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Il luogotenente, tramite i prigionieri, prende conoscenza con certezza dei luoghi: dunque sceglie un luogo adatto all'accampamento, ed ordina di piazzare l'accampamento. Per prima cosa, dai legionari viene scavato un fossato largo e profondo, poi, i soldati del genio costruiscono una palizzata grande e robusta dietro al fossato, e la fortificano con punte e forche. Vengono anche costruiti i fortini delle guarnigioni, e, sul muro, vengono disposte le guardie. All'interno della palizzata, vengono tracciati, con grande accuratezza, il cardo e il decumano, e vengono fortificati; vengono aperte la porta decumana e la pretoria, vengono piazzate le tende e il pretorio. Vengono scelte le sentinelle, e le salmerie vengono ammassate in un luogo segreto nel granaio. Le armi e le frecce per i legionari erano a portata di mano, i soldati del genio, invece, costruiscono con grande impegno catapulte e macchine da guerra. Il luogotenente, alla fine, entra nell'accampamento attraverso la porta decumana, e passa in rassegna i legionari presso il pretorio. Ora le truppe dei Romani sono pronte, e possono attaccare battaglia.
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Cicero f. Tironi suo dulcissimo s. Cum vehementer tabellarios exspectarem cotidie, aliquando venerunt post diem quadragesimum et sextum...
Cicerone dice salute al suo carissimo Tirone. Mentre io, ogni giorno, attendevo ansiosamente i corrieri, alla fine sono arrivati, quarantasette giorni dopo che erano andati via da voi. L'arrivo di costoro è stato per me graditissimo. Infatti, sebbene io abbia ricevuto una enorme gioia da una lettera del mio gentilissimo e carissimo padre, tuttavia la tua piacevolissima lettera mi ha arrecato un sovrappiù di contentezza. E dunque, io non mi pentivo più di aver fatto una sospensione della scrittura, ma piuttosto me ne rallegravo; infatti, dal silenzio delle mie lettere, ricavavo il grande frutto della tua gentilezza. Mi rallegro intensamente, dunque, che tu abbia accettato la mia richiesta di scuse senza indugi. Quanto al fatto che tu prometti che sarai l'esaltatore del mio buon nome, è lecito che tu lo faccia con animo determinato e tenace. Infatti, gli errori della mia epoca mi hanno arrecato un dolore ed un tormento tanto grande che non solo l'animo sente avversione per i fatti, ma anche le orecchie sentono avversione per il ricordo. Per me è noto e acclarato che tu sei stato partecipe di questa preoccupazione e di questo dolore. Ti chiedo che mi venga mandato il più velocemente possibile un copista, e soprattutto che sia Greco. Infatti, nella scrittura degli hypomnemata, mi viene sottratto molto lavoro. Vorrei che tu in primo luogo avessi cura di star bene.
Versione tratta da: Cicerone
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Il re Tarquinio, poiché desiderava blandire gli animi dei cittadini Romani con un bottino e con delle ricchezze, dichiarò guerra ad Ardea, la ricca città dei Rutuli. Poiché la città era stretta in un lungo assedio, i giovani nobili consumavano il tempo libero nei banchetti e nella baldoria. Un giorno, cenavano tutti presso Sesto Tarquinio, e capitò, per caso, un cenno sulle mogli: ciascuno cominciò ad elogiare in modi mirabili la sua; alla fine Tarquinio Collatino disse: In poche ore conosceremo senz'altro la virtù della mia Lucrezia. Montate a cavallo, o amici, e correte con me a Roma: la virtù delle mogli sarà messa alla prova con l'inatteso arrivo dei mariti. I giovani giunsero a Roma sul far della sera, e subito si diressero verso Collazia. Lì trovarono le donne in banchetto con i coetanei, eccetto Lucrezia, moglie di Collatino, la quale, a notte tarda, tesseva la lana al centro della casa, tra le ancelle. La lode della gara delle donne spettò a Lucrezia, e il marito vincitore invitò amichevolmente a cena tutti gli altri giovani.
Versione tratta da: Livio
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Presso il popolo dei Romani vengono adorati molti dei: i Romani infatti immolano spesso vittime sugli altari degli dei, dedicano templi agli dei e alle dee, ordinano degli spettacoli sacri. Viene venerato Saturno, dio della terra e dei campi. Rea invece è la madre della terra e degli dei. I Romani attribuiscono il dominio delle acque a Nettuno, figlio di Saturno e Rea: quindi i templi di Nettuno vengono costruiti presso le spiagge in luoghi ameni. Eolo, re dei venti, viene spesso invocato dai marinai. Anche Giove e Giunone sono figlio e figlia di Saturno: Giove, signore dei cieli, governa il regno degli dei, Giunone e ritenuta la regina delle dee. Minerva, protettrice di Atene, è onorata anche dai Romani con vittime e sacrifici, non solo per la sua saggezza, ma anche per l'abilità di guerra: infatti Minerva protegge l'esercito e le truppe e procura un felice esito delle battaglie.
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Timoleon cum aetate iam...
Timoleonte, quando si era già spinto avanti con gli anni, senza alcuna malattia, perse la vista. Egli sopportò questa disgrazia con tanta serenità, che nessuno lo sentì mai di lamentarsi, né, per quello, partecipò meno alle attività pubbliche e private. Inoltre, dalla sua bocca non uscì mai nulla né di insolente, né di presuntuoso. Egli, peraltro, sentendo che venivano celebrate le sue lodi, non disse mai altro se non che egli, in quella questione, rendeva soprattutto grazie agli dèi. Affermava, infatti, che nessuna delle cose umane poteva essere compiuta senza il favore degli dèi. Per via della sua nobiltà d'animo, avvenne che l'intera Sicilia considerasse il suo compleanno come una festività. A costui, un certo Lafistio, uomo saccente e irriconoscente, un giorno volle imporre di comparire in giudizio. Poiché erano accorsi in moltissimi, che si accingevano a reprimere con la forza l'impudenza dell'uomo, Timoleonte supplicò tutti di non farlo, disse, infatti, che egli aveva affrontato le più grandi fatiche e i peggiori pericoli, affinché quella cosa fosse lecita per chiunque; disse, infatti, che questa era la quintessenza della libertà: se a tutti fosse concesso di rimettere alle leggi ciò che ciascuno volesse. Egli medesimo, quando un tale di nome Demeneto, durante qualche assemblea del popolo, aveva inveito contro Timoleonte, disse di aver sempre chiesto questo agli dèi immortali, di poter restituire ai Siracusani una libertà siffatta, nella quale a chiunque fosse concesso di parlare liberamente di chiunque volesse.
Versione tratta da: Cornelio Nepote