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Alexander, Macedoniae dominus, visere Oceanum et pervenire ad terminos mundi desiderabat: ita sine terrae peritis Indo fluvio et fluvii periculis vitam suam et virorum permittit...
Alessandro, signore della Macedonia, desiderava visitare l'Oceano e giungere ai confini del mondo: così, senza esperti della regione, consegna la vita sua e degli uomini al fiume Indo e ai pericoli del fiume. Alessandro e i marinai navigavano attraverso l'Indo. Non conoscevano la distanza dal mare, né i popoli dell'India, né il temperamento del fiume. Dopo poco, i marinai riconoscono l'aria del mare, e dicono ad Alessandro: L'Oceano non è lontano. Alessandro elogiava i marinai, e i marinai si adoperavano ai remi. Così i marinai remavano con zelo: l'entusiasmo degli animi cresceva. Allora giungono presso un'isola ubicata al centro del fiume: attraccano le imbarcazioni alla terraferma e cercano viveri. Ma l'Oceano si gonfia con veemenza e spinge indietro il fiume. Il comportamento del mare era ignoto alla truppa: il mare si gonfia e si riversa e si spande nei campi. Così le imbarcazioni venivano sollevate dal mare e venivano disperse: gli uomini tornavano di corsa verso le imbarcazioni. Le imbarcazioni in parte stavano nell'acqua molto profonda, in parte erano arenate su una secca. Allora, su decisione di Alessandro, i marinai rimettono a posto le imbarcazioni.
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Inter Romanos Veientesque bellum ortum est...
Tra Romani e Veienti sorse una guerra. I Veienti fecero una scorreria nel territorio romano e depredarono le campagne. Non collocarono l'accampamento né attesero l'esercito dei nemici, ma fecero ritorno a Veio, portando con sé il bottino razziato dai campi devastati. Di contro i Romani, dopo che non trovarono i nemici nelle campagne, oltrepassarono il Tevere, preparati ed impazienti per lo scontro finale. Dopo che i Romani situarono l'accampamento e si avvicinarono alla città, i Veienti marciarono (loro) incontro. Si combatté in un campo pianeggiante. Qui ebbe la meglio il re romano, contando nella potenza dell'esercito esperto; e, inseguendo i nemici dispersi fino alle mura, si tenne alla larga dalla città, salda grazie alle mura e protetta per posizione, depreda i campi tornando. I Veienti, soggiogati dalla disfatta e dalla battaglia infausta, richiesero la pace. Furono multati in terreno e fu accordata una tregua della durata di cento anni.
Versione tratta da: Livio
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Galli Senones, gens natura ferox, moribus incondita, ad hoc corporum mole, perinde armis ingentibus, omni genere...
I Galli Senoni, popolazione dalla natura feroce, dai costumi rozzi, inoltre dalla gigantesca mole dei corpi così come delle armi, furono temibili (lett. : "fu temibile") sotto ogni aspetto. Questi, partiti un tempo in grandissima schiera dai remoti confini della terra, si stabilirono tra le Alpi e il Po. Successivamente assediarono la città di Chiusi. I Romani intervennero in difesa degli alleati e dei confederati; vennero mandati ambasciatori, conformemente all'usanza. I barbari, però, si comportarono in maniera troppo arrogante, e quindi esplose il conflitto. I Galli marciarono dunque alla volta Roma. Il console Fabio accorse, con l'esercito, al fiume Allia. La disfatta fu piuttosto rovinosa. L'esercito romano venne sbaragliato. I nemici si avvicinavano ormai alle mura di Roma. Non c'era nessuna guarnigione. A quel punto i più anziani, che avevano rivestito importantissime cariche, si riuniscono nel foro, là si consacrano agli dei Mani e, ritornati immediatamente alle proprie case, così nelle trabee (toghe di porpora) e in abito elegantissimo com'erano, siedono sulle sedie curuli. I Pontefici ed i Flamini scappano a Veio. La gioventù occupa invece la rocca sul monte Campidoglio. I Galli, nel frattempo, giungono a Roma e invadono la città indifesa. Massacrano quindi gli anziani in toga pretesta che siedono sulle loro sedie curuli, lanciano fiaccole sui tetti e mettono a ferro e fuoco l'intera città.
Versione tratta da: Floro
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Phoebidas Lacedaemonius, dum milites Olynthum ducit, iter per Thebas fecit arcemque oppidi, quae Cadmea nominabatur, occupavit auxilio paucorum Thebanorum...
IMentre conduceva i soldati a Olinto, lo spartano Febida marciò attraverso Tebe e conquistò la rocca della città, che era chiamata Cadmea, con l'aiuto di pochi Tebani, partigiani di Sparta; decise tuttavia l'occupazione per sua iniziativa personale, e non condivisa, e gli Spartani destituirono Febida dal comando e lo multarono in denaro, non restituirono, però, la rocca ai Tebani. IIQuindi Pelopida, capo della fazione popolare, fuggì alla volta di Atene insieme a numerosi Tebani, e vi aspettò il momento appropriato per la vendetta. L'estate seguente i pochi fuggiaschi, che Pelopida guidava, si recarono da Atene a Tebe con una marcia affrettata, con cani da caccia, reti e abiti campagnoli, infatti erano intenzionati a viaggiare senza (suscitare) sospetto. IIIAppena la notte avanzò, sterminarono tuttii capi spartani; Pelopida, dunque, incitò il popolo alle armi. Allora il popolo, che per molti mesi aveva sofferto la mancanza della libertà, accorse in massa da ogni luogo, scacciò dalla rocca la guarnigione degli Spartani, e liberò la patria dall'occupazione.
Versione tratta da: Cornelio Nepote
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In Hispania praetores C. Calpurnius et L. Quinctius, postquam primo vere ex hibernis copias eductas in Baeturia iunxerunt, in Carpetaniam, ubi hostium...
I pretori C. Calpurnio e L. Quinzio in Spagna, dopo che unirono in Beturia al principio della primavera le truppe fatte uscire dagli accampamenti invernali, avanzarono verso la Carpetania, in cui c'era l'accampamento dei nemici, pronti a condurre la guerra con spirito e giudizio concorde. Non distante dalle città di Ippona e Toledo sorse un conflitto tra pastori e, mentre da ambedue le partisi andava in aiuto a questi dall'accampamento, pian piano tutte le truppe furono fatte uscire sul campo. In quel disordinato scontro sia i luoghi propri, sia la tipologia di combattimento furono a vantaggio del nemico. I due eserciti romani furono messi in fuga e ricacciati nell'accampamento. I pretori romani, nel silenzio della notte successiva, ad un tacito segnale condussero via l'esercito. L'indomani gli Iberici schierarono l'esercito e si avvicinarono alla palizzata e, introdottisi nell'accampamento, vuoto oltre le aspettative, razziarono le cose che erano state abbandonate nel mezzo dello scompiglio notturno e, ritornati nel proprio accampamento, per qualche giorno restarono quieti negli alloggiamenti. Moltissimi Romani furono uccisi nel combattimento o nella fuga, e i nemici si armarono con le spoglie di questi. Partirono quindi per il fiume Tago.
Versione tratta da: Livio