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C. Plinius Traiano imperatori. Interim, in iis qui ad me tamquam Christiani deferebantur hunc sum secutus modum...
C. Plinio all'imperatore Traiano. Nel frattempo, con quelli che mi venivano denunciati come cristiani, ho seguito questo metodo. Ho chiesto loro se fossero Cristiani. Quelli che confessavano, li ho interrogati una seconda volta, ed una terza volta, minacciando la pena di morte: quelli che perseveravano, ho ordinato che fossero mandati a morte. Non avevo dubbi, infatti, che qualunque cosa fosse quella che confessavano, la perseveranza e l'inflessibile ostinazione dovessero essere punite. Ce ne furono alcuni di follia simile, i quali, poiché erano cittadini Romani, ratificai che fossero da rimandare a Roma. Peraltro dichiaravano che questa era stata l'essenza sia della loro colpa, sia del (loro) errore: il fatto di essere soliti riunirsi in un giorno stabilito, prima dell'alba, e dire una preghiera a Cristo come se fosse un dio, e (dire) l'uno all'altro, per giuramento, di non macchiarsi di qualche delitto, di non commettere furti, né ruberìe, né adultèri, di non venir meno alla parola data, e di non rifiutare la restituzione di un prestito, quando richiesti. Portate a termine queste cose, avevano avuto l'abitudine di andar via, e di riunirsi di nuovo per mangiare del cibo, in ogni caso comune e innocuo. Ho creduto necessario chiedere a due ancelle, che venivano definite "servitrici", cosa ci fosse di vero, anche per mezzo di torture. Non ho trovato nient'altro che una superstizione degenere e smisurata. Perciò, dopo aver rimandato l'indagine, sono corso a consultarti.
Versione tratta da: Plinio il Giovane
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Agri culturae Germani non student, et magna pars eorum victus in lacte, caseo, carne consistit....
Non si dedicano all'agricoltura e gran parte del loro nutrimento consiste in latte, formaggio e carne. Non hanno un confine reale di terreno o una proprietà esclusiva, ma i magistrati e i sovrani assegnano ogni anno alle famiglie e ai parenti degli uomini un campo in quantità idonea e, dopo un anno, li costringono a cambiare luogo. Le molte ragioni di questo sistema vengono esposte: affinché non cambino, presi dalla costante abitudine, la vocazione della guerra con l'agricoltura; affinché non cerchino di procurarsi territori più ampi e affinché i più ricchi non caccino gli umili dai possedimenti; affinché non costruiscano edifici stabili contro le temperature fredde e calde; affinché non venga accresciuta la bramosia di denaro e per questo motivo nascano nella popolazione partiti e screzi; affinché i potenti frenino con imparzialità d'animo la plebe, vedendo che le loro ricchezze sono uguagliate con quelli (più potenti). Una grande qualità, per le comunità, è avere attorno a sé spazi vuoti: questo reputano esclusivo della qualità: non concedere agli altri di trattenersi presso di sé.
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Innumeris annis post Troiam captam, centesimo et vicesimo quam Hercules ad deos excesserat, Pelopis...
Innumerevoli anni dopo la presa di Troia, nel centoventesimo anno da quando Ercole si era innalzato agli dei, la discendenza di Pelope, dopo che per tutto questo tempo, espulsi gli Eraclidi, aveva detenuto il dominio del Peloponneso, viene scacciata a sua volta dalla progenie di Ercole. Come comandanti per recuperare il regno, furono scelti Temeno, Cresfonte, Aristodemo. Quasi nello stesso periodo Atene cessò di essere sotto i re: e l'ultimo fu Codro, figlio di Melanzio. Poiché gli Spartani opprimevano gli Attici con una guerra violenta e poiché Apollo Pizio aveva risposto che sarebbero risultati vincitori coloro il cui comandante sarebbe stato ucciso dal nemico, Codro, deposta la veste regia, indossò un abito da pastore, si avvicinò all'accampamento dei nemici sotto la veste di un umile contadino che raccoglieva la legna. Dopo che di proposito ebbe suscitato la collera delle sentinelle con dure parole, e dopo che la questione era passata volontariamente alle mani, venne ucciso. Codro, con la sua morte (ottenne) la gloria eterna, gli Ateniesi ottennero la vittoria.
Versione tratta da: Velleio Patercolo
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At Sex. Tarquinium mala libido Lucretiae propter formam et spectatam castitatem cepit: ergo iuvenis paulo post Collatiam
Ma un desiderio inappropriato di Lucrezia, per via della bellezza e della castità osservata, si impadronì di Sesto Tarquinio: così il giovane, poco dopo, si recò di nuovo a Collazia durante la notte, con un solo compagno, aggredì Lucrezia con la spada, e manifestò alla donna il suo amore. Poiché né con le parole, né con la forza riuscì a piegare l'ostinato animo di Lucrezia, alla paura aggiunse il disonore: Io ti ucciderò, e poi, vicino al tuo corpo, porrò il cadavere nudo di uno schiavo: tutti penseranno ad un turpe adulterio. Così, grazie alla paura del disonore, la depravazione vinse l'ostinata pudicizia. Lucrezia, triste per una sventura così grande, inviò un messaggero al padre a Roma, e ad Ardea al marito: Venite rapidamente insieme ad amici fidati: è capitato un episodio tremendo. Quando il marito e il padre furono presenti, trovarono Lucrezia malata nel letto. Allora la donna disse: O Collatino, le tracce di un uomo estraneo sono nel tuo letto; ma solo il corpo è stato violato, l'animo è innocente; la morte ne sarà testimone.
Versione tratta da: Livio
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Tiberio principe perlustrata armis tota Germania est victae gentes paene nominibus incognitae...
Mentre era imperatore Tiberio, l'intera Germania venne attraversata con le truppe, e vennero sconfitte popolazioni dai nomi pressoché sconosciuti. Non posso impedire a me stesso di mescolare, alla enorme grandezza delle imprese, questo episodio. Dopo che avevamo occupato con l'accampamento la riva occidentale del fiume Albi, mentre la riva orientale risplendeva della gioventù armata dei nemici, uno tra i barbari, piuttosto vecchio di età, ragguardevole di corporatura, eminente per posizione sociale, montò su uno scafo scavato da un tronco di legno, e, governando da solo questo genere di imbarcazione, avanzò fino al centro del fiume, quindi chiese che gli venisse permesso di sbarcare senza pericolo su quella riva che noi occupavamo con le truppe, e di vedere l'Imperatore. A colui che chiedeva venne concesso il permesso. A quel punto, una volta attraccata la zattera, e dopo aver a lungo osservato l'Imperatore in silenzio, disse: Senz'altro delira la nostra gioventù, la quale, sebbene veneri la vostra divinità quando non ci siete, ora che siete presenti teme le vostre armi, invece di rispettare la devozione. Ma io, per tua concessione, e grazie al tuo permesso, o Imperatore, io oggi ho visto quegli dèi che precedentemente sentivo, e non ho mai desiderato, né sperimentato, alcun giorno più felice della mia vita. Dopo che ebbe ottenuto di toccare la mano (di Tiberio), ritornato nella piccola imbarcazione, guardando indietro l'Imperatore senza mai smettere, approdò alla riva dei suoi.
Versione tratta da: Velleio Patercolo