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Così raccontava Fedro, uno scrittore di altissima reputazione: Una volta le parti del corpo umano fecero una ribellione: infatti le braccia e i piedi non volevano fornire il cibo al ventre, perché il ventre era sempre pieno senza fatica. E perciò, per lungo tempo, non presero più il cibo. A causa del digiuno le parti del corpo cominciarono ad essere deboli, ed abbandonarono la cospirazione contro il ventre. Dicevano: Siamo state sciocche, ed ora, stremate, desideriamo bramosamente il cibo, a causa del digiuno eccessivo. Ma, dopo che le membra decisero di servire il cibo, il ventre (lo) rifiutò, perché i canali ormai erano chiusi. E così il ventre e le membra del corpo morirono.
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Multa beneficiorum exempla referam et dissimilia et quaedam inter se contraria. Dedit aliquis domino suo vitam,... in quos vitae necisque potestatem habuisset.
Ricorderò molti esempi di benefici, sia diversi sia fra loro contrari. Qualcuno diede la vita al suo padrone, qualcuno gli diede la morte, qualcuno salvò il (suo) padrone che stava per morire e, se questo è poco, lo ha salvato morendo; uno contribuì (al)la morte del (suo) padrone, un altro la scongiurò. Claudio Quadrigario nel diciottesimo libro degli annali racconta che quando veniva assediata Grumento e si era ormai arrivati all'estrema disperazione, due servi passarono ai nemici e lavorarono con profitto. Poi, conquistata la città, mentre il vincitore fuggiva correndo qua e là, quelli corsero per percorsi conosciuti alla casa in cui avevano servito e portarono avanti a loro la padrona; a quelli che domandarono chi mai fosse dichiararono che era la loro)padrona e che, per di più era assai crudele, veniva portata da loro stessi al patibolo. Poi, dopo averla portata fuori, la nascosero fuori delle mura con grandissima attenzione, fino a che la rabbia nemica fosse svanita; quindi, come l'esercito fu sazio, ben presto e tornò alle abitudini Romane, anche quelli tornarono alle loro e liberarono la padrona. Ella affrancò subito entrambi e non si offese di aver ricevuto la vita da quelli sui quali aveva avuto potere di vita e di morte.
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Foramina intra caput maxima oculorum sunt, deinde narium, tum quae in auribus habemus. Ex his oculorum... iuxta cerebrum in multa et tenuia foramina diducitur, per quae facultas audiendi est.
I fori più grandi dentro la testa sono soprattutto degli occhi, poi [ci sono] quelli delle narici, infine quelli che abbiamo nelle orecchie. Tra questi i fori degli occhi tendono, retti e soli, verso il cervello. I due fori delle narici sono separati da un osso posto nel centro. Questi fori, che dalla sommità fino alla base delle narici, sono unici, lì si dividono nuovamente in due condotti; ed altri di questi, accessibili alla bocca, ricevono e rimandano il fiato, altri, che si dirigono al cervello, si dividono nell'ultima parte in molti e piccoli fori, attraverso i quali ci viene dato il senso dell'olfatto. Anche nell'orecchio il condotto è in un primo momento unico e diritto; procedendo [diventa] tortuoso, nei pressi del cervello si divide in molti e piccoli fori, attraverso i quali c'è la facoltà di udire.
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Miser Catulle, desinas ineptire. (...) Fulsere vere candidi tibi soles. Nunc iam illa non vul...At tu, Catulle, destinatus, obdura.
O povero Catullo, smetti di delirare ...Per te davvero brillarono candidi soli. Ora lei non vuole [più]: e tu pure impotente non desiderare, non inseguire colei che ti rifugge, e non vivere infelice, na, con animo risoluto sopporta, resisti! Addio fanciulla. Ormai Catullo resiste, e non ti cercherà ne ti supplicherà contro la tua voglia: Scellerata! Chi bacerai? A chi morderai le labbra? Ma tu, Catullo, ostinato, resisti.
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In eo tempore copiae Gallorum ingentes agrum Pomptinum insederant...ob hanc causam cognomen habuit Corvinum.
In quel tempo grandi forze dei Galli avevano invaso la Pontinia e i consoli, preoccupati dal numero e dalla forza dei nemici, schiereranno le proprie truppe in battaglia. Allora il capo dei Galli, che si distingueva per la corporatura grossa e alta e per il luccicare delle armi dorate, avanzò a grandi passi, e facendo mulinare con la mano l'asta e guardando tutt'intorno con altezzosa superbia, ordinò con aria di disprezzo che avanzasse e si presentasse se v'era qualcuno in tutto l'esercito romano che osasse combattere con lui. Allora il tribuno Valerio, di fronte agli altri che esitavano per timore e vergogna dopo aver chiesto ai consoli che gli consentissero di combattere con quel gallo così vanamente arrogante, si fece innanzi con coraggio e ritegno; i due combattenti si fan sotto, s'arrestarono e già hanno messo mano alle armi quando avviene un fatto miracoloso: d'improvviso un corvo giunge in volo, si posa sull'elmo del tribuno e poi comincia a colpire il viso e gli occhi dell'avversario; lo sorprende, lo turba, gli graffia le mani con le unghie, lo acceca con lo sbattere delle ali e, quando gli par di avere infierito a sufficienza, ritorna sull'elmo del tribuno. Allora questi, dinanzi ad ambedue le schiere, facendo assegnamento sul proprio coraggio e sull'aiuto dell'uccello, atterra quel ferocissimo capo dei nemici, lo uccide e per questo fatto assume il cognome di Corvino.