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La grandezza del dono fa sì che un dono sia gradito; tuttavia, il dono, benché piccolo, sarà più gradito se sarà stato offerto al momento opportuno. Nella seconda guerra punica, dopo la sconfitta subita dai Romani presso il lago Trasimeno, tanto sanguinosa che anche il console Flaminio perse la vita e che i cavalieri cartaginesi catturarono molti soldati romani, il senato chiese ad Annibale, comandante dei Cartaginesi, che fossero restituiti i prigionieri romani. Ma il prezzo pattuito per il riscatto era così eccessivo che il senato non possedeva abbastanza denaro per riscattare dalla schiavitù i prigionieri. Allora il dittatore Q. Fabio Massimo, dopo che seppe la cosa, inviò il figlio a Roma per vendere l'unica proprietà che possedeva e consegnò al senato l'intera somma, benché piccola. Fu tanto grande la generosità di Quinto Fabio Massimo che vendette tutto il suo patrimonio per essere d'aiuto alla patria.
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Nel giorno delle nozze di Teti con Peleo, Giove aveva invitato per il banchetto tutte le dee fuorché la Discordia. Dopo che la Discordia fu sopraggiunta e non fu stata fatta entrare, dalla porta lanciò sul tavolo una mela e disse: Che venga presa dalla più bella! Giunone, Venere e Minerva, cominciarono a rivendicare per sé la bellezza e così ne uscì un grande litigio. Giove ordinò a Mercurio di portare le dee sul monte Ida presso Alessandro Paride, affinché giudicasse. Giunone promise a Paride il dominio del mondo e una smisurata ricchezza; Minerva promise al giovane la saggezza e la conoscenza di tutte le cose; Venere invece offrì a Paride Elena, figlia di Tindaro e moglie di Menelao. Dato che Elena superava tutte le donne in fatto di bellezza, Paride considerò il dono di Venere superiore agli altri, e la giudicò vincitrice; a causa del giudizio di Paride Giunone e Minerva furono ostili ai Troiani. Alessandro, su istigazione di Venere, portò Elena a Troia e la ebbe in matrimonio.
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Un giorno un cervo fu spinto a una fonte dalla calura di una giornata estiva. Poiché aveva sete, scese in pianura, e scoprì un fresco lago sotto antiche querce. Dopo che ebbe bevuto, si fermò, e nel limpido specchio delle acque vide la propria immagine. Qui, mentre lodava le corna ramificate e biasimava l'eccessiva magrezza delle zampe, udì le voci dei cacciatori coi cani e fu preso dalla paura: cominciò a scappare attraverso la pianura e con la rapida corsa evitò l'aggressione dei cani. Ma il bosco frenò la bestia, poiché i rami degli alberi ostacolavano le corna, e il cervo fu dilaniato dai crudeli morsi dei cani. Allora il poveretto esclamò: "Ora soltanto capisco: io, sciocco, ho disprezzato le mie zampe, che mi sono state spesso molto utili. Le corna, che invece avevo elogiato, sono per me causa di morte".
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A Roma è nota la favola di Fedro sulla piccola volpe e la cicogna. Una piccola volpe invitava per cena una cicogna, e metteva dentro a delle coppe una pietanza liquida. La cicogna, poiché non si divertiva e non si saziava in alcun modo, ritornava a casa mesta. Ma l'astuta cicogna, il giorno dopo, invitava per cena la piccola volpe, e serviva in una bottiglia un cibo sminuzzato. La cicogna infilava il becco nella bottiglia, e si saziava. Nel frattempo la piccola volpe, poiché leccava invano il collo della bottiglia, veniva torturata dalla fame. A quel punto la cicogna diceva: O piccola volpe, così come io ho sopportato, ora devi sopportare tu!
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L'arte dell'aruspicina era nota agli Egizi; secondo varie procedure, infatti, i sacerdoti estraevano le interiora agli animali e prevedevano le cose future. Erodoto, uno scrittore Greco, aveva illustrato l'estrazione delle interiora prima degli spettacoli in onore della dea Iside: (soggetto - i sacerdoti) dapprima tenevano delle suppliche rituali, poi strappavano al bue la pelle e dal ventre estraevano le viscere. Però lasciavano nel corpo tutte le altre interiora e il grasso; tagliavano le zampe, l'ultima parte del femore, le spalle e il collo. A quel punto riempivano il corpo con farina, miele, uve secche, carici, incenso, mirra ed altri profumi; quindi mettevano il corpo sopra al fuoco, e dentro versavano dell'olio a gocce. La vittima cuoceva, e tutti si battevano i petti. Alla fine mangiavano il corpo dell'animale.
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