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Octavianus Augustus Romanus imperator formosus et venustus erat sed sine lenociniis...
Ottaviano Augusto, l'imperatore Romano, era bello ed elegante, ma senza orpelli. Ottaviano aveva occhi chiari e limpidi, ma, nella vecchiaia, a causa di una malattia, non vedeva molto; aveva la chioma biondiccia, tuttavia, nella cura della barba e della capigliatura, era trascurato. Spesso, mentre la barba e la chioma venivano tagliate da abili schiavi, Augusto leggeva dei libri, o anche, con la penna, tracciava parole (= scriveva) su una tavoletta cerata; si ungeva il corpo (lett. : "si ungeva le membra") e si esercitava spesso in palestra, poi veniva bagnato con acque gelide. Di tanto in tanto giocava a dadi o a sassolini con i fanciulli. Dalla fanciullezza praticava in maniera appassionata e con impegno l'eloquenza e gli studi. Da lui, uomo dotto, veniva apprezzata la letteratura Greca; era divertito anche dalle commedie, e, spesso, in occasione degli spettacoli pubblici, metteva in scena una commedia. A Roma costruiva edifici pubblici: un foro, dei templi sul Palatino e sul Campidoglio, altari, statue. Emanava editti in merito agli adulterii e al decoro delle donne. Metteva in scena spettacoli non soltanto nel Foro, né (solo) nell'Anfiteatro, ma anche nel Circo e nei Saepta ( = i Saepta erano degli spazi recintati nei quali i cittadini romani si riunivano per il voto; erano nel Foro e nel Campo Marzio).
Versione tratta da: Svetonio
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Fera aquila vulpeculae catulos quondam sustulit in nidoque posuit ut pulli escam carperent...
Una volta un'aquila feroce prese i piccoli di una piccola volpe, e li mise nel nido, affinché i suoi piccoli avessero cibo. La piccola volpe triste seguì l'aquila feroce e cominciò a pregarla di non arrecarle una grande sofferenza. L'aquila crudele disprezzò la piccola volpe stremata, e rimase sull'albero. Allora l'astuta piccola volpe strappò a un altare una fiaccola accesa e circondò tutto l'albero con le fiamme. L'aquila, preoccupata per la vita dei suoi piccoli, per salvare i suoi, supplicante restituì alla piccola volpe astuta intatti i figli.
Versione tratta da: Fedro
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Arion Lesbius praeclarus citharoedus fuit...
Arione di Lesbo è stato un famosissimo suonatore di cetra. Per l'abilità, il re di Corinto Periandro ritenne Arione un amico e un favorito. Un giorno Arione lasciò il re e arrivò in Sicilia e in Italia, terre rinomate. Non appena giunse là, in entrambe le terre lusingò le orecchie e le anime degli abitanti. A quel punto poi Arione, dotato in abbondanza di denaro e di beni, decise di fare ritorno a Corinto; scelse pertanto un'imbarcazione e dei marinai corinzi. I marinai però, bramosi di guadagno e di denaro, dopo che si trovarono in alto mare, stabilirono di uccidere il suonatore di cetra. Allorché Arione si accorse del malvagio piano dei marinai, supplicò: O marinai, se avrete risparmiato la mia vita, in cambio della mia salvezza riceverete grandi ricchezze. I marinai, spinti dalle suppliche, non uccisero loro stessi l'uomo con la forza, ma comandarono: Se ti sarai tuffato a precipizio in mare di tua volontà, sarai salvo. Arione allora, terrorizzato, prese la cetra e intonò un canto, a consolazione della sua sofferenza. E là, vestito e adornato secondo l'usanza, sul ponte più elevato di poppa intonò con voce straordinaria un canto che è definito "in tono acuto". Dopo che aveva portato a termine il canto, si tuffò con lo strumento musicale lontano, nel mare profondo. I marinai navigarono, sicuri della morte di Arione, ma avvenne un fatto singolare, straordinario e pietoso. Improvvisamente, un delfino si accostò nuotando tra le onde e, sollevato il dorso sulle onde, trasportò Arione, il quale giunse a Tenaro, in terra spartana. Gli abitanti di Lesbo e di Corinto riferirono la storia, e tuttora a Tenaro si vedono due statue di bronzo: un delfino che trasporta un uomo, e un uomo che sta seduto sul dorso di un delfino.
