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M. Cato Pompeii filium multis verbis obiurgabat: Tuus pater, cum iuvenis erat, vidit rem publicam ab nefariis...
M. Catone ammoniva il figlio di Pompeo con molti discorsi: Tuo padre, quando era giovane, ha visto lo Stato afflitto da cittadini scellerati e spietati, poiché quelli onesti o erano stati assassinati oppure, puniti con l'esilio, erano lontani dalla patria e dalla città. Pertanto, spinto dal desiderio di gloria e dalla grandezza d'animo, un privato cittadino e un giovinetto, con truppe modeste, restituì la libertà all'Italia, oppressa e prostrata, e alla città dei Romani; tuo padre, quindi, con eccezionale velocità riconquistò con le armi la Sicilia, l'Africa, la Numidia e la Mauritania. Egli era privo di una considerevole ricchezza paterna e del prestigio degli antenati, né era dotato di clientele, o della nobiltà del nome. Tu, per contro, sei ben fornito sia della nobiltà che del prestigio, della grandezza d'animo e della scrupolosità del padre. Il figlio di Pompeo, incoraggiato dalle parole dell'uomo retto, partì da Utica per la guerra in Mauritania.
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Cum Peneus fluvius filiam quae in laurum a Phoebo mutatur in antro deserto luget...
Mentre il fiume Peneo, in una grotta disabitata, piange la figlia, che è stata trasformata in alloro da Apollo, tutti gli altri fiumi della Tessaglia accorrono in quel luogo, ed offrono conforto allo sventurato. Il solo Inaco è assente, e, nascosto nel profondo di una grotta, con le lacrime fa aumentare le acque, e piange la figlia Io, che non trova in nessun luogo e considera perduta. Io ritorna tranquilla al fiume suo padre, quando Giove la vede da sola in strada ed esclama: Giovane fanciulla, degna di un dio, ricerca l'ombra delle fitte foreste, mentre c'è caldo ed il sole è eccessivamente alto nel cielo. Se hai paura ad entrare da sola nei nascondigli degli animali selvatici, entra nei boschi, anche se oscuri, sicura grazie alla protezione di un dio: e non sono un dio qualsiasi, impugno i grandi scettri celesti e scaglio i mobili fulmini. Resta! Ma ormai la fanciulla timorosa fuggiva. Allora Giove, per mezzo di un'ampia nube nasconde le terre, blocca la fuga della fanciulla, e ne vince la pudicizia. Nel frattempo Giunone, dalla vetta dell'Olimpo, abbassa gli occhi verso i campi, e vede la densa nube al di sotto del cielo sereno. Allora, sospettosa (conosce bene i tradimenti del marito) si guarda intorno, e non trova il dio in tutto il cielo. Così, dall'Olimpo, scende sulla Terra, e disperde le nubi, ma Giove si rende conto della presenza della moglie, e, senza perdere tempo, trasforma la fanciulla amata in una giovenca bianca.
Versione tratta da: Ovidio
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Formica et musca contendebant cum acrimonia quae pluris esset...
Una formica e una mosca litigavano con veemenza per chi valesse di più. La mosca così iniziò a parlare per prima: Puoi paragonarti alla mia gloria? Frequento gli altari, faccio visita ai templi degli dei abitanti del cielo, quando si svolge un sacrificio assaggio per prima le viscere delle vittime. Mi poso in testa a un re quando mi va, e rubo casti baci alle matrone. Non fatico e possiedo ricchezza. A te succede questo, o formica? La formica rispose: Vivere insieme agli dei abitanti del cielo, certo è una gloria per una ospite gradita, non invisa. Frequenti gli altari? Già, ma ti cacciano appena arrivi. Non fatichi? Perciò, quando ti occorre non hai ricchezza. Quando ammucchio con laboriosità abbondanza di grano per l'inverno, io ti vedo presso un muro nutrirti di escrementi. D'estate mi provochi: quando è inverno stai in silenzio. Quando il freddo ti costringe a morire una fattoria mi accoglie sana e salva con abbondanza di grano. Di sicuro questa volta ho smussato la tua superbia.
Versione tratta da: Fedro
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Ex regibus excellentissimi fuerunt Persarum Cyrus et Dareus, quorum uterque privatus virtute regnum est …
Fra i più eminenti re dei Persiani ci furono Ciro e Dario, ciascuno dei quali raggiunse il potere da privato cittadino grazie al valore. Il primo di questi morì in battaglia, Dario perì di vecchiaia. Celeberrimo fu il re Serse, che mosse guerra alla Grecia per terra e per mare con gli eserciti più grandi a memoria d'uomo. Tra i sovrani spicca Artaserse, di soprannome "Macrochiro", che ha il principale vanto di un gigantesco e bellissimo aspetto fisico, che abbellì con un'incredibile valore militare: nessun Persiano, in effetti, fu più potente, quanto a forza fisica, di Artaserse. Nel popolo dei Macedoni, invece, Filippo, figlio di Aminta, e Alessandro Magno sorpassarono di gran lunga tutti gli altri quanto alla gloria delle gesta: Alessandro fu consumato dalla malattia a Babilonia, Filippo fu assassinato da Pausania nei pressi del teatro ad Egio. Dionigi il Vecchio (prior), siculo, fu sia forte sia esperto di guerra, niente affatto licenzioso, non avido bensì estremamente bramoso di potere, e spietatissimo. Ci furono ancora importanti re tra gli amici di Alessandro Magno, che dopo la morte di lui s'impadronirono dei suoi domini: Antigono, Demetrio, Lisimaco, Seleuco, Tolomeo. Antigono venne ucciso in battaglia, mentre lottava contro Seleuco e Lisimaco. Lisimaco venne ucciso da Seleuco. Demetrio, fatto prigioniero in guerra, perì in carcere a causa di una malattia. E, non molto dopo, Seleuco fu assassinato con l'inganno da Tolomeo Cerauno. Tolomeo fu assassinato dal figlio.
Versione tratta da: Cornelio Nepote
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Aborigines Troianique simul bellum gerunt nam Latinus rex Latii incolarum...
Gli Aborigeni e i Troiani fanno assieme una guerra: infatti Latino, il re degli abitanti del Lazio, promette in matrimonio, come pegno di amicizia, sua figlia Lavinia allo straniero Troiano. Turno, Re dei Rutuli, a cui prima Lavinia era promessa in matrimonio, solleva contemporaneamente guerra contro Enea e contro Latino. I Rutuli vengono vinti, ma gli Aborigeni e i Troiani perdono il condottiero Latino. Turno e i Rutuli cercano poi la fuga dalle truppe degli Etruschi e di Mesenzio, che esercita il comando su una città allora opulenta, e, non con difficoltà, unisce ai Rutuli forze militari alleate. Enea, per la minaccia di una guerra così grande, attrae a sé gli animi degli Aborigeni, e chiama Latini entrambi i popoli. E, non verrà a mancare dopo l'impegno né la devozione degli Aborigeni nei confronti del Re Enea. Fiducioso negli animi dei due popoli uniti, Enea senza timore schiera le truppe in guerra. Il secondo combattimento, che è l'ultima impresa compiuta in vita da Enea, è per i Latini. Il comandante Troiano, infatti, muore e viene sepolto oltre il fiume Numico.
(By Vogue)