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Dopo che Creso, ricchissimo re della Lidia, aveva interrogato l'oracolo di Apollo, venne a sapere che il secondo dei due figli, di nome Ati, il più prestante per vivacità d'ingegno e per qualità del fisico, destinato alla successione dell'impero, sarebbe morto di spada, con una morte estremamente dolorosa. Pertanto, affinché fosse scongiurato il disastro annunciato, non smise mai di badare (a lui): poiché era solito che il giovane fosse inviato nelle guerre, Creso lo trattenne a casa, e poiché aveva un vastissimo arsenale, fornito con una gran quantità di armi di ogni genere, ordinò che pure questo fosse rimosso. Chiunque era addetto al palazzo, cinto di spada, ricevette il divieto di avvicinarsi. Tuttavia la necessità aprì la via al lutto: infatti, poiché un ferocissimo cinghiale, di straordinaria grandezza, distruggeva i campi coltivati del monte Olimpo, e poiché, a causa della rovina dei contadini e contro il singolare male, era stato implorato l'aiuto del re, il figlio ottenne piuttosto facilmente dal padre di essere mandato contro il la creatura mostruosa, poiché la severità (del padre) era riposta non nella paura dei denti, ma della spada. Ma il destino si rivelò più testardo dell'attenzione del padre: perché mentre tutti incalzavano il cinghiale con feroce fervore e scagliavano frecce contro la bestia, il più fedele tra i compagni, al quale dallo stesso Creso era stata affidata la tutela del figlio, per sbaglio deviò la lancia contro Ati.
Versione tratta da: Valerio Massimo
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Postquam Anxur in Volscis brevi tempore, neglectis die festo custodiis, receptum est,
Dopo che, Terracina, nei (territori) Volsci, poiché in una giornata festiva la sorveglianza era stata trascurata, fu recuperata in breve tempo, l'anno fu straordinario per l'inverno gelido e nevoso, a tal punto che le strade furono chiuse e il Tevere innavigabile. Sia per le intemperie del cielo, essendosi compiuto rapidamente un cambiamento in senso opposto, sia per qualche altro motivo, una estate pesante e rovinosa per tutti gli animali, sostituì il doloroso inverno. Dal momento che non si trovava né la causa, né la spiegazione di quel flagello irreparabile, per decreto del Senato furono consultati i libri Sibillini. I duumviri preposti alle cerimonie sacre, fatto allora per la prima volta nella città Romana un lettisternio, per otto giorni cercarono di placare Apollo, Latona e Diana, Ercole, Mercurio e Nettuno dopo aver imbandito i letti per tre giorni. Questo (rito) sacro fu celebrato anche privatamente. Con le porte spalancate in tutta la città e offrendo all'aperto il consumo comune di tutte le cibarie, narrano che ovunque forestieri, conosciuti e sconosciuti, venivano ospitati e si discorreva socievolmente e affettuosamente anche con i rivali. Furono rimosse in quei giorni anche le catene ai prigionieri, e in seguito non si giudicò opportuno incatenare di nuovo coloro ai quali gli déi stessi avevano concesso la libertà.
Versione tratta da: Livio
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Aulus legatus milites mense Ianuario ex hibernis in expeditionem evocat magnisque itineribus hieme aspera pervenit ad oppidum Suthul...
Il luogotenente Aulo richiama i soldati, nel mese di gennaio, dai quartieri invernali, per una spedizione, e durante il rigido inverno, a marce forzate, arriva alla città di Suthul, dov'erano i tesori del re. E sebbene questa (città) non poteva essere né assediata, né conquistata, a causa dell'inclemenza del clima e della vantaggiosità del luogo, tuttavia, o per fingere, al fine di mettere paura al re, oppure acciecato dal desiderio di impadronirsi dei tesori della città, fece avanzare le vinee (- le vinee sono delle macchine da guerra) e realizzare un terrapieno, e procedette alle altre operazioni che potessero essere di utilità all'impresa. Ma Giugurta, scoperta la presunzione e l'inettitudine del luogotenente, fece subdolamente crescere la sua pazzia, mandò ambasciatori supplicanti, guidò di persona l'esercito per luoghi boscosi e sentieri, come per evitarlo. A notte fonda, all'improvviso, una massa di Numidi accerchiò l'accampamento di Aulo. I soldati Romani, scossi dall'insolita confusione, prendono alcuni le armi, alcuni si nascondono, una parte rassicura quelli spaventati, si affannano in tutti i luoghi. Il centurione primipilo della terza legione, poiché era stato corrotto dal re, lasciò ai nemici lo spazio per entrare attraverso fortificazione che aveva ricevuto da difendere (lett. : "perché la difendesse"), e per di là, tutti i Numidi fecero irruzione. I nostri, con una fuga vergognosa, i più dopo aver gettato le armi, occuparono il colle più vicino.
Versione tratta da: Sallustio
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La formica risponde con grande assennatezza: I banchetti delle dee sono sicuramente piacevoli, se sei invitata; tu di sicuro frequenti gli altari, ma sei sempre scacciata dalle sacerdotesse. Non siedi soltanto sulla testa delle regine, ma anche sulla sporcizia disgustosa. Non lavori, e di certo, con la tua pigrizia, non accumuli ricchezza: infatti assaggi le uve sulle tavole, ma la tua vita viene terminata con grande ignominia dal crudele freddo invernale: infatti non possiedi né una mirabile villa, né una piccola capanna. Le formiche, invece, con grande diligenza, accumulano abbondanza di briciole, abitano con concordia una casa comune, come una fattoria di campagna, e conducono sempre una vita piacevole e felice. Come indica la favola, l'insolenza e la superbia vengono sempre punite.
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Num te cum haec pro salute rei publicae tanta gessisses fortunae tuae num amplitudinis num claritatis num gloriae paenitebat?..
Forse tu, dopo aver compiuto imprese tanto grandi in difesa della salvezza dello Stato, ti rammaricavi della tua buona sorte, della grandezza, della celebrità, della gloria? Da dove, dunque, improvvisamente codesto cambiamento tanto grande? Infatti non ho mai constatato in te nulla di squallido, nulla di basso: ho conosciuto la tua determinazione. E magari tu fossi riuscito ad evitare il sospetto, così come (hai evitato) la colpa! Quella cosa temo maggiormente: che tu, poiché non conosci il vero cammino della gloria, ritenga motivo di gloria che tu da solo abbia più potere di tutti, e preferisci essere temuto dai tuoi concittadini piuttosto che essere amato. Perché, se pensi così, non conosci per niente la via della gloria. Magari, o M. Antonio, tu ti ricordassi di tuo nonno! Riguardo al quale, tuttavia, hai ascoltato molte cose da me, e per giunta spessissimo. Forse tu ritieni che egli abbia voluto guadagnarsi l'immortalità per essere temuto per via della disinvoltura nell'uso delle armi? Era quella la vita, era quella la buona sorte: essere uguale a tutti gli altri in fatto di libertà, (essere) il primo in fatto di credito. Così, al fine di lasciar perdere i successi di tuo nonno, preferirei il suo dolorosissimo ultimo giorno, al regime di L. Cinna, dal quale egli venne ucciso in maniera estremamente spietata.
Versione tratta da: Cicerone