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Per multos dies praetores Romani ex civitatibus sociis Hispanorum auxilia contraxerunt et ab terrore adversae pugnae...
I pretori romani, nel corso di molti giorni, raccolsero truppe ausiliarie dalle città alleate degli Iberici e ristorarono gli animi dei soldati dallo spavento della battaglia sfavorevole. Quando le forze parvero adeguate a sufficienza, e anche i soldati ormai richiedevano la battaglia, posero l'accampamento non distante dal fiume Tago. Quindi, al principio del giorno, arrivarono sulla sponda del Tago. Oltre il fiume, su di un colle, c'era l'accampamento dei nemici. Immediatamente Calpurnio e Quinzio fecero attraversare a guado l'esercito, mentre i nemici osservavano con stupore il repentino arrivo. I Romani, dopo che ebbero trasportato e raccolto in un unico posto anche tutti i bagagli, si disposero in ordine di combattimento. Al centro furono posizionate le legioni più forti. Avevano campo aperto fino all'accampamento dei nemici, libero dal rischio di insidie. Gli Iberici, dopo che avvistarono sulla sponda al di qua due schiere di Romani, fuoriusciti d'improvviso dall'accampamento si dirigono di corsa alla battaglia. Il combattimento, al principio, fu terribile: le schiere centrali lottavano in maniera estremamente accanita. Ogni speranza di vittoria risiedeva nel valore dei soldati. Calpurnio, insieme ai cavalieri delle legioni, fatto un breve giro, assale sul fianco la formazione a cuneo dei nemici, che premeva la schiera centrale. Quinzio, insieme ai cavalieri alleati, aggredisce l'altro fianco dei nemici. I cavalieri di Calpurnio combattevano di gran lunga più accanitamente, e il pretore davanti agli altri: trafisse per primo, infatti, i nemici, e i cavalieri furono infiammati dall'eccezionale valore del pretore. I cavalieri che scappavano nell'accampamento vennero inseguiti e, mescolati alla turba dei nemici, si insinuarono all'interno della palizzata: gli Iberici sono trucidati da ogni parte, per l'intero accampamento. I nemici furono dispersi, l'accampamento preso e distrutto. L'indomani i cavalieri vennero elogiati da C. Calpurnio dinanzi all'assemblea.
Versione tratta da: Livio
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Bello Numantino Micipsa rex Numidarum populo Romano equitum atque peditum auxilia misit...
Nella guerra di Numanzia Micipsa, re di Numidia, mandò rinforzi di cavalieri e di fanti al popolo romano. A capo dei Numidi che inviava in Spagna pose Giugurta. Giugurta, siccome era di indole infaticabile e acuta, non appena conobbe il temperamento di Scipione, che i Romani a quell'epoca avevano per generale, e le usanze dei nemici, in breve era pervenuto, con molta fatica e con molta cura, a una grande notorietà. E davvero era tanto coraggioso in combattimento quanto saggio nelle decisioni (lett. : singolare). Perciò il generale gestiva pressoché tutte le situazioni difficili per mezzo di Giugurta, lo teneva tra gli amici, lo apprezzava ogni giorno di più: nessun suggerimento né progetto di lui, infatti, era inutile. A ciò si univa la generosità d'animo e la prontezza d'intelletto, per mezzo delle quali aveva legato a sé numerosi dei Romani in un'intima amicizia. Dopo che Numanzia era stata annientata, P. Scipione lodò Giugurta con solennità dinanzi all'assemblea. Spedì, quindi, una lettera a Micipsa. Questo era il suo contenuto: il valore del tuo Giugurta nella guerra di Numanzia è stato davvero notevolissimo: la cosa è certamente una gioia per te (lett. : "la cosa è certamente di gioia per te", doppio dativo). Ci è caro per i suoi meriti: ti faccio le mie congratulazioni per la nostra amicizia. Hai un uomo degno di te. Il re, dunque, colpito dal valore dell'uomo, adottò Giugurta e nel testamento lo indicò come erede, alla pari con i figli.
Versione tratta da: Sallustio
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Magnum bellum coortum est in Hispania citeriore...
