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Propter caedem apud Algidum...
Così grande era il terrore arrecato a Roma a causa della strage presso l'Algido, che i senatori pensavano che nella città si dovessero tenere delle sentinelle, e che ordinarono che, tutti quelli che per età fossero in grado di imbracciare le armi, custodissero le mura e formassero delle stazioni di guardia in difesa delle porte, che l'accampamento fosse trasferito da Fidene nel territorio Sabino, e che, con un'iniziativa spontanea di guerra, i nemici venissero dissuasi dalla decisione di attaccare Roma. I decemviri, nel frattempo, mandano a fare esplorazioni, allo scopo di prendere un luogo per l'accampamento, L. Siccio, il quale, per via dell'ostilità nei confronti dei decemviri, con discorsi segreti diffondeva tra i soldati le proposte di eleggere dei tribuni e di una ribellione. Ai soldati che avevano mandato come compagni nella sua spedizione, viene invece affidato il compito di ucciderlo dopo averlo aggredito in un luogo adatto. Non lo uccisero senza che si vendicasse: infatti, intorno a lui che faceva resistenza, caddero alcuni degli attentatori, mentre quello, fortissimo, e di un coraggio pari alle forze, pur circondato, si difendeva. Dopo che una coorte fu partita, col permesso dei decemviri, per seppellire coloro che erano caduti, e dopo che i soldati ebbero visto Siccio che giaceva armato nel mezzo, e tutti i cadaveri rivolti verso di lui, e dei nemici né alcun cadavere, né le orme di quelli che se ne andavano, riportarono il corpo, raccontando che, senz'altro, era stato ucciso dai loro.
Versione tratta da: Livio
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Chi viene elogiato con parole ingannatrici e gioisce, presto sconta la pena con un doloroso pentimento. Un corvo sottrae un pezzo di formaggio da una finestra, e si siede su un alto faggio col bottino. Una piccola volpe vede il corvo, e lo elogia così: Quanto sono belle le tue penne, che bell'aspetto! La tua voce è senz'altro chiara e limpida! Il corvo sciocco desidera mostrare la sua voce: perciò apre il becco, e lascia andare il formaggio. La piccola volpe ingannatrice ruba immediatamente il bottino e, avida, lo divora. Allora, alla fine, lo stupido corvo si duole.
Versione tratta da: Fedro
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Numquam ante arbitror te epistulam meam legisse nisi mea manu scriptam ...
Ritengo che tu non hai mai letto una mia lettera se non scritta di mia mano. Da ciò potrai comprendere da quanto lavoro io venga tenuto occupato: infatti, dal momento che non ho affatto tempo libero, e dal momento che, allo scopo di curare la voce, ho necessità di camminare, ho dettato queste cose camminando. Per prima cosa, dunque, io voglio che tu sappia che Pompeo si pente fortemente della sua condizione, e che desidera essere restaurato in quella posizione dalla quale è decaduto, e di tanto in tanto chiede a me una soluzione, che io non riesco a trovare. Quanto a me, partecipo alle assemblee pubbliche, e mi sono dedicato con tutto me stesso all'attività forense. Ma Clodio mi minaccia paure non piccole. Per questa ragione, se mi vuoi bene tanto quanto certamente me ne vuoi, corri qui. Non si può credere quanto io faccia affidamento sui tuoi consigli e sulla tua assennatezza, sul tuo affetto e sulla tua lealtà. Dunque a me interessa moltissimo che tu sia a Roma il prima possibile. Fa' in modo di star bene.
Versione tratta da: Cicerone
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Mentre i nostri resistevano a loro volta, i nemici, secondo la loro abitudine, saltarono giù da cavallo e, dopo aver trafitto i cavalli da sotto e dopo aver disarcionato parecchi dei nostri, misero gli altri in fuga e li incalzarono terrorizzandoli al punto che non desisterono dalla fuga prima di essere giunti al cospetto del nostro esercito. In una sconfitta così grande viene ucciso un valente giovane Gallo, Pisone Aquitano, di nobili natali: suo nonno aveva detenuto il potere sulla sua popolazione, giudicato amico del popolo Romano dal nostro senato. Non appena Pisone vide il fratello mentre combatteva tra i soldati delle prime file accerchiato dai nemici, immediatamente, spronato il cavallo, si diresse verso la prima fila e, con straordinario coraggio, sottrasse dal pericolo il fratello ormai ferito. Poi, mentre si allontanavano, accadde per caso che Pisone, ferito da una freccia, fosse disarcionato dal suo cavallo e fosse improvvisamente accerchiato dai nemici: dopo aver ricevuto molti colpi e mentre combatteva valorosamente, fu ucciso. Inoltre il fratello, non appena si accorse della sorte di Pisone, andò di nuovo incontro ai nemici per soccorrere il fratello e morì vicino al suo cadavere.
Versione tratta da: Cesare
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Dopo aver letto attentamente la lettera, Domizio, comunica in consiglio che Pompeo sarebbe giunto presto in loro aiuto ed esorta i suoi a non perdersi d'animo e a preparare tutte le cose che siano utili per difendere la città. Egli stesso (Domizio), in un colloquio segreto con pochi suoi intimi, stabilì di prendere la decisione della fuga. Dal momento che il volto di Domizio non s'accordava con le sue parole ed egli in ogni suo atto agiva con troppa esitazione e timidezza rispetto al suo solito comportamento dei giorni precedentie (dato che) parlava molto più del solito in segreto con i suoi, ed evitava le assemblee e le riunioni di uomini, non si poté per troppo tempo nascondere e dissimulare la cosa. Pompeo infatti aveva risposto di non avere intenzione di trascinare la situazione alle estreme conseguenze e Domizio non si era recato a Corfinio per sua scelta o per sua volontà.
Versione tratta da: Cesare