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Quando Teti sposò Peleo, si narra che Giove avesse invitato al banchetto tutti gli dèi eccetto Eris, vale a dire la Discordia, la quale, dopo che in seguito si fu presentata, poiché non veniva fatta entrare al banchetto, dall'ingresso gettò al centro una mela e disse (lett. dice) che la prendesse colei che era la più bella. Giunone, Venere e Minerva iniziarono a rivendicare per sé la bellezza, e dopo che tra esse fu sorta una grande discordia, Giove ordina a Mercurio che le accompagni sul monte Ida da Alessandro Paride, e che ordini a lui di giudicare. A costui Giunone promise che egli avrebbe regnato su tutte le terre e che sarebbe stato il più ricco di tutti gli altri, se avesse giudicato in suo favore; Minerva (promise che) se fosse uscita di lì vincitrice, egli sarebbe stato il più forte tra gli uomini ed esperto in ogni arte; Venere invece promise di dargli in matrimonio Elena, figlia di Tindaro, la più bella di tutte le donne. Paride preferì l'ultimo dono ai precedenti e decretò che Venere era la più bella; perciò Giunone e Minerva furono ostili ai Troiani.
Versione tratta da: Igino
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Dopo che le truppe dei Galli avevano preso le armi contro i Romani ed erano state respinte dal console Cneo Cornelio Dolabella, fu dichiarata guerra ai Tarantini, poiché era stato fatto un torto agli ambasciatori dei Romani. I Tarantini chiesero aiuto contro i Romani a Pirro, re dell'Epiro; allora il re, che traeva origine dalla stirpe di Achille, giunse subito in Italia, e allora i Romani, per la prima volta, si scontrarono con un nemico d'oltremare. Contro Pirro fu inviato il console P. Valerio Levino. Si combatté a lungo e accanitamente presso Eraclea, ma Pirro, con l'aiuto degli elefanti, alla fine vinse, poiché i soldati Romani non avevano mai visto animali tanto grandi e per la paura alla fine volsero le spalle. La notte mise fine alla battaglia, mentre Levino fuggiva. Pirro catturò molti prigionieri e li trattò con grandissimo rispetto. In seguito il re dell'Epiro unì a sé i Sanniti i Lucani e i Bruzii e si diresse alla volta di Roma. Dopo che aveva messo a ferro e fuoco tutte le cose e aveva distrutto i campi della Campania, giunse alla città di Preneste. Presto i Romani furono presi da un grande terrore, ma Pirro alla fine chiese la pace.
Versione tratta da: Eutropio
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Alcibiades, victis Atheniensibus, nullum...
Alcibiade, dopo che gli Ateniesi erano stati sconfitti, ritenendo che per sé nessun luogo sarebbe stato sicuro per via dell'egemonia degli Spartani, si trasferì in Asia, presso Farnabazo, dove, in realtà, non smise di macchinare la rivoluzione contro gli Spartani. Perciò, il satrapo Farnabazo, che invece aveva stretto un patto con gli Spartani, mandò due servitori ad ucciderlo. Quelli, non osando aggredirlo con la spada, durante la notte ammucchiarono legna intorno alla capanna nella quale riposava, e la incendiarono, per uccidere, per mezzo dell'incendio, colui che non confidavano di poter vincere con la spada. Quello, però, appena si fu svegliato per il rumore del fuoco, anche se gli era stata sottratta la spada, strappò un'arma al suo servo che lo aveva seguito. Ordina a costui di seguirlo, e, dopo aver afferrato pochi abiti, e aver scagliato questi nel fuoco, supera la violenza del fuoco. Quando i barbari videro che era scampato all'incendio, lo uccisero con frecce scagliate da lontano, e portarono la sua testa a Farnabazo. Ma la donna che era solita vivere con lui, dopo aver coperto il morto con la sua veste femminile, lo cremò tra le fiamme dell'edificio. Così morì Alcibiade.
Versione tratta da: Cornelio Nepote
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Vercingetorix, Gallorum dux, copias...
Vercingetorige, comandante dei Galli, ritirò le sue truppe, e senza sosta, continuò a marciare verso Alesia, che è una città dei Mandubi, e ordinò a tutte le truppe dei Galli di seguirlo velocemente. Cesare, inseguendolo, dopo aver ucciso circa tremila nemici, il giorno seguente piazzò l'accampamento presso Alesia, e decise di circondare con una vallo la città. Questa città di Alesia si trovava sulla cima di un colle, in posizione molto elevata. Due fiumi bagnavano le pendici di questo colle, da due lati. Davanti alla città si estendeva una pianura lunga circa tre miglia; su tutti i rimanenti lati, a non grande distanza, cingevano la città altri colli, dalla cima di uguale altezza. Sotto il muro, i Galli avevano tracciato un fossato e un muro a secco alto sei piedi. Il perimetro di quella fortificazione che veniva impiantata dai Romani raggiungeva le dieci miglia. L'accampamento era stato piazzato in luoghi favorevoli, e qui erano stati realizzati ventitré fortini, all'interno dei quali, durante il giorno, venivano messi dei corpi di guardia. Avviato il lavoro di fortificazione, si scatena una battaglia a cavallo in quella pianura frapposta tra i due colli che si estendeva per tre miglia in lunghezza. Si lotta con grande accanimento da entrambe le parti.
Versione tratta da: Cesare
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Moderationem vero clementiamque Vaesar cum in administratione tum in victoria belli civilis admirabilem exhibuit ...
Cesare dimostrò inoltre un'ammirevole moderazione e clemenza, tanto nella gestione, quanto nella vittoria della guerra civile. Mentre Pompeo dichiarava che avrebbe giudicato nemici coloro che avessero defezionato nei confronti Stato, egli (Cesare) annunciò che per lui sarebbero stati nel numero dei suoi (amici) anche i neutrali (lett: "quelli di nessuna fazione"). Per giunta, a tutti quelli ai quali aveva assegnato cariche su raccomandazione di Pompeo, (Cesare) concesse la possibilità di passare dalla parte di lui. Durante la battaglia di Farsàlo invitò a risparmiare tutti i cittadini, e successivamente concesse ad ognuno dei suoi uomini di salvare la vita di un uomo a scelta della fazione nemica (lett: "di uno che volesse"). Alla fine, nell'ultimo periodo, permise a tutti, anche a quelli che non aveva ancora perdonato, di ritornare in Italia e di assumere cariche civili e ruoli militari. Fece in modo che le statue di Lucio Silla e di Pompeo, abbattute dalla plebe, fossero ripristinate; e se qualcuno, dopo di ciò, volle dir male di lui, egli preferì dissuaderlo piuttosto che punirlo.
Versione tratta da: Svetonio