In Spagna citeriore scoppiò una guerra di grandi dimensioni. Q. Fulvio Flacco occupava quella provincia. Al principio della primavera guidò l'esercito nella Carpetania, e collocò l'accampamento presso la città di Ebura. Dopo pochi giorni i Celtiberi posero l'accampamento sotto un'altura, non lontano dal nemico. A quel punto il pretore romano M. Fulvio mandò in perlustrazione verso l'accampamento dei nemici il fratello, insieme alle truppe dei cavalieri alleati. Alla fine i Celtiberi, usciti dall'accampamento insieme a tutte le truppe di fanti e di cavalieri, schierarono l'esercito e si posizionarono all'incirca a metà distanza tra i due accampamenti. La pianura era completamente piatta, e adeguata al combattimento. Qui i nemici iberici rimasero in attesa (lett. : "aspettando"). Il pretore trattenne i suoi dentro la palizzata. Per qualche giorno i Celtiberi mantennero l'esercito schierato nel medesimo luogo. Quindi se ne restarono inoperosi nell'accampamento, dato che non si combatteva. Pochi giorni dopo, L. Acilio, per ordine del pretore, accerchiò con l'ala sinistra il monte che stava alle spalle dei nemici; da lì accorse all'accampamento dei Celtiberi. Flacco, all'alba, invia il prefetto alleato C. Scribonio verso la palizzata dei nemici insieme a cavalieri scelti dell'ala sinistra; allorché i Celtiberi avvistarono i cavalieri, tutta la cavalleria si riversa fuori dall'accampamento. Scribonio, come era stato comandato, non appena udì il primo scalpitìo della cavalleria, volse i cavalli e torna indietro all'accampamento. I nemici li inseguirono immediatamente: in un primo momento (soltanto) i cavalieri erano all'inseguimento, poco dopo anche le colonne di fanti. Pertanto, appena i nemici vennero allontanati a sufficienza dalla difesa del loro accampamento, l'esercito schierato proruppe dall'accampamento e si avventò senza indugio contro l'accampamento dei Celtiberi. L'inaspettato avvenimento sbigottì i nemici, e l'accampamento venne preso quasi senza combattere (lett. : "senza combattimento").
Versione tratta da: Livio
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Alexander ad contionem milites vocavit et ad hunc maxime modum disserunt …
Alessandro chiamò i soldati per un'assemblea e disse all'incirca così: Sono testimoni dell'imbattuta potenza dei Macedoni contro la moltitudine il fiume Granico la Cilicia, sommersa dal sangue dei Persiani, ed Arbela, le campagne della quale furono da noi disseminate delle ossa dei vinti. Mentre navigavamo attraverso l'Ellesponto, avremmo dovuto preoccuparci della nostra scarsezza di numero: ora gli Sciti ci seguono, le truppe ausiliarie battriane sono a disposizione, i Dahai e i Sogdiani militano nelle nostre fila (lett. : "fra di noi"). Eppure non ho fiducia in quella massa di gente: ammiro le vostre forze, tengo il vostro valore come garanzia e pegno delle imprese che sono in procinto di compiere. Finché starò sul campo di battaglia insieme a voi, non conto né il mio (meum) esercito, né quello dei nemici. Voi, ora, rivolgete verso di me animi colmi di ardore e di fiducia! Non ci troviamo alla soglia delle nostre imprese e fatiche, ma al termine. Siamo giunti fino all'Oriente e all'Oceano; da qui ritorneremo in patria vittoriosi. I vantaggi sono maggiori dei rischi: la regione è ricca e innocua. Perciò, non vi guido tanto verso la gloria, quanto verso il bottino. Per voi e la vostra gloria, con cui vi elevate al di sopra della condizione umana, e per miei meriti nei vostri confronti, e per i vostri nei miei, in virtù dei quali lottiamo indomiti, vi prego, combattete vigorosamente e valorosamente!
Versione tratta da: Curzio Rufo
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Postquam divitiae honori esse coeperunt et divitias gloria, imperium, potentia sequebantur, hebescebat virtus, paupertas probro habebatur, innocentia pro malevolentia ducebatur...
Dopo che la ricchezza cominciò ad essere (motivo di) onore e la gloria, il potere e l'autorità cominciarono a seguirla, la virtù si infiacchiva, l'indigenza era considerata come una vergogna, la moralità era ritenuta malevolenza. Perciò, (originati) dalla ricchezza, l'amore per il lusso e la cupidigia invasero la gioventù, insieme alla presunzione: i giovani rapinavano, sperperavano, bramavano i beni degli altri, non praticavano mai la discrezione e il pudore; le cose umane e quelle divine erano indistinte. Vale la pena, quando avrai visto le abitazionie le ville edificate alla maniera di città, andare a visitare i templi degli dei, che hanno costruito i nostri avi, uomini pii. I nostri antenatiperò decoravano i santuari degli dei con la pietà, e le proprie abitazioni con la gloria. Oggi, al contrario, i Romani, uomini vili, per estrema scelleratezza portano via i beni agli alleati. Sono stati spianati monti, sono stati interrati mari da molti privati cittadini per i quali la ricchezza è come un gioco. Ma si era diffusa la smania di adulterio e di gozzoviglia: la gioventù, una volta che la ricchezza del padre era venuta a mancare, era indotta ai delitti e alla disonestà: difficilmente l'animo resisteva ai piaceri.
Versione tratta da: Sallustio