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Permulta sunt oblectamenta vitae rusticae...
I piaceri della vita di campagna sono numerosissimi. Gli agricoltori, infatti, hanno un conto aperto con la terra, la quale non rifiuta mai un ordine, e non restituisce mai senza un interesse ciò che ha ricevuto. Ma non soltanto il carattere produttivo della terra rallegra gli agricoltori, bensì anche la premura. Infatti da un piccolo seme di fico, o da un acino di vite, o da tutti gli altri semi molto piccoli, la terra genera tronchi e rami molto grandi; tralcetti, piante, ramoscelli fecondi offrono agli uomini della campagna uno spettacolo vario e sempre nuovo. Grazie al nutrimento della terra, l'uva cresce, dapprima acerba, poi, matura, diventa dolce e, ricoperta di pampini, non manca di un moderato tepore, e scherma i caldi raggi solari. Peraltro, la vita di campagna non è piacevole solo per le vigne, i prati e gli arbusti, ma anche per gli orti e i frutteti. Infatti, sempre piena è la cantina del vino, dell'olio e anche la dispensa del padrone bravo e costante, e tutta la fattoria è opulenta: abbonda di maiale, di capretto, di agnello, di gallina. Gli agricoltori ormai chiamano l'orto "la seconda dispensa".
Versione tratta da: Cicerone
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Romanum imperium a Romulo exordium habet, qui urbem exiguam in Palatino monte constituit...
L'impero romano ha origine da Romolo, che fondò una piccola città sul monte Palatino. Accolse nella cittadinanza una moltitudine di confinanti. Il sovrano e la sua gente non avevano spose: pertanto, invitò ad uno spettacolo di giochi i popoli vicini alla città di Roma, e rapì le loro ragazze. A causa dell'oltraggio delle donne rapite, esplose una guerra: (Romolo) vinse gli abitanti di Cenina, gli abitanti di Antemna, i Crustumini, i Sabini, i Fidenati, i Veientani. Successivamente, fu nominato re Numa Pompilio, il quale istituì leggi e consuetudini per i Romani. Succedette a Numa Tullo Ostilio, che vinse gli Albani, i Veientani e i Fidenati, e ingrandì la città. Còlto da un fulmine, bruciò insieme alla propria casa. Anco Marzio, nipote da parte della figlia di Numa, ottenne il potere. Lottò contro i Latini, annetté alla città il monte Aventino e il Gianicolo. Poi prese la reggenza Tarquinio Prisco: duplicò il numero dei senatori, realizzò mura e fognature, iniziò ad edificare il Campidoglio. Dopo Tarquinio Prisco, assunse il governo Servio Tullio, che assoggettò i Sabini ed annetté alla città il Quirinale, il Viminale, l'Esquilino. L. Tarquinio il Superbo sconfisse i Volsci, soggiogò la città di Gabi e Suessa Pomezia, concluse la pace con gli Etruschi ed eresse sul Campidoglio il tempio di Giove.
Versione tratta da: Eutropio
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Achivi Troia nondum expugnare valent. Itaque Graecus Epeus consilio... Troiam facile occupant et flammis dant.
Gli Achei non hanno ancora la forza di espugnare Troia. E così il Greco Epeo, su consiglio di Minerva, che è la dea della saggezza e la protettrice dei Greci, costruisce un grande cavallo di legno; nel cavallo, sul quale viene scritto "i Greci offrono in dono a Minerva" entrano Menelao, Stenelo, Neottolemo, ed altri uomini esperti di guerra. Presto i Greci fingono di essere in procinto di ritornare in patria: infatti tolgono l'accampamento dalle coste Troiane, ma non ritornano in Grecia, bensì si dirigono a Tenedo, una piccola isola ubicata di fronte alle coste di Troia, e lì si nascondono. E così i Troiani vengono ingannati, i quali, ormai, sulla spiaggia non vedono più l'accampamento dei Greci, ma un cavallo di legno. Inconsapevoli del tranello dei Greci, giudicano il cavallo un presagio positivo, e gioiscono, mentre i Greci, nascosti nel cavallo, tacciono. Priamo, il re dei Troiani, conduce in città il cavallo sacro a Minerva. La sola Cassandra, la figlia profetessa di Priamo, che prevedeva le sorti sfavorevoli ai Troiani, preannunziava invano: Fate attenzione, o abitanti di Troia, amici e consanguinei, nel cavallo di legno ci sono i Greci armati di aste e di spade. Cacciate il rovinoso portento, spingetelo tra le onde, così salverete la nostra patria. I cittadini non credono alle parole profetiche di Cassandra, viceversa sistemano il cavallo nella città. Durante la notte i Troiani dormono storditi dal vino, ma gli Achei escono dal cavallo aperto da Sinone e uccidono gli uomini che sorvegliano le porte. Infine fanno arrivare gli altri Greci, che fanno un assalto da Tenedo; conquistano facilmente Troia, e la danno alle fiamme.
