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Mea dicta tibi legenti...
Le mie parole per te che leggi, saranno tanto straordinarie quanto lo furono per me che ascoltavo. Arria, nobile donna, fu sia conforto di morte per il marito sia di esempio. Suo marito, Cecina Peto, era ammalato, era ammalato anche il figlio, entrambi mortalmente. Infine il loro figlio, di esimia bellezza, e di uguale modestia e molto amato dai genitori, morì. Quella preparò il funerale per il figlio e condusse le esequie, ma non avvertì il marito della morte di quello. Anzi, ogni volta che entrava nella sua stanza, al marito che chiedeva del figlio, rispondeva: "Ha riposato bene, ha preso volentieri il cibo". Quindi, quando le lacrime trattenute a lungo avevano la meglio e sgorgavano, di nascosto si abbandonava al dolore; in seguito, appagata (dal pianto), con gli occhi asciutti ritornava da suo marito. Così, per amore del marito, nascondeva le lacrime. In seguito, poiché il marito, a causa della malattia, era consumato dal dolore, Arria impugnò la spada e trafisse il suo petto; quindi estrasse il pugnale, distese il marito e con animo coraggioso disse: "Oh Peto, non soffrire" e cadde esanime ai suoi piedi.
Versione tratta da: Plinio il Giovane
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Cum universa civitas in Piraeum descendisset tanta fuit omnium exspectatio visendi Albibiadis ut ad eius triremem vulgus conflueret...
Dopo che l'intera cittadinanza fu scesa nel Pireo, l'attesa di tutti di vedere Alcibiade fu tanto grande che la massa si riversò alla trireme di lui come se fosse arrivato da solo. Il popolo infatti era stato convinto così: che sia le precedenti avversità, sia le circostanze favorevoli presenti si erano verificate per opera di lui. E così attribuivano ad una propria colpa sia la perdita della Sicilia, sia le vittorie degli Spartani, perché essi avevano cacciato via dalla città un simile uomo. E sembravano pensare ciò non senza una ragione. Infatti, dopo che egli iniziò a stare a capo dell'esercito, i nemici non erano riusciti ad essere pari né sulla terraferma, né in mare. Quando costui fu sceso dalla nave, tutti seguivano lui solo, e – cosa che mai prima era entrata nella tradizione, se non per i vincitori a Olimpia – egli veniva omaggiato dal popolo di corone in oro e in bronzo. Egli, accoglieva in lacrime un simile affetto dei suoi concittadini, ricordando l'asprezza del periodo passato. Dopo che giunse in Atene, convocata un'assemblea, egli parlò in maniera tale che tutti versarono lacrime, come se un altro popolo, e non quello stesso che piangeva in quel momento, lo avesse condannato per sacrilegio.
Versione tratta da: Cornelio Nepote
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Dum haec a Caesare geruntur...Sequanae contra Labieni castra considunt.
Mentre vengono compiute da Cesare queste cose, Labieno parte con quattro legioni verso Lutezia. Questa è una città dei Parisii, posta su un isola del fiume Sequana. Dopo che il suo arrivo fu scoperto dai nemici, accorsero grandi truppe dalle popolazioni confinanti. Labieno, per prima cosa cercava di muovere le vinee (macchine da guerra) e di riempire la palude con graticci e di proteggere il percorso. Dopo che si accorse che ciò era estremamente difficile, uscito in silenzio dall'accampamento, giunse a Meloduno, città dei Senoni, con lo stesso percorso con il quale era arrivato. Dopo aver preso circa cinquanta navi e avervi caricato i soldati, poiché i cittadini, gran parte dei quali era stata chiamata per la guerra, erano spaventati a causa della singolarità dell'azione, si impossessa della città senza scontro. Dopo aver ricostruito il ponte, che i nemici avevano tagliato nei giorni precedenti, trasporta l'esercito e lungo il fiume marcia verso Lutezia. I nemici, poiché avevano saputo l'accaduto da quelli che erano fuggiti da Meloduno, ordinano che Lutezia venga incendiata e che vengano tagliati i ponti; gli stessi, dopo essere partiti dalla palude, si fermano sulle rive del Sequana di fronte all'accampamento di Labieno.
Versione tratta da: Cesare
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Androclus servus in Africa erat sed, cotidianis verberibus ...
Androclo in Africa era uno schiavo ma, spinto in fuga dalle quotidiane frustate, poiché cercava un rifugio, si ritirò nel torrido deserto. Allora in un'ampia pianura trovò una grotta nascosta e piena di nascondigli e si nascose in quel luogo. Non molto dopo mezzogiorno giunse nella medesima grotta un leone, con una zampa malferma e insanguinata, emettendo lamenti e ruggiti che rivelavano il dolore e lo strazio della ferita. Androclo fu subito spaventato dal suo aspetto minaccioso, ma il leone, mite e mansueto, si avvicinò a lui e (gli) pose la zampa in grembo quasi intenzionato a chiedere aiuto. Allora Androclo, estrasse una enorme scheggia conficcata nella pianta della sua zampa e spremette il sangue infetto dalla ferita. Allora la bestia trovò pace, e da quel giorno per tre anni interi lo schiavo e il leone vissero in piena concordia. In seguito Androclo, spinto dalla speranza di libertà, lasciò il deserto. Catturato dai soldati e condotto a Roma dal suo padrone, fu condannato alla pena di morte e consegnato alle bestie. Ma nel circo, quando vide un leone che gli veniva contro, riconobbe l'immagine della bestia un tempo sua amica. Il leone, infatti, si avvicinò a lui mite e, memore dell'aiuto, poggiò il suo piede nel grembo di Androclo, mostrando fedeltà. Allora sia il servo che il leone furono liberati.
Versione tratta da: Gellio
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Caesari omnia uno tempore...
Cesare doveva fare tutte le cose contemporaneamente: bisognava issare il vessillo, che era il segnale di quando si doveva accorrere alle armi; bisognava dare il segnale con la tromba; bisognava richiamare i soldati dal lavoro (di fortificazione); bisognava mandare a chiamare coloro che erano avanzati un pò troppo lontano allo scopo di cercare materiale per il terrapieno; bisognava schierare l'esercito, incitare i soldati. La scarsità di tempo e l'incalzare dei nemici impediva la gran parte di queste cose. A fronte di queste difficoltà, due cose erano d'aiuto: la perizia e l'esperienza dei soldati, poiché, impratichitisi con le battaglie precedenti, potevano dirsi da soli cosa fosse necessario fare non meno bene di quanto potessero essere indirizzati da altri. I luogotenenti inoltre, per via della vicinanza e della velocità dei nemici, ormai non aspettavano nessun ordine di Cesare, ma disponevano da sé le cose che apparivano opportune. Cesare, ordinate le cose necessarie, corse da ogni parte per dare incitamento, e arrivò alla decima legione. Dopo aver esortato i soldati con un discorso non troppo lungo, dette il segnale di attaccare battaglia. E, partito verso l'altra parte, sempre per dare incitamento, andò incontro a coloro che combattevano.
Versione tratta da: Cesare