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Sospetti e paure dei concittadini sulla condotta di Alcibiade.
Dopo che ad Atene fu ristabilita l'indipendenza, la gioia di Alcibiade non fu duratura. Infatti, dopo che gli furono assegnate le migliori cariche e quasi tutto lo stato, in pace e in guerra, era stato consegnato sotto l'autorità di lui solo, con un'ingente flotta fu condotto in Asia, affinché riducesse Cime, città ricca, in potere di Atene. Ma poiché l'inefficace spedizione veniva prolungata, i suoi nemici persuasero gli Ateniesi che Alcibiade conducesse l'impresa negligentemente o astutamente. I più ormai ritenevano (strano) che lo straordinario comandante, fornito di eccellente valore e di estrema risoluzione, non avesse ancora portato a termine una guerra così mediocre. Pochi dichiaravano apertamente che egli era stato corrotto da re dei Persiani affinché non conquistasse Cime, molti, in realtà, ricordavano che già nella guerra del Peloponneso si era consegnato agli Spartani e aveva tradito la patria.
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Ricevuti auspici favorevoli, C. Ponzio, dopo aver fatto uscire l'esercito, di nascosto colloca l'accampamento vicino a Caudio. Da qui invia verso Calazia, dove sentiva che c'erano ormai i consoli Romani e l'accampamento, dieci soldati vestiti in abito da pastori vicino alle guarnigioni Romane e ordina che, pascendo le pecore, chi in un luogo, chi in un altro, cadano intenzionalmente nelle mani dei nemici. Infatti raccomanda loro che, interrogati dai Romani circa i piani dei Sanniti, rispondano tutti la stessa cosa: che le legioni dei Sanniti si trovano in Apulia, che assediano Luceria con tutte le truppe, e che la resa non è lontana. Lo scaltro piano di Ponzio riuscì con successo: sebbene la diceria dell'assedio diffusa intenzionalmente in precedenza, era giunta ai Romani, i prigionieri nondimeno ne aumentarono la credibilità, poiché la versione di tutti corrispondeva. La grande apprensione che tutta l'Apulia non venisse sconvolta, indusse i Romani a fornire subito aiuto ai Lucerini, giusti e fedeli alleati: quindi ci fu una consultazione circa la strada attraverso cui giungere a Luceria.
Versione tratta da: Livio
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Quid praeterea novi? Quid? Nam et charta adhuc superest et dies feriatus patitur plura contexi. Rem atrocem nec tantum...
Cosa ho saputo in più? Cosa? Infatti da una parte (mi) avanza un foglio, e dall'altra il giorno festivo consente che siano raccontate più cose. Larcio Macedone, un ex pretore, per il resto un padrone arrogante e crudele, il quale ricordava poco, o anzi troppo, che suo padre era stato schiavo, ha subito dai propri schiavi una cosa atroce e degna non solamente di una lettera. Veniva lavato nella villa di Formia. Improvvisamente gli schiavi lo accerchiano. Uno gli prende la gola, uno colpisce il volto, un altro ancora percuote il petto e la pancia; e quando l'hanno considerato morto, l'hanno gettato sopra il pavimento incandescente, per verificare se fosse in vita. Egli, un pò perché non sentiva, un pò perché fingeva di non sentire, immobile e steso a terra, rafforzò la convinzione della morte avvenuta. A quel punto, finalmente, viene portato fuori, pressoché ucciso dal calore; lo raccolgono gli schiavi più fedeli, le concubine si precipitano con urla e schiamazzi. Così, un pò risvegliato dalle voci, un pò rinfrancato dalla frescura del luogo, sollevato lo sguardo e scosso il corpo, rivela di essere vivo. Gli schiavi fuggono, la maggior parte di costoro è stata catturata, i rimanenti sono ricercati. Egli, tenuto in vita a stento per pochi giorni, è morto non senza il conforto della vendetta, vendicato quindi da vivo, nella stessa maniera in cui sono soliti (essere vendicati) coloro che sono stati assassinati.
Versione tratta da: Plinio il Giovane
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Cum Lysander, praefectus classis, in bello multa crudeliter avareque fecisset...
Poiché Lisandro, prefetto della flotta, in guerra aveva compiuto molte cose spietatamente e avidamente e temeva la punizione ei suoi misfatti da parte dei cittadini, chiese a Farnabazo di testimoniare agli efori (magistrati) in suo favore che egli aveva condotto la guerra con estrema onestà e che aveva amministrato gli alleati, e di scrivere tutte queste cose meticolosamente. Quello cortesemente glielo concesse: scrisse un grande libro con molte parole, dove lo esaltava con eccellenti encomi. Dopo che Lisandro aveva letto e aveva approvato, di nascosto estrasse un altro (libro), di pari grandezza e di una così grande somiglianza, da non poter essere distinto; lo sigillò e lo consegnò a Lisandro: in realtà in quello (in quel libro) aveva biasimato accuratamente la sua l'avidità e slealtà. Lisandro ritornò a casa e, dopo aver narrato le imprese e le azioni presso il sommo magistrato, come conferma consegnò il libro dato da Farnabazo. Ma dopo che gli efori lo esaminarono, gli stessi lo consegnarono a Lisandro affinché lo leggesse davanti a tutti e con il suo discorso egli fosse il suo stesso accusatore.
Versione tratta da: Cornelio Nepote
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Olim pulcher cervus, postquam ad lacum sitim exstinxerat, restitit et in aqua, tamquam in limpido speculo, ...
Un giorno, un bel cervo, dopo che aveva placato la sete presso un lago, si fermò e vide nell'acqua come in uno specchio limpido la propria immagine. Lì, mentre guardando le corna ramificate le elogiava fortemente e biasimava l'eccessiva gracilità delle zampe, all'improvviso fu terrorizzato dalle voci dei cacciatori e dai latrati dei cani. Preso dalla paura, il cervo fuggì velocemente con trotto leggero attraverso i campi, intenzionato a raggiungere la salvezza con la fuga. Ha una buona speranza, infatti le zampe sono veloci, finchè correva per l'estesa pianura evitò i cani, ma quando giunse in un fitto bosco tra i rami degli alberi il povero cervo, ostacolato dalle corna che venivano trattenute, fu dilaniato dai crudeli morsi dei cani. Allora mentre spirava pronunciò questa frase: "Oh me sventurato! Ora alla fine capisco: da sciocco ho disprezzato le mie zampe, ma esse mi sono state utili ed ora le corna che avevo elogiato sono per me causa di morte e di lutto". Così anche noi spesso elogiamo le cose inutili e disprezziamo quelle buone.
Versione tratta da: Fedro