Versione tratta da: Igino
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Athenis senex qui decessurus erat tres relinquit filias unam formosam et propter iucunditatem...
Ad Atene, un vecchio, che era in procinto di morire, lascia tre figlie, una bella e, per via della piacevolezza, amata dagli uomini, la seconda filatrice di lana e ruspante, la terza dedita al vino e abietta, ma come erede lascia la moglie, ad una condizione: La madre distribuirà l'intero patrimonio alle figlie in misura uguale, ma una parte per ciascuna; ma le figlie non possiederanno realmente i campi ricevuti e non ne trarranno il frutto, e daranno ciascuna alla madre 10. 000 sesterzi. È un testamento singolare. Il chiacchiericcio riempie Atene, la madre, diligente, consulta gli esperti di leggi; ma il senso del testamento non viene capito, allora la madre ricorre alla propria saggezza. Alla donna di malaffare dà i bei vestiti, la vasca da bagno d'argento, gli eunuchi depilati; alla filatrice di lana (dà) i campicelli, il bestiame, la fattoria, gli operai, le bestie da soma e l'attrezzatura agricola; alla bevitrice (dà) la cantina piena di vecchie botti, una casa pulita, e piccoli giardini raffinati. Il popolo approva così, ma il poeta Esopo dice: Gli Attici non comprendono la volontà del padre! Poi, interrogato, svela l'errore: Date alla ruspante filatrice di lana la casa e i gioielli, insieme ai bei giardinetti e ai vini; assegnate alla bevitrice gli abiti, le perle, gli eunuchi e tutte le altre cose; donate alla donna di malaffare i campi, la fattoria ed il bestiame con i pastori. Così nessuna sarà soddisfatta dei doni ricevuti. Le figlie venderanno i doni, e daranno alla madre il denaro prescritto.
Versione tratta da: Fedro
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Igitur in comitiis habitis Romae consules declarati sunt M. Tullius et C. Antonius factum quod primo coniuratos concussit...
Dunque, ai comizi tenuti a Roma, furono dichiarati consoli M. Tullio e C. Antonio, un evento che, in un primo momento, agitò i congiurati. Tuttavia, Catilina non abbandonò il delirio, anzi la collera (lo) accresceva sempre di più. Preparò armamenti nei luoghi idonei attraverso l'Italia, portò il denaro ottenuto tramite gli amici, a Fiesole, da Manlio, un suo alleato, che successivamente fu il comandante in capo della guerra. Legò a sé molti uomini dall'animo scellerato, ed anche alcune donne, tra le quali c'era Sempronia, che era una donna dalla grande sfacciataggine; commise molte scelleratezze degne di memoria. Fu una donna abbastanza fortunata per nascita e per bellezza, ed inoltre per marito e per figli; erudita nella letteratura Greca e Latina, suonava e danzava in maniera aggraziata, e faceva molte altre cose che sono corredi della vita lussuriosa. Ma a Sempronia non fu caro il decoro, né gradita la pudicizia: infatti fu ardente di desiderio, andò in cerca di uomini, fu insolvente dei debiti, fu a conoscenza della congiura. Però l'intelligenza della donna non fu dappoco: componeva poesie, provocava lo scherzo, insomma ebbe molte arguzie e molto fascino.
Versione tratta da: Sallustio