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A Roma ci si sposava in moltissimi modi: per uso, per confarreazione, per coenzione; ma la confarreazione si confaceva ai soli pontefici. Le donne che si erano maritate per coenzione erano chiamate madri di famiglia; invece le donne che si erano sposate per uso o per confarreazione non erano chiamate madri di famiglia. La coenzione era celebrata in determinate feste solenni, e nella coenzione si interrogavano vicendevolmente; l'uomo chiedeva alla donna così: "Vuoi essere per me la madre della famiglia?"; la donna rispondeva: "Voglio". Allo stesso modo la donna interrogava l'uomo: "Vuoi essere per me il padre della famiglia?"; l'uomo rispondeva: "Voglio". In tal modo la donna passava sotto la potestà dell'uomo, e si chiamavano nozze per coenzione. La donna era la madre di famiglia, ma per l'uomo era una figlia.
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Il cielo era sereno, gli agricoltori lavoravano nei campi, e nella cucina della fattoria le servitrici preparavano molte pietanze, perché era l'ora della cena. Gli amici della padrona arrivavano nella sala da pranzo, e si mettevano a tavola. Dato che il buon vino non mancava, e dalle ancelle veniva servito cibo gradito ai convitati (carne di bue, cinghiale, vitello), la padrona era felice. I convitati si divertivano, infatti raccontavano straordinarie storie sui pirati, e ridevano. Nel frattempo, come secondi piatti, venivano serviti formaggio e frutta. Poiché ormai le ombre della notte oscuravano la terra, e nel bosco cantava soltanto la civetta, felici per la cena, ritornavano nella città.
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Temistocle, figlio di Neocle, era ateniese. I vizi della giovinezza furono compensati nelle grandi virtù di Temistocle, al punto che nessun cittadino viene anteposto a Temistocle e pochi si reputano uguali. Temistocle tuttavia, poiché era stato poco apprezzato dai genitori, perché da un lato viveva con dispendiosità e dall'altro non si preoccupava del patrimonio familiare, fu diseredato dal padre. Un oltraggio tanto grande non avvilì l'animo dell'uomo, ma lo incitò e, per cancellare tale offesa, egli dedicò l'intero talento allo Stato, mettendosi al servizio in maniera piuttosto scrupolosa degli amici e della buona reputazione. Si dava da fare nei processi privati, senza Temistocle non si portava a termine nessuna faccenda. E non era meno capace nelle azioni che nelle valutazioni, poiché – come dice Tucidide – giudicava correttamente e faceva con sagacia ipotesi intorno alle cose future. Così avvenne che, in breve tempo, divenne celebre.
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Al re Creso nel corso di un sogno gli dei avevano preannunciato la morte prematura del figlio e un giavellotto come causa della morte. E così il re assai spaventato aveva ordinato ai servitori di portare via tutte le armi dalla stanza del figlio, ed in ogni modo aveva provveduto a che il figlio non si trovasse nelle battaglie e negli scontri. Ma, dato che, poco dopo, un cinghiale di notevole grandezza mandava in rovina i campi della Lidia, i Lidi chiesero al re che il figlio, insieme ai restanti giovinetti liberasse la regione dalla belva. In quella battuta di caccia il figlio di Creso morì.
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Durante la seconda guerra Punica, presso Zama, Annibale fu sconfitto da P, Cornelio Scipione, che a seguito della vittoria venne soprannominato "l'Africano". Dopo la disfatta i due illustri comandanti, Scipione ed Annibale, un giorno vennero a colloqui e fecero questo discorso. Scipione chiese: Quale comandante consideri il più grande di tutti i tempi? Annibale rispose: Ritengo certamente Alessandro, il re dei Macedoni, il comandante più grande; da fanciullo, infatti, io apprezzai molto Alessandro, ed avrei voluto compiere le sue imprese. Metto Alessandro al primo posto non soltanto perché con truppe esigue in Asia sbaragliò eserciti innumerevoli, ma anche perché compì una marcia lunga e ardua al fine di visitare le coste più lontane della Terra. Scipione allora chiese: Quale consideri il secondo? Annibale rispose: Considero secondo Pirro, il re dell'Epiro, perché per primo insegnò a collocare l'accampamento e a posizionare le guarnigione difensive. Alla fine Scipione chiese: Quale consideri il terzo? Annibale rispose: Considero me il terzo tra i comandanti più grandi, perché giunsi in Italia attraverso le Alpi e uscii sempre vincitore contro le legioni dei Romani; e se ti avessi sconfitto, avrei ritenuto me il primo, davanti al re Alessandro.
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