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La fine della guerra civile tra Cesare e Pompeo
versione latino Eutropio
traduzione libro corso di lingua latina per il biennio
In thessalia, apud Pharsalum, cum produxissent ingentes copias Caesar et Pomepiusine
Fine: cum caesar inimici caput conspexisset, etiam lacrimas fudit et mortem tanti viri deploravