Quid est? Num dubitas id me imperante facere quod iam tua sponte faciebas? Exire ex urbe iubet consu
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O Catilina, che c'è? Forse esiti a fare sotto il mio comando ciò che già facevi di tua spontanea volontà? Il console ordina che il nemico esca da Roma. Chiedimelo: forse in esilio? Non lo ordino, ma se mi consulti, (te) lo consiglio. Cosa c'è, infatti, o Catilina, che ormai ti possa divertire in questa città? In essa non c'è nessuno, al di fuori di questa cospirazione di uomini rovinati, che non ti tema, nessuno che non ti abbia in odio. Quale onta delle questioni private non si è attaccata alla tua reputazione? Quale bramosìa è mai mancata dai tuoi occhi, quale crimine (è mai mancato) dalle tue mani, quale scelleratezza dal tuo corpo intero? A quale giovane, che tu abbia adescato per mezzo delle sconcezze delle depravazioni, non hai presentato una spada per un atto temerario o la fiaccola per un atto dissoluto? Cosa davvero? Poco tempo fa, poiché hai sgomberato lo spazio per le nuove nozze con la morte della moglie precedente, non hai aggiunto questo misfatto anche ad un altro incredibile misfatto? Una cosa che tralascio, e sopporto facilmente di star zitto, affinché non sembri che in questa città abbia avuto luogo o sia rimasta impunita la disumanità di un delitto tanto grande.
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Cesare, poiché vedeva che si combatteva in una posizione sfavorevole e che le truppe dei nemici aumentavano, temendo vivamente per i suoi, mandò a dire al luogotenente T. Sestio – che aveva lasciato a difesa dell'accampamento più piccolo – di far uscire velocemente le coorti dall'accampamento, e di fermarle alle pendici del colle, sul lato destro dei nemici. Egli, dopo essere avanzato un po' da quel luogo, attendeva l'esito della battaglia. Il centurione M. Petronio, dopo aver tentato di abbattere le porte, essendo stato incalzato da una moltitudine e non avendo speranza per sé, dopo che ebbe ricevuto molte ferite, disse ai propri gregari che lo avevano seguito: Dal momento che non posso salvarmi insieme con voi, senz'altro provvederò alla vita di voi che, spinto dalla brama di gloria, ho trascinato nel pericolo. Poiché ve ne è stata data la possibilità, abbiate cura di voi stessi. Mentre i suoi si sforzavano di aiutarlo, disse: Tentate invano di soccorrere la mia vita, il sangue e le forze ormai mi abbandonano. Perciò andatevene, mentre c'è la possibilità, e ritiratevi presso la legione. Così, poco dopo, morì mentre combatteva, e fu di salvezza per i suoi.
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Brevi spatio interiecto hostes ex omnibus partibus signo dato ad proelium decurrunt...
Dopo che fu passato breve tempo, i nemici, dato il segnale, corrono alla battaglia da tutte le direzioni, scagliando contro la palizzata pietre e giavellotti. I nostri, in un primo momento, resistono animosamente, e, laddove l'accampamento, privato dei difensori, sembrava essere abbattuto, accorrono in quel punto e portano aiuto. Ma dopo, poiché, a causa della lunga durata della battaglia, i nemici esausti si ritiravano dal combattimento, subentravano altri con le forze fresche; (viceversa), nessuna di queste cose poteva essere fatta dai nostri a causa del loro scarso numero. Quando ormai si combatteva da più di sei ore, ed ai nostri mancavano non soltanto le forze, ma addirittura le armi, P. Sesto Baculo, centurione della prima linea, e allo stesso modo C. Voluseno, tribuno dei soldati, corrono da Galba e spiegano che c'è una sola speranza di salvezza: se, compiuta una sortita, tentino il tutto per tutto. Quindi, dopo aver convocato i centurioni, ordinò velocemente ai soldati che interrompessero per un pò la battaglia e si riprendessero dalla fatica, poi, una volta dato il segnale, che compissero una sortita dall'accampamento, e riponessero nel valore ogni speranza di salvezza. Essi fanno ciò che è stato ordinato loro, e all'improvviso, compiuta la sortita da tutte le porte, e rovesciatasi la sorte, uccidono, dopo averli accerchiati da tutte le parti, coloro che erano giunti alla speranza di impadronirsi dell'accampamento.
Versione tratta da: Cesare
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Ipsos Germanos indigenas crediderim minimeque aliarum gentium adventibus et hospitiis mixtos. Terra in universum aut silvis horrida...
Potrei credere i Germani stessi degli autoctoni, non mescolati con i forestieri e gli emigrati di altre popolazioni. Il territorio, in linea generale, è o aspro a causa delle foreste, oppure brutto a causa delle paludi, e tuttavia abbastanza feritile, non adatto agli alberi da frutto, ricco di mandrie. Gli dèi, in quanto irritati, o, come pure potresti pensare, in quanto benevoli, hanno negato ai Germani l'oro e l'argento. E tuttavia io non potrei dire che oro ed argento non diano vita a nessuna vena di Germania : infatti, chi mai ha indagato? Lì i matrimoni sono seri, e non elogeresti di più alcun aspetto delle (loro) tradizioni. Infatti, pressoché unici tra i barbari, sono soddisfatti di una sola moglie ciascuno. Offre la dote non la moglie al marito, bensì il marito alla moglie. Partecipano i genitori e i parenti, e giudicano i doni. Le donne trascorrono la vita in protetta castità, senza essere corrotte dalle sconcezze degli spettacoli, né da nessuna eccitazione dei banchetti. Pochissimi, (pur) in una popolazione tanto numerosa, sono gli adultèri. Per la pudicizia disonorata, infatti, non c'è alcun perdono: un'adultera non potrebbe trovare un marito né grazie alla bellezza, né grazie all'età, né grazie alle ricchezze. C'è un unico tipo di spettacoli, ed è il medesimo in ogni adunanza: dei giovani nudi, per i quali ciò è una cosa divertente, con un salto si gettano in mezzo a spade e lance mortali. Praticano il gioco dei dadi – cosa che ti potrebbe meravigliare – da sobri, tra le occupazioni serie.
Versione tratta da: Tacito
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Post Leuctricam pugnam, Lacedaemonii se numquam refecerunt ...
Dopo la battaglia di Leuttra, gli Spartani non si risollevarono mai e non recuperarono l'antico potere, sebbene Agesilao nel frattempo non avesse smesso mai di favorire la patria in qualsiasi modo. Infatti, poiché gli Spartani avevano bisogno soprattutto di denaro, egli fornì sostegno militare a quelle città che avevano tradito il re dei Persiani: dopo che aveva ricevuto molto denaro da queste, risollevò la patria. E in questa cosa fu ammirevole ciò: benché aveva ricevuto grandi doni dai re e dai sovrani e dalle città, non cambiò nulla circa il modo di vivere, nulla circa il vestire degli Spartani. Fu soddisfatto della medesima casa nella quale aveva vissuto Euristene suo antenato: chi vi entrava non vedeva nessun segno di dissolutezza, nessuno di sontuosità. Infatti era stata costruita in modo che non si distinguesse in niente dalla casa di qualsiasi povero e privato cittadino.
Versione tratta da: Cornelio Nepote