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Dai quartieri invernali, Annibale attraverso l'Etruria era giunto al lago Trasimeno, e lì, dopo aver piazzato l'accampamento, collocò i fanti dietro un monte e nascose la cavalleria presso l'imboccatura di un valico. Anche l'esercito dei Romani, guidato dal console Flaminio, giunse al lago e, superate le gole, dopo che aveva visto l'accampamento e le truppe dei Cartaginesi sul campo visibile, avanzò verso i nemici. Al tramonto, per caso dal lago si alzò una densa nube e avvolse tutti i luoghi; così il console non si rese conto dell'agguato dei Cartaginesi che gli incombeva sulla testa. Annibale allora, quando ebbe il nemico chiuso dal lago e dai monti e circondato dalle sue truppe, dà ai nemici il segnale di battaglia. I Cartaginesi fecero un assalto contro i Romani da tutte le direzioni, dopo che tutti furono presi dalla paura, in un tumulto tanto terribile, la strage fu enorme. I colpi dei nemici massacrarono numerosissimi uomini dei Romani; in pochi scapparono attraverso le gole delle montagne. Anche Flaminio morì combattendo valorosamente in battaglia.
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I marinai della Grecia si procurano grandi ricchezze per mezzo del commercio, e fondano colonie in Italia. In principio abitano Pitecusa, isola fertile e ridente, presso le coste della Campania. Poi, dagli abitanti di Corinto, viene fondata Cuma, sul suolo dell'Italia. Presso Cuma abita la Sibilla, e predice la sorte agli abitanti. Come narra il poeta, anche Enea si incontra con la Sibilla, e viene a sapere la sua sorte. Presso Cuma sorge anche Capua, città degli Etruschi, e quella che in lingua Greca si chiama Napoli, vale a dire "città nuova". In Lucania viene fondata Elea, che dagli Italici viene chiamata anche Velia. Ad Elea si pratica la filosofia. Sulle coste dell'Italia c'erano molte altre colonie Greche: per cui la terra Italica viene denominata Magna Grecia.
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Dopo la battaglia di Leuttra, gli Spartani non si risollevarono mai e non recuperarono l'antico potere, sebbene Agesilao nel frattempo non avesse smesso mai di favorire la patria in qualsiasi modo. Infatti, poiché gli Spartani avevano bisogno soprattutto di denaro, egli fornì sostegno militare a quelle città che avevano tradito il re dei Persiani: dopo che aveva ricevuto molto denaro da queste, risollevò la patria. E in questa cosa fu ammirevole ciò: benché aveva ricevuto grandi doni dai re e dai sovrani e dalle città, non cambiò nulla circa il modo di vivere, nulla circa il vestire degli Spartani. Fu soddisfatto della medesima casa nella quale aveva vissuto Euristene suo antenato: chi vi entrava non vedeva nessun segno di dissolutezza, nessuno di sontuosità. Infatti era stata costruita in modo che non si distinguesse in niente dalla casa di qualsiasi povero e privato cittadino.
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Non ci fu nulla di più straordinario di Alcibiade, sia nei vizi, sia nelle virtù. Nato in una grandissima città, di nobile stirpe, fu di gran lunga il più bello tra tutti quelli della sua epoca: estremamente abile in ogni cosa, pieno di assennatezza – infatti fu un generale eccellente sia in mare che in terra – e (fu) estremamente eloquente: era tanto grande la qualità del linguaggio e del discorso, che nessuno gli poteva tener testa in un dibattito. Fu anche ricchissimo, laborioso, paziente, generoso, magnifico, non meno nella vita (pubblica) che nello stile di vita (privato), cordiale, piacevole, adattandosi molto intelligentemente ai tempi. Fu allevato nella casa di Pericle, istruito da Socrate. Ebbe come suocero Ipponico, il più ricco di tutti i Greci. Perciò Alcibiade non poteva ricordare più ricchezze, né poteva richiederne più grandi di quelle che gli aveva concesso sia la natura, che la fortuna. Gli Ateniesi, non solo avevano la massima fiducia in Alcibiade, ma (avevano) anche paura, poiché conoscevano di (quell') uomo estremamente severo, la straordinaria assennatezza in tutte le circostanze e l'estrema avidità di potere. Dopo che Alcibiade era stato screditato dai più, tuttavia tre storici autorevolissimi lo glorificarono con altissimi elogi: Tucidide, che fu (uomo) del medesimo tempo, Teopompo, nato un po' dopo e Timeo.
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La formica risponde con grande assennatezza: I banchetti delle dee sono sicuramente piacevoli, se sei invitata; tu di sicuro frequenti gli altari, ma sei sempre scacciata dalle sacerdotesse. Non siedi soltanto sulla testa delle regine, ma anche sulla sporcizia disgustosa. Non lavori, e di certo, con la tua pigrizia, non accumuli ricchezza: infatti assaggi le uve sulle tavole, ma la tua vita viene terminata con grande ignominia dal crudele freddo invernale: infatti non possiedi né una mirabile villa, né una piccola capanna. Le formiche, invece, con grande diligenza, accumulano abbondanza di briciole, abitano con concordia una casa comune, come una fattoria di campagna, e conducono sempre una vita piacevole e felice. Come indica la favola, l'insolenza e la superbia vengono sempre punite.