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Testo latino Nobilis est fabula, quae de Prometheo, Iapeti filio, a poetis narratur. Cum Iuppiter ignem hominibus occultavisset ne nimiam potentiam attingerent, ille eum a caelo subduxit et in ferula repositum in terram portavit ut hominibus donaret. Neque hoc munere contentus fuit, sed homines docuit quo modo igne uterentur et quo modo eum in cinere obrutum servare possent ne exstingueretur. Tunc Iuppiter, vehementi ira motus, Vulcanum iussit Prometheum ferreis vaculo is vincire et in Caucaso monte ad saxum praeruptum alligare, ubi cotidie aquila, a Iove demissa, eius iecur exedebat, quod tamen noctu iterum crescebat. Tam crudelis poenae et acerbi cruciatus tandem Iovem paenituit, qui miserum Prometheum liberavit. De qua re etiam alia fabula narratur. Dicitur enim non Iuppiter sed Herculem eum liberavisse, cum aquilam sagittis transfixisset et Prometheum ex vinculis solvisset.
E' nota la storia, che su Prometeo, figlio di Giapete, è narrata dai poeti. Avendo Giove nascosto agli uomini il fuoco perché non toccassero l'eccessiva potenza, quello lo sottrasse dal cielo e lo portò in terra posto in una torcia per donarlo agli uomini. Nè fu contento di questo dono, ma insegnò agli uomini in che modo servirsi del fuoco e in che moto potessero conservarlo nascosto nella cenere perché non si estinguesse. Allora Giove, mosso da violenta ira, ordinò a Vulcano di legarlo ad una rupe, dove ogni giorno un'aquila, mandata da giove, mangiava il suo fegato che tuttavia di notte cresceva di nuovo. Allora tormentato dalla crudele e cruda pena, tuttavia giove si pentì e liberò il povero Prometeo. Su questa cosa è narrata anche un'altra storia. Si dice infatti che non Giove ma Ercole lo abbia liberato, avendo ucciso l'aquila con i dardi e avendo sciolto dalle catene Prometeo.
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La statua di Giunone portata a Roma da Veio
Autore: sconosciuto
Latina Lectio n. 466 pag. 618
Cum iam humanae opes egestae a Veiis essent, amoliri tum deum dona ipsosque deos, sed colentium magis quam rapientium modo, coepere. namque delecti ex omni exercitu iuuenes, pure lautis corporibus, candida ueste, quibus deportanda Romam regina Iuno adsignata erat, uenerabundi templum iniere, primo religiose admouentes manus, quod id signum more Etrusco nisi certae gentis sacerdos attractare non esset solitus. Dein cum quidam, seu spiritu diuino tactus seu iuuenali ioco, "uisne Romam ire, Iuno?" Dixisset, adnuisse ceteri deam conclamauerunt. Inde fabulae adiectum est uocem quoque dicentis uelle auditam; motam certe sede sua parui molimenti adminiculis, sequentis modo accepimus leuem ac facilem tralatu fuisse, integramque in Auentinum aeternam sedem suam quo uota Romani dictatoris uocauerant perlatam, ubi templum ei postea idem qui uouerat Camillus dedicauit.
Quando i beni privati erano già stati asportati da Veio, i vincitori cominciarono a portarsi via anche i tesori degli dèi e gli dèi stessi, pur facendolo però con spirito di autentica devozione e non con foga da razziatori. Infatti all'interno di tutto l'esercito vennero scelti dei giovani che, dopo essersi lavati accuratamente e aver indossato una veste bianca, ebbero l'incarico di trasferire a Roma Giunone Regina. Una volta entrati nel tempio pieni di reverenza, essi in un primo tempo accostarono piamente le mani al simulacro della dea perché secondo la tradizione etrusca quell'immagine non doveva esser toccata se non da un sacerdote proveniente da una certa famiglia. Poi, quando uno di essi, vuoi per ispirazione divina, vuoi per celia giovanile, disse, rivolto al simulacro: «Vuoi venire a Roma, Giunone?», tutti gli altri gridarono festanti che la dea aveva fatto un cenno di assenso con la testa. In séguito alla storia venne anche aggiunto il particolare che era stata udita la voce della dea rispondere di sì. Di certo però sappiamo che (come se la statua avesse voluto seguire volontariamente quel gruppo di giovani) non ci vollero grossi sforzi di macchine per rimuoverla dalla sua sede: facile e leggera a trasportarsi, la dea approdò integra sull'Aventino, in quella zona cioè che le preghiere del dittatore avevano invocato come la sede naturale a lei destinata per l'eternità e dove in séguito Camillo le dedicò il tempio da lui stesso promesso nel pieno della guerra.
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La leggenda di Romolo versione latino e traduzione
Varie stesure per questa versione
a seconda dei libri di testo scolastici.
dal libro Verte mecum
Romanum imperium, quo neque ab exordio ullum fere minus neque incrementis toto orbe amplius humana potest memoria recordari, a Romulo exordium habet, qui Reae Silviae, Vestalis virginis, filius, et, quantum putatus est, Martis cum Remo fratre uno partu editus est. Is, cum inter pastores latrocinaretur, decem et octo annos natus urbem exiguam in Palatino monte constituit undecimo Kalendas Maias, Olympiadis sextae anno tertio, anno trecentesimo nonagesimo quarto post Troiae excidium. Il potere romano, del quale umana memoria non ne può ricordare né alcun (potere) quasi più piccolo inizialmente, né più grande per sviluppi successivi in tutto il mondo, ha inizio da Romolo, che, figlio di Rea Silvia, vergine Vestale e, per quanto si credette, di Marte, fu dato alla luce col fratello Remo, di un solo parto. Egli, compiendo scorrerie fra i pastori, a diciotto anni fondò una piccola città sul colle Palatino, il ventuno Aprile, nel terzo anno dalla sesta Olimpiade, trecentonovantaquattro anni dopo la distruzione di Troia.
