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Trinacria vel Sicilia pulchra insula Italiae, terrarum reginae, clarae paeninsulae, est...
La Trinacria, o Sicilia, è una bella isola dell'Italia, la regina del mondo, illustre penisola. La terra della Sicilia è fertile, ed è la dispensa di Roma. Infatti è ricca: ci sono spighe abbondanti, ulivi e uve. Nell'isola di Sicilia ci sono innumerevoli ed illustri colonie dei Greci. C'è una grande affluenza di abitanti, una grande abilità dei marinai, una grande abbondanza di dracme e di anfore. Nell'isola ci sono molte città conosciute: Siracusa, patria di poeti, Gela, Segesta, Eraclèa, Catania e Messina. La Sicilia è sacra ad innumerevoli dee, ma in particolare, a Demetra e a Proserpina, la bella figlia di Demetra. Su Proserpina e Demetra esiste una triste favola.
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Tum Q. Catulus et C. Piso neque precibus neque pretio neque gratia Ciceroni falsa de Caesare dicere persuaserunt...
A quel tempo Q. Catulo e C. Pisone non convinsero Cicerone a dire falsità riguardo a Cesare, né per mezzo di suppliche, né per mezzo di denaro, né per mezzo della (loro) influenza. Essi nutrivano infatti ostilità nei confronti di Cesare: Pisone era stato citato in giudizio poiché era stato accusato di concussione da Cesare; Catulo era acceso da un antico odio perché, in età matura, era stato vinto dal giovanissimo Cesare nella candidatura al pontificato. Poiché non riuscirono ad istigare il console Cicerone ad un crimine tanto grande, Pisone e Catulo avevano suscitato un notevole sfavore contro Cesare: denunciarono singolarmente ai cittadini falsi delitti commessi da Cesare. Numerosi cavalieri romani, che difendevano, armati, il tempio della Concordia, indotti tanto dalla gravità del pericolo quanto da incostanza d'animo, accerchiarono Cesare con spada e pugnali e dissero: Sei un pericolo, perché hai commesso molti reati, e la morte ti schiaccerà. Per contro Cesare, niente affatto intimidito dalle minacce, rispose così: Non Cesare assassinerete, ma la rappresentazione di Cesare, dipinta da uomini disonesti. I cavalieri, scossi dalle poche parole di Cesare, si ritirarono.
Versione tratta da: Sallustio
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Philippus Macedoniae rex vir iudicatur pariter armorum et conviviorum studiosus...
Filippo, re di Macedonia, viene considerato un uomo amante nella stessa misura delle armi e dei banchetti: infatti, da un parte allestisce frequentemente banchetti sontuosi, dall'altra consuma in strumenti di guerra il suo denaro. L'intelligenza di Filippo è elogiata spesso. Ama non soltanto la misericordia, ma anche il tradimento e l'inganno. Infatti coltiva amicizie, passatempi e affari non per passione, ma ai fini di un suo tornaconto, nell'odio è solito fingere benevolenza, dapprima suscita inimicizie tra gli amici, poi le seda in qualità di paciere. L'eloquenza di Filippo viene spesso esaltata dagli uomini della Macedonia: egli sceglie le parole con cura e le tiene a mente in maniera ammirevole. Alessandro, il figlio di Filippo, invece, conduce apertamente le guerre, senza infingimenti, ma non sa dissimulare la collera. Ama eccessivamente il vino, il dono del dio Bacco, e nei banchetti spesso si accanisce contro gli amici: a causa di una piccola offesa è solito punire e talvolta uccidere. Narriamo degli esempi della ferocia di Alessandro: nella sua casa l'uomo trafigge con la spada Clito durante un banchetto. Dà in pasto alle bestie feroci Lisimaco, suo amico, mantiene il Rodiese Telesforo in una gabbia, come un animale selvatico.
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Seleucus, Antiochi filius, transgredi in fines regni Eumenis statuit...
Seleuco, figlio di Antioco, decise di passare nel territorio di Eumene. Eumene, infatti, distante dalla patria, attaccava le regioni costiere della Licia insieme ai Romani e ai Rodiesi. Seleuco, in un primo momento, si accinse ad assalire Elea; successivamente abbandonò l'assedio della città e, saccheggiate in maniera ostile le campagne, guidò l'esercito verso la capitale e il fortilizio del regno, Pergamo. Il fratello di Eumene, Attalo, posizionò innanzitutto dei posti di guardia dinanzi alla città, inoltre istigava i nemici per mezzo di scorrerie di cavalieri e di soldati armati alla leggera; da ultimo, sperimentati gli scontri rapidi, si ritirò dentro le mura. Seleuco tentò di assediare immediatamente la città. Simultaneamente anche Antioco, partito da Apamea, tenne con un nutrito esercito accampamento stabile prima a Sardi e poi non lontano dall'accampamento di Seleuco, presso le sorgenti del fiume Caico. I soldati, per ordine di Antioco, depredarono il territorio di Pergamo. Pertanto Eumene, richiamato indietro dalla guerra in patria, si recò con la flotta ad Elea; poi, confidando nel presidio di cavalieri e di fanti, si affrettò a Pergamo. Là Eumene, per mezzo di scorrerie, cominciò a ingaggiare leggeri combattimenti e, indubitabilmente, si sottrasse allo scontro decisivo. Poco tempo dopo giunsero in soccorso del re le flotte romana e rodiese. Tante flotte fecero ingresso in un unico porto: Antioco, non osando chiudere d'assedio la città, richiese la pace.
Versione tratta da: Livio
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Primo vere Romae septem tabernae arserunt comprehensa sunt flammis postea privata aedificia...
Al principio della primavera, a Roma, bruciarono sette botteghe e successivamente furono raggiunti dalle fiamme degli edifici privati. Il tempio di Vesta fu protetto a stento, soprattutto grazie al lavoro di tredici schiavi, che vennero liberati per intervento dello Stato. Perdurò per molte ore l'incendio, che divampò senza alcun dubbio per il crimine di un uomo. E così il console, su esortazione dei senatori, dichiarò di fronte all'assemblea: Verrà data una ricompensa allo schiavo, o all'uomo libero, che indicherà l'autore dell'incendio; ad uno schiavo verrà data la libertà, ad un uomo libero verrà dato del denaro. Spinto dalla ricompensa, uno schiavo dalla grande avidità, di nome Mano, indicò i padroni ed inoltre cinque giovani Campani. Furono catturati i padroni e le servitù dei padroni. Al delatore fu data la libertà, e grandi premi in oro e in argento.
Versione tratta da: Livio