerosa truppa e pesanti salmerie. Ma i nemici, dopo che si accorsero della partenza dal mormorio notturno e dalle veglie, attendevano il loro arrivo in un luogo adatto e nascosto della valle: balzarono fuori da entrambe le parti repentinamente e cominciarono la battaglia. Allora, alla fine Titurio, poiché prima non aveva previsto nulla, incominciò a trepidare e a correre da una parte e dall'altra e a disporre le coorti; tuttavia faceva quelle stesse cose con timore e sconsideratamente, cosa che accade quelli che sono costretti a prendere una decisione durante un pericolo.
Versione tratta da: Cesare
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Narciso, figlio del fiume Cefiso, eccelleva di gran lunga tra gli altri fanciulli per l'eccezionale bellezza, ma rifiutava tutte le fanciulle e le ninfe non si dedicava a nessuna, si dava tutto alla caccia e compiva sacrifici a una sola delle dee, Diana. Un giorno il bel Narciso vagava per i fitti boschi e per le aspre cime e, alla fine, giungeva alle chiare acque di un tranquillo fiume. Nessuna bestia o uccello agitava i chiari flutti dell'argenteo fiume e nessun ramo dalla pianta cadeva dall'alto. Il fanciullo si trattiene presso il fiume e appoggia le labbra all'acqua, ma immediatamente si ferma sconcertato: vede il volto stupendo e la sua straordinaria bellezza nell'acqua immobile e si meraviglia.