dal libro latina lectio
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L'ultima guerra macedonica
Autore: sconosciuto
da latina lectio
Principio veris, quod hiemem eam secutum est, Roma profectus, Marcus Philippus consul cum quinque milibus militum Brundisium, in portum Apuliae tutissimum, pervenit. Marcus Popilius consularis et alii pari nobilitate tribuni militum consulem secuti sunt. Postquam ex Italia profeti sunt, Acarnaniae portum tenuerunt; inde consul per invia loca et saltus montuosae regionis penetravit in Macedoniam et complures urbes ibi occupavit. Tunc ex Rhodo insula legati Romam venerunt militantes bellum, nisi senatus cum Perseo, Macedoniae rege, bellum componeret atque amicitiam iungeret. Id senatus indigne passus est. Cum id bellum Lucio Aemilio Romano daretur; inde Macedoniam petit, ubi regem vicit totamque regionem in potestatem suam redegit et ingentem praedam domum rettulit.
All’inizio della primavera, che seguì quell’inverno, partito da Roma, il console Marco Filippo giunse con cinquemila soldati a Brindisi, porto munitissimo dell’Apulia. Marco Popilio, uomo consolare, e gli altri tribuni dei soldati di pari grado, seguirono il console. Dopo esser partiti dall’Italia, occuparono un porto dell’Acarnania; quindi il console entrò in Macedonia attraverso luoghi inaccessibili e passi della montuosa regione e là occupò numerose città. Allora ambasciatori arrivarono a Roma dall’isola di Rodi minacciando la guerra, se il senato non facesse la pace e stringesse amicizia con Perseo, re della Macedonia. Il senato sopportò ciò a malincuore. Poiché questa guerra era stata affidata a Lucio Emilio Paolo, egli supplicò gli dei in assemblea che un esito propizio fosse concesso al popolo Romano quindi si diresse verso la Macedonia ove vinse il re e ricondusse sotto il suo potere tutta la regione e riportò in patria un ingente bottino.
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Qui rei publicae instituta defendunt, optimates sunt, cuiuscumque ordinis sunt. Qui autem praecipue suis cervicibus tanta munia atque rem publicam sustinent, hi semper habiti sunt optimatum principes, auctores et conservatores civitatis. Huic hominum generi fateor multos adversarios, inimicos, invidos esse, multa proponi pericula, multas inferri iniurias, magnos experiendos et subeundos labores. Sed ego de virtute, non de desidia, loquor, de dignitate non de voluptate, de iis qui se patriae, qui suis civibus, qui laudi, qui gloriae, non qui somno et conviviis et delectationi natos arbitrantur. Nam, si qui voluptativus ducuntur et se vitiorum illecebris et cupiditatum lenociniis dediderunt, missos faciant honores, neve attingant rem publicam, patiantur se otio suo perfrui vivorum fortium labore. Qui autem bonam famam apud bonos cives, quae sola vera gloria nominari potest, expetunt, aliis otium et commoda quaerere debent,
Altra versione stesso titolo Dal libro latina lectio
Qui rei publicae instituta defendunt, hi optimates sunt, cuiuscumque ordinis ...
La vita dei politici versione latino Cicerone
Coloro che difendono le istituzioni dello stato sono gli optimates, di qualsiasi ceto siano. Coloro che invece sostengono particolarmente sulle proprie spalle il peso dello stato e così grandi doveri, questi sono stati sempre considerati i primi fra gli optimates, fautori e salvatori dell'ordinamento cittadino. Ammetto che questo genere di uomini ha molti avversari, nemici, invidiosi, (gli) vengono minacciati molti pericoli, (gli) vengono recate molte offese, grandi pene da affrontare e sopportare. Ma io parlo del valore e non della pigrizia, dell'onore e non del piacere, di quelli che si reputano destinati alla patria, ai loro cittadini, al merito, alla gloria e non di quelli che (si reputano destinati) al sonno, non di quelli che (si reputano destinati) ai banchetti e al piacere. Infatti, se coloro che sono trasportati dai piaceri e si sono abbandonati alle attrattive dei vizi e agli allettamenti delle passioni, questi rinuncino alle cariche tralasciate, e non si occupino di politica, si accontentino di godere del proprio ozio grazie alle fatiche dei vivi forti. Coloro che invece desiderano una buona fama tra i cittadini onesti, la qual cosa si può considerare la sola vera gloria, devono riservare l'ozio e gli agi agli altri.
Altra versione stesso titolo Dal libro latina lectio
Qui rei publicae instituta defendunt, hi optimates sunt, cuiuscumque ordinis ...
Coloro che difendono I' ordinamento costituzionale e gli onesti, sono nobili, di qualunque classe sociale siano. Coloro, poi, che più di tutti sostengono sulle loro spalle così pesanti incombenze per la cosa pubblica, sono stati sempre ritenuti i capi dei nobili, i fondatori ed i garanti dello stato. Questa categoria di persone, l'ammetto, ha molti nemici, è esposta a molti pericoli, è oggetto di molte ingiustizie, deve conoscere a proprie spese e subire grandi traversie. Ma il discorso è rivolto a coloro che ritengono di essere nati per la patria, per i loro concittadini, per la reputazione, per la fama, non per il sonno, i banchetti ed i godimenti. E se qualcuno si lascia trascinare dai piaceri, preda ormai delle seduzioni del vizio e degli allettamenti delle passioni, rinunci agli onori. Al contrario, chi aspira alla stima degli onesti, l'unica cosa che si possa chiamare gloria, deve ricercare la tranquillità e le soddisfazioni per altri, non per sé stesso.