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Bufo clamitare coepit: Medicus ego sum, artis peritissimus: quisquis …
Un rospo iniziò a far baccano: Io sono un medico, espertissimo del mestiere: chiunque sarà venuto da me, verrà guarito. A costui una volpe rispose: In che modo curerai tutti gli altri, tu che non hai trovato nessuna cura per te stesso? Infatti sei zoppo, e verde, e dalla voce roca.
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Currum gravi pondere oneratum boves trahebant. Cum axis ob adtritum strideret ...
Dei buoi trainavano un carro caricato con pesanti carichi. Poiché l'asse scricchiolava a causa dell'attrito, essi dissero: Perché ciò? Tu non porti nulla, e gridi?
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Veteres regnum mortuorum Erebum, vel etiam Averna, appellabant atque sub terra …
Gli antichi chiamavano il regno dei morti Erebo, o anche Averno, e lo collocavano sottoterra, in una buia voragine. Credevano che sulla soglia stesse sdraiato il cane Cerbero, che aveva tre teste e colli spaventosi a causa di sinistri serpenti. Egli terrorizzava con forti latrati le pallide anime. Leggiamo anche che nell'Erebo si trovava il Tartaro, sede degli uomini scellerati, e l'Eliso: qui avevano le sedi beate le anime dei giusti, che conducevano una vita lieta. Intorno al Tartaro scorrevano neri fiumi impetuosi: l'Acheronte, dove arrivavano le folle dei morti per imbarcarsi sulla barchetta del colore della ruggine del traghettatore Caronte; il Cocito, al posto delle onde, portava con sé le lacrime degli scellerati; l'orrendo Stige, dal quale esalavano vapori mortiferi; il Lete, dalle sorgenti del quale le anime dei morti bevevano con l'acqua l'oblio della vita passata. Senza dubbio nessuno di voi ignora che nel Tartaro c'era la reggia di Plutone, che aveva ogni potere sui morti.
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Tradunt rerum scriptores secundo Punico bello Marcellum consulem, cum Syracusarum …
Gli storici narrano che, durante la seconda guerra punica, il console Marcello, poiché gli abitanti di Siracusa avevano stretto alleanza con i Cartaginesi, cinse d'assedio la città con grandissime macchine belliche. Ma l'assedio non fu né semplice, né breve, perché a Siracusa viveva un uomo di grandissimo ingegno, di nome Archimede, che, con le sue straordinarie invenzioni, rendeva vano ogni sforzo dei Romani. Dopo che finalmente ebbe espugnato Siracusa, Marcello ordinò che Archimede non venisse ucciso. Ma un soldato romano, dopo aver fatto irruzione in casa di lui, e averlo trovato che tracciava delle figure sulla polvere, con voce minacciosa chiese il suo nome. Archimede però, mentre faceva i calcoli, aveva la mente intenta alla propria ricerca: così né udì, né rispose. Allora il soldato, spinto dalla collera, lo trafisse con la spada, non sapendo di uccidere proprio Archimede.
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Olim lupus, cum in prato agnum vidisset, quem pastor amiserat, statim appropinquavit …
Una volta un lupo, poiché aveva visto in un prato un agnello che il pastore aveva smarrito, subito si avvicinò per divorarlo. L'agnello però gli disse: So che tu sei più forte di me e che io non posso evitare la morte; tuttavia, affinché non mi manchi ogni conforto, ti chiedo di suonarmi qualcosa con il flauto: così danzerò e poi lascerò la vita con animo più lieto. Il lupo credette a queste parole e suonò il flauto perché l'agnello danzasse Ma il pastore, appena lo ebbe udito, sopraggiunse insieme ai cani, che misero in fuga il lupo e salvarono l'agnello. Allora il lupo disse così: Quanto mi ha nociuto la stupidità! Io infatti, che sono un ladro e un predatore, non dovevo suonare il flauto come un musicista. Questa breve favola insegna che l'astuzia è utile ai più deboli, affinché siano vincitori.