Versione tratta da: Aulo Gellio
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Pyramus et Thisbe Babyloniae contigua aedificia tenebant...
Piramo e Tisbe, a Babilonia, occupavano (due) edifici affiancati. Piramo era un bel fanciullo, e Tisbe era una bella fanciulla. Un giorno, Piramo vede la fanciulla, e improvvisamente la ama. Piramo aveva intenzione di prendere in moglie Tisbe, ma i crudeli genitori del fanciullo e della fanciulla vietano le nozze. Però l'amore cresceva, e il fanciullo amava intensamente la fanciulla. All'interno degli edifici c'era un muro spaccato da una stretta fessura: Piramo e Tisbe, felici, vedono la fessura del muro, e, attraverso la fessura, il fanciullo invia una lettera alla fanciulla amata. Spesso, Tisbe stava ferma di qua, e Piramo di là, e la fanciulla ascoltava le dolci parole del fanciullo. Di tanto in tanto la fanciulla diceva: O muro ostile, perché stai dinnanzi a Piramo? E così, un giorno, decidono di incontrarsi presso il mausoleo di Nino, il sovrano dell'Assiria, e di nascondersi sotto l'ombra di un moro. C'erano le tenebre: Tisbe scappa dalla casa paterna, giunge presso l'alto moro e si siede sotto il moro. All'improvviso, arriva una leonessa: infatti aveva intenzione di bere l'acqua in un fiume vicino. La fanciulla, spaventatissima, vede la leonessa da lontano, e fugge in una caverna buia, ma lascia il mantello. La leonessa feroce beve molta acqua, e sta per ritornare nelle foreste, ma, per caso, con la bocca bagnata di sangue, strappa il mantello della fanciulla. Piramo, però vede le orme della bestia feroce, e trova il mantello insanguinato della fanciulla: piange, dà baci al mantello, chiama la fanciulla amata, ma invano. Infine affonda la spada nel (suo) ventre, e si accascia supino. Poco dopo la fanciulla ritorna presso l'alto moro, ed ha intenzione di attendere di nuovo l'amato fanciullo. Ma, all'improvviso, vede Piramo, gravemente ferito. La fanciulla infelice piange, affonda la spada nel (suo) ventre, e muore insieme al fanciullo amato.
Versione tratta da: Ovidio
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Alexander Rhodum, Aegyptum Ciliciamque sine certamine receperat...
Alessandro aveva conquistato senza combattere Rodi, l'Egitto e la Cilicia. Quindi si reca da Giove Ammone, per interrogarlo sia sulle cose future, sia sulla propria origine. In effetti la madre di lui, Olimpiade, una volta aveva detto a Filippo, suo marito: Non ho concepito da te Alessandro, ma da un serpente, animale di straordinaria potenza e di natura divina. Infine Filippo, pressoché nel periodo finale della sua vita, non aveva annunciato pubblicamente Alessandro come figlio suo. Per questa ragione aveva ripudiato la moglie. Dunque Alessandro, che ambiva assai ad un'origine di natura divina e allo stesso tempo era intenzionato a cancellare il disonore della madre, inviò al tempio di Ammone degli ambasciatori, mandati avanti a marce forzate, i quali istruirono i sommi sacerdoti. Subito i sacerdoti salutano il re che entra nel tempio come figlio di Ammone. Alessandro, felice per l'adozione del dio, li interpella quindi sulla vendetta degli assassini di suo padre. Dai sacerdoti fu riposto così: Tuo padre non può né essere ucciso, né morire; la vendetta del re Filippo è stata pienamente compiuta. Anche ai componenti del suo seguito fu risposto così: Adorate Alessandro come una divinità, non come un re, è infatti progenie di un dio! Da allora, Alessandro sviluppò la superbia e accrebbe una straordinaria arroganza d'animo, e abbandonò la cordialità, che aveva imparato sia dall'educazione greca sia dalle consuetudini dei Macedoni. Ritornato da Ammone fondò Alessandria, colonia di Macedoni e capitale dell'intero Egitto.
Versione tratta da: Giustino