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Scythia autem in orientem porrecta includitur ab uno latere ponto, ab altero montibus Riphaeis, a tergo Asia et Phasi flumine...
La Scizia invece, protesa verso oriente, è cinta da un lato dal Ponto, dall'altro dai monti Rifei, dalla parte posteriore dall'Asia e dal fiume Faso. Si estende considerevolmente in lunghezza e in ampiezza. Le persone non hanno alcun confine tra di loro. Né, infatti, lavorano la terra, né gli abitanti possiedono alcuna abitazione, o ricovero, o sede: difatti, i capi di bestiame ele mandrie pascolano ininterrottamente, e sono soliti vagare per località desertiche ed incolte. (Gli Sciti) Sono soliti trasportare le mogli ed i figli con loro sui carri, che utilizzano a mò di case. La giustizia viene esercitata conformemente all'indole della popolazione, e non a leggi. Non desiderano oro e argento, come i restanti mortali. Hanno l'abitudine di nutrirsi di latte e di miele. L'impiego della lana e degli abiti è sconosciuto alle persone: si vestono con pelli di bestie selvatiche e di topi. La moderatezza delle abitudini ha dato loro anche l'onestà: non osano, infatti, bramare la ricchezza degli altri. Per tre volte hanno cercato di ottenere il dominio dell'Asia; sono sempre rimasti liberi oppure non intaccati dal dominio straniero. Fecero allontanare dalla Scizia Dario, re dei Persiani, con una fuga disonorevole, e trucidarono Ciro insieme a tutto l'esercito; allo stesso modo eliminarono il condottiero di Alessandro Magno, Zopirione, con tutte quante le truppe. Fondarono l'impero dei Parti e dei Battriani.
Versione tratta da: Giustino
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Tum Leander tumidis undis mergebatur et pulchram dilectamque puellam commemorabat...
Allora Leandro si tuffava nelle acque rigonfie e teneva a mente la bella fanciulla amata. C'erano le tenebre: senza indugio il temerario Leandro nuotava nel mare buio. La luna offriva al fanciullo una luce tremula. Con grande coraggio Leandro arriva alle vicine spiagge di Sesto, e vede Ero, la bella fanciulla amata. La fanciulla riceve Leandro con un abbraccio e dà dei baci al fanciullo, poi consegna al fanciullo un mantello di lana e asciuga la capigliatura bagnata. Sorge l'aurora: Leandro si congeda dalla fanciulla e, controvoglia, ritorna ad Abido. Successivamente Leandro torna di nuovo da Ero. Si tuffa nel mare: le braccia stanche si trascinano a stento per le vaste acque. La fanciulla amata tiene una torcia ed illumina le coste della Tracia ed attende l'amato Leandro, ma all'improvviso un vento violento spegne la fiamma e Leandro non vede le coste: così il fanciullo sventurato viene sommerso dalle acque. La fanciulla triste si dà la morte. Leandro ed Ero sono separati per l'eternità dal mare.
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In insula Lemno feminae per multos annos sacra deae Veneri ... portabunt Thebas ubi domino Lyco serviet.
Sull'isola di Lemno, le donne, per molti anni, non compiono i riti sacri in onore della dea Venere, e, a causa della collera di costei, i loro mariti le disdegnano. Ma le matrone di Lemno, messesi d'accordo, uccidono gli uomini con i quali abitavano, con l'eccezione della regina Ipsipile, la quale, di nascosto, mette su un'imbarcazione il proprio padre, che una violenta tempesta conduce sull'isola della Tauride. Intanto gli Argonauti, che navigavano senza sosta attraverso le onde intenzionati a raggiungere la Colchide, attraccano a Lemno; e così la regina invita gli stranieri in ospitalità. A quel punto, le donne, desiderose, giacciono volentieri con gli Argonauti, infatti non potevano più procreare figli con i loro mariti che erano uccisi. Dunque gli Argonauti venivano trattenuti a lungo in quel luogo dalle donne, ma vengono rimproverati da Ercole, e per questa ragione vanno via da Lemno. (Le donne), ai figli che generano dagli Argonauti, mettono i nomi degli stranieri Greci. Ipsipile genera i figli Euneo e Deipilo. Successivamente Ipsipile, che le amiche disprezzano per la benevolenza nei confronti del padre, cercherà la fuga dall'isola, ma verrà catturata dai pirati, che la trasporteranno a Tebe, dove sarà schiava del sovrano Lico.
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Sera poenitentia dat poenas vir qui se laudari gaudet verbis subdolis...
L'uomo che si compiace di essere elogiato con parole subdole sconta la pena per mezzo di un pentimento tardivo. Un corvo sedeva su un alto albero, e, per molte ore, mangiucchiava oziosamente un pezzo di formaggio sottratto da una finestra. Una volpe, la cui astuzia era nota, vide il corvo, desiderò il formaggio, e si avvicinò all'albero. E così, con parole dolci, mise alla prova il corvo, e disse: O corvo, nessun uccello ha mai superato la tua piacevolezza e la tua bellezza. Infatti, o re dei volatili, tu vinci gli altri uccelli in bellezza. Io davvero elogio non soltanto la brillantezza delle tue piume, ma anche l'eleganza del tuo corpo, ma disprezzo la tua voce, non degna di una bellezza tanto grande. Allora il corvo sciocco, gonfiato dalle parole della piccola volpe astuta, aprì il becco ed esibì la voce; ma lasciò cadere il pezzo di formaggio che teneva nella bocca. La volpe ingannatrice immediatamente l'afferrò con la bocca avida e lo divorò. Allora, alla fine, il corvo, raggirato, si rammaricò. Che cosa insegna la favola? Gli uomini si fidano eccessivamente delle parole di un uomo invidioso, e l'intelligenza vince sempre.
Versione tratta da: Fedro
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Cyrus, postquam Asiam subegit et universum Orientem in potestatem redegit, cum Scythis bellum gessit...
Ciro, dopo che assoggettò l'Asia e che costrinse in suo potere l'intero Oriente, mosse guerra contro gli Scizi. In quell'epoca la regina degli Sciti era Tamiri, la quale, nonintimorita alla maniera delle donne dalla venuta dei nemici, permise ai nemici di oltrepassare il fiume Aras: per gli Sciti, infatti, era più agevole una battaglia all'interno dei confini del regno, e, a causa dell'ostacolo del fiume, per i nemici (era) più ardua la fuga. Pertanto Ciro fece passare le truppe oltre il fiume, procedette un poco nella Scizia e tracciò i confini dell'accampamento. Quindi, simulando timore, come fuggendo disertò l'accampamento e lasciò il vino e tutte le cose che erano indispensabili alle gozzoviglie; allora il giovane figlio della sovrana, insieme alla terza parte delle truppe, inseguì Ciro. Dopo che si giunse all'accampamento di Ciro, il giovane troppo avventato cessa di tenere dietro ai nemici: a quel punto gli Sciti banchettano e bevono vino e, prima che dalla guerra, sono vinti dall'ubriachezza. Ciro difatti, tornato nel corso della notte, sorprende gli ubriachi ed uccide tutti gli Sciti assieme al figlio della regina. La regina si addolorava alquanto profondamente della morte dell'unico figlio, e non espresse con le lacrime la sofferenza per la perdita, ma volse la mente alle consolazioni della vendetta, e fece cadere i nemici, che esultavano per la vittoria recente, in un'identica trama di insidie; in effetti, fingendo perplessità a causa del danno subìto, ritirandosi, attirò Ciro ad una gola. Là sui monti ordì un'imboscata e massacrò, insieme al re, la maggior parte dei Persiani.
Versione tratta da: Giustino