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In opulenta dominae villa multae arcae sunt...
Nella ricca villa della padrona ci sono molti bauli, pieni di bracciali. Nei bauli della matrona ci sono anche perle e spille d'oro e d'argento. Le ancelle diligenti ornano la chioma della padrona e applicano una bella corona. Una spilla preziosa chiude la tunica, sulla cintura ci sono delle gemme, ed esse brillano. Non solo per la matrona, ma anche per la figlia della matrona, le belle gemme sono causa di gioia. Il poeta, invece, celebra la bellezza della fanciulla, e non approva l'eccessivo sfarzo.
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Cum multa facile Syracusanorum et nostrorum animos averterent a belli consiliis, accessit ad haec etiam pestilentia,...
Mentre molte cose distoglievano facilmente gli animi dei Siracusani e i nostri dai propositi di guerra, si aggiunse a queste anche la peste, male comune. Infatti, poiché ormai iniziava la stagione dell'autunno e dato che non sopraggiungevano le piogge, l'insopportabile forza del caldo, infiacchì i corpi di quasi tutti in entrambi gli accampamenti e colpiva gli uomini più fuori città che nella città. La cura stessa e il contatto degli ammalati diffondeva le malattie al punto che i malati, i trascurati gli abbandonati, uccidevano oppure trascinavano con sé coloro che (li) assistevano e curavano, infettati dalla stessa forza della malattia. Davanti agli occhi c'erano sia funerali quotidiani sia morte e dappertutto, giorno e notte si udivano lamenti. Alla fine per questa abitudine del male gli animi di tutti furono abbrutiti al punto che, disprezzate le lacrime e il giusto lamento, ormai non venivano più celebrati funerali dei defunti e non li seppellivano neppure e che i corpi giacevano esanimi sul pavimento sotto lo sguardo di molti, che attendevano una morte simile, (al punto che) i defunti consumavano con il dolore i malati, i malati (sfinivano) quelli sani, con la putrefazione e con l'odore pestilenziale dei corpi.
Versione tratta da: Livio
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Urbem, neque pro maiestate imperii ornatam et inundationibus incendiisque obnoxiam,
Augusto sviluppò Roma, non (sufficientemente) ornata rispetto alla grandezza dell'impero ed esposta ad inondazioni ed incendi, a tal punto che, giustamente, si vantò di lasciare di marmo quella (città) che aveva ricevuto di mattoni. Fece edificare innumerevoli opere pubbliche, tra le quali un foro con un tempio di Marte Vendicatore, un tempio di Apollo sul Palatino, un tempio di Giove Tonante sul Campidoglio. Il motivo della costruzione del foro fu la gran quantità di uomini e di processi; perciò in fretta, non ancora terminato il tempio di Marte, fu inaugurato il foro. Egli (Augusto) aveva consacrato il tempio di Marte dopo aver intrapreso la guerra contro Filippo per vendicare il padre; innalzò il tempio di Apollo in quella parte della sua casa sul Platino (lett. casa Palatina) che gli aruspici, dopo che era stata colpita da un fulmine, avevano dichiarato che era desiderata dal dio; aggiunse un portico con una biblioteca Latina e Greca. Consacrò un tempio a Giove Tonante poiché era stato liberato da un pericolo, dopo che un fulmine, nella spedizione Cantabrica durante il viaggio notturno, aveva sfiorato la sua lettiga e aveva ucciso un servo che faceva luce davanti.
Versione tratta da: Svetonio
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Erant in quadam civitate rex et regina. Hi tres numero filias forma conspicuas habuere sed maiores quidem natu quamvis gratissima specie...
In una certa città c'erano un re ed una regina. Costoro ebbero figlie in numero di tre e notevoli quanto a bellezza, ma le maggiori, sebbene di piacevolissimo spetto, erano considerate tuttavia idonee a poter essere celebrate con elogi umani, però la bellezza così speciale e così straordinaria della fanciulla più giovane non poteva essere descritta e tantomeno poteva essere elogiata sufficientemente, a causa dell'inadeguatezza della lingua umana. E così, molti dei cittadini, e i numerosi forestieri che la fama dello straordinario spettacolo radunava in desideroso affollamento, storditi per l'ammirazione dell'inarrivabile bellezza, veneravano la fanciulla con devote adorazioni come fosse in tutto e per tutto la dea Venere in persona. Così la reputazione si diffonde enormemente di giorno in giorno, così l'estesa fama percorre le isole più vicine, e un pò di terra, e numerose province. Ormai molti tra gli uomini si riversavano, con lunghi viaggi e con spostamenti per mari profondissimi, per la gloriosa meraviglia dell'epoca. Nessuno navigava verso Pafo, nessuno verso Cnido, e neppure nella stessa Cerigo, per la visione della dea Venere. I sacrifici vengono rimandati, i templi vengono sfigurati, i santuari vengono umiliati, le cerimonie vengono trascurate; le statue (sono) prive di corone, e gli altari vedovi, macchiati da cenere fredda.
Versione tratta da: Apuleio
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P. Clodio, dopo che aveva deciso di sconvolgere lo stato, nella carica di pretore con ogni scelleratezza, si accorse che l'anno precedente i comizi erano stati così prolungati da non poter ricoprire la pretura a suo piacimento per molti mesi. Poiché desiderava evitare il collega L. Paolo, cittadino di straordinaria virtù, e poiché desiderava un anno intero per la lacerazione dello stato, immediatamente abbandonò il suo anno e posticipò la sua candidatura all'anno successivo, affinché avesse, come affermava egli stesso, un anno pieno ed intero per la pretura. Era abbastanza chiaro che la sua pretura sarebbe stata debole con il console Milone, il quale, d'altra parte, con l'assoluto consenso del popolo Romano, riteneva certo che sarebbe stato console. Si presentò ai suoi concorrenti come se guidasse la candidatura solo egli stesso, anche con quelli contrari, e (come se) sostenesse tutti i comizi, come diceva, sulle sue spalle. Infatti, quando l'uomo pronto ad ogni scelleratezza vide che Milone sarebbe stato console certo, andava dicendo palesemente che il consolato di Milone non poteva essere portato via, la vita (di Milone) poteva.
Versione tratta da: Cicerone