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Annibale si era scontrato con il console P. Cornelio Scipione presso il Rodano e lo aveva respinto. Con costui combattè a Clastidio presso il Po e lo lasciò andare da lì dopo averlo ferito e messo in fuga. Per la terza volta Scipione, insieme al collega Tiberio Longo, gli andò incontro presso il Trebia. Combattè con costoro e sconfisse costoro senza grande perdita dei suoi. Da lì, attraverso il territorio dei Liguri oltrepassò l'Appennino, dirigendosi verso l'Etruria. Durante il viaggio tuttavia, fu colpito da una grave malattia degli occhi e, ammalato, veniva portato in lettiga. Nonostante ciò Annibale uccise il console C. Flaminio con le sue truppe presso il Trasimeno, dopo averlo circondato e non molto dopo (uccise) il pretore C. Centenio che occupava i valichi insieme a soldati scelti. Lì gli si fecero incontro i consoli C. Terenzio ed L. Emilio. In una unica battaglia Annibale mise in fuga le loro truppe e uccise il console Paolo e inoltre molti ex consoli.
Versione tratta da: Cornelio Nepote
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Un cavallo beveva in una pozzanghera. Giunge però un cinghiale feroce, entra nella pozzanghera, e smuove l'acqua. Il cavallo permaloso è turbato dall'ira, e rimprovera il cinghiale con parole dure, ma invano: il cinghiale smuoveva in continuazione l'acqua con molta insolenza. Allora, il cavallo, adirato, chiede aiuto al padrone della fattoria più vicina; prende l'uomo sul dorso, e lo porta contro il suo avversario. Il cinghiale testardo viene ucciso dalle frecce dell'uomo, e viene appoggiato sul dorso del cavallo. Allora l'uomo dice: Sono felice per la mia buona sorte, poiché tu chiedevi il mio aiuto: ora ho uno straordinario bottino, e un servitore adatto alla mia fattoria. Dunque il cavallo viene legato con i freni e con le briglie. Allora il cavallo triste dice: Da sciocco, chiedevo una vendetta dannosa, poiché l'uomo non solo uccideva il cinghiale, ma ora è il padrone anche della mia vita. D'ora in poi non sarò libero, ma schiavo. Con la favola, Esopo ammonisce gli uomini iracondi: dall'ira smodata viene generata la follia, la quale è spesso causa di rovina.
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Ancora due profezie le Arpie ed Eleno.
Nelle isole delle Arpie, ad Enea ed ai compagni viene rivelato il terzo oracolo: Sulle coste del Lazio, per via della penuria di cibo, sarete costretti a mangiare le mense. Dalle sudice isole, i Troiani approdano in Epiro, e arrivano a Butroto, perché la città è governata dal Troiano Eleno, insieme ad Andromaca. Eleno preannuncia ad Enea queste cose: Percorrerai il vasto mare, e a lungo vagherai in mezzo al mare. Per prima cosa fermati in Sicilia, poi procederai verso Cuma, e ti ingrazierai la Sibilla con parole dolci e con lusinghe: infatti, insieme alla Sibilla, scenderai da solo sotto la terra, e passerai in rassegna gli Inferi. Alla fine arriverai, insieme ai compagni, alle coste ridenti del Lazio e, nel luogo in cui vedrai una scrofa con trenta piccoli, fonderai una nuova città, che chiamerai Lavinio, da Lavinia, la figlia di Latino.
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Longius videtur recessisse a proposito oratio mea at mehercules rem ipsam premit. Nam si tu animus rei publicae...
Sembra che il mio discorso abbia deviato un pò troppo lontano dallo scopo prefisso, ma, per Ercole, riguarda da vicino l'argomento. Infatti, se tu sei l'anima del tuo Stato, ed esso (lo Stato) è il tuo corpo, senz'altro vedi bene quanto ti sia necessaria la clemenza; infatti, mentre sembra che risparmi (nel senso di: "mentre sembra che hai pietà di, che salvi la vita a ") il prossimo, risparmi te stesso. Quindi si devono risparmiare anche i cittadini degni di biasimo, non diversamente da membra malate. Infatti la clemenza è certamente secondo natura per tutti gli esseri umani, ma è onorevole soprattutto per gli imperatori. Quanto nuoce, infatti, la crudeltà personale? Però la crudeltà degli imperatori è guerra! La magnanimità si addice a qualsivoglia essere umano; questa magnanimità, tuttavia, ha uno spazio più ampio nella buona sorte. La clemenza, in qualsiasi casa sarà entrata, l'assicurerà felice e tranquilla, ma in una reggia essa sarà tanto più straordinaria, in quanto è più rara. Ad una grande sorte si addice un animo grande; ed è caratteristico di un animo grande essere calmo e tranquillo e, dall'alto, non curarsi dei torti e delle offese.
Versione tratta da: Seneca
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Tullius s. Terentiae et Tulliolae et Ciceroni suis. Ego minus saepe do ad vos litteras quam possum propterea quod cum omnia mihi tempora …
Tullio dice salve ai suoi Terenzia, Tulliola e Cicerone. Consegno (al corriere) lettere per voi il meno spesso che posso, perché, sebbene tutti i miei momenti siano infelici, tuttavia, quando scrivo a voi, oppure quando leggo le vostre lettere, vengo sopraffatto dalle lacrime, al punto che non lo riesco a sopportare. Perché magari fossimo stati meno desiderosi di vita! Certamente nella vita non avremmo visto niente di male o non molto. Perché se la sorte ci ha destinato a qualche speranza di recuperare un giorno qualche agio, allora da parte nostra si è sbagliato meno. Se questi mali sono definitivi, io allora desidero vedere te al più presto, o vita mia, e morire in un tuo abbraccio, perché né gli dèi, che tu hai venerato in maniera scrupolosissima, né gli uomini, per i quali io mi sono sempre adoperato, ci hanno dimostrato riconoscenza. Noi siamo stati per tredici giorni a Brindisi, presso M. Lenio Flacco, un uomo ottimo, che per la mia salvezza ha trascurato il pericolo dei suoi beni e della sua vita. Magari noi potessimo prima o poi rendergli grazie! Due giorni prima delle Calende di Maggio siamo partiti da Brindisi. Attraverso la Macedonia ci dirigevamo a Cizico.
Versione tratta da: Cicerone