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Nel territorio dei Cimmerii, all'interno di un monte cavo, c'è una grotta buia, dimora e rifugio del pigro Sonno. Lì il sole non può mai entrare con i suoi raggi, né gli uomini giungono con strada alcuna in quei luoghi; dalla terra emanano nuvole miste di caligine e ombre di luce incerta. Lì i galli (lett. gli uccelli crestati) non cantano, né i cani preoccupati o le anatre rompono i silenzi con la voce; non ci sono greggi, né stalle con buoi o maiali. I rami non sono mossi dal vento, né risuonano gli schiamazzi della lingua umana. Una muta quiete abita sempre i luoghi. Tuttavia, nella campagna, da un sasso sgorga un fiume d'acqua, il Letè, le onde del quale, con il gorgogliare, conciliano i sonni. Dovunque verdeggiano rigogliosi papaveri, e innumerevoli fiori ed erbe. La dimora non ha la porta, nessun custode sulla soglia. Ma, al centro della grotta, c'è un letto con un materasso di ebano, ricoperto da una coperta soffice e scura: lì dorme il dio sonno, parente del grande Giove. Effimeri sogni sono disseminati dovunque.
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Il legato entra nell'accampamento attraverso la porta Decumana e arriva direttamente nel pretorio. Nel frattempo gli instancabili legionari fortificano le roccaforti, costruiscono un terrapieno, scavano un fossato. I fabbri della centuria preparano con grande maestria straordinarie macchine da guerra. Prontamente viene preparato lo scontro. Infine il valoroso vessillifero (colui che porta le insegne) comincia a trasportare le insegne contro i Galli e, subito dopo, viene colpito con le frecce degli arcieri e giace a terra esanime. Dal terrapieno immediatamente sbucano i legionari e attaccano la fortezza. Gli arcieri, al suono della tromba, scagliano le frecce, i legionari, con grande coraggio, combattono la battaglia. Ma i cittadini giungono in soccorso e cambiano la sorte della battaglia. Allora vengono fatti avanzare nello scontro i veterani ed offrono aiuto ai compagni. A causa dello scontro sfavorevole, i Galli chiedono la tregua agli ambasciatori dei Romani.
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Enea giunge in Italia dalle coste dell'Asia e fonda la città di Lavinio. Ma il racconto è lungo e qui viene narrato solo il principio. A causa della distruzione di Troia un piccolo numero di Troiani, con i figli e i servi, deve lasciare la patria. Guida il gruppo Enea, figlio di Venere e Anchise, uomo giusto e devoto. Le imbarcazioni dei fuggiaschi si dirigono in primo luogo verso la Tracia, poiché è ritenuta una terra sicura e feconda. Dalla Tracia vengono scacciati da un presagio nefasto; allora giungono a Delo, presso l'antichissimo tempio di Febo (Apollo) e ascoltano le profezie del dio: dai profughi deve essere ricercata l'antica madre. In un primo momento l'isola di Creta è creduta la terra indicata dall'oracolo, poiché Teucro, antenato di Priamo, era giunto per primo da Creta nell'Asia. Fondano una città, costruiscono le fortificazioni, ma una improvvisa pestilenza e la mancanza di cibo si accaniscono contro i Troiani. Enea, con grande afflizione decide di ritornare a Delo e di consultare una seconda volta l'oracolo. In base al nuovo responso di Apollo, i Troiani si dirigono verso la terra Esperia.
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La Sicilia è una provincia Romana, isola piacevole e ridente. Presso le coste della Sicilia ci sono le piccole capanne dei marinai, ma nell'isola vi sono anche agricoltori. La terra offre agli abitanti abbondanza di uva e di olive. Nell'isola ci sono anche boschi, ma non ci sono belve feroci. Le donne visitano spesso gli altari sacri a Diana sotto gli alberi. I contadini uccidono vittime per le dee. I poeti celebrano le fanciulle dell'isola. Non solo il coraggio dei marinai, ma anche la laboriosità dei contadini è celebre. I forestieri lodano la parsimonia e la diligenza degli abitanti e si fermano volentieri in Sicilia.
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All'improvviso il fanciullo arde con una nuova e straordinaria passione e ama il fanciullo che vede, poiché non riconosce l'immagine e non comprende. Desidera se stesso, ama se stesso ed è logorato dall'eccesivo desiderio. Si sdraia a terra e contempla sia gli occhi, simili alle stelle del cielo, sia la chioma, degna di Bacco sia le gote, sia il collo eburneo, sia le rosse labbra sul pallido volto. Dà alcuni baci vani all'acqua ingannevole del fiume, immerge spesso inutilmente le braccia: infatti non afferra mai l'immagine; l'animo del fanciullo è illuso, gli occhi sono ingannati. Infine muore e le ninfe costruiscono per il fanciullo una pira. Ma le membra svaniscono e, con un prodigio sorprendente dalla terra nasce un fiore giallo, che ha foglie chiare e infatti attualmente è chiamato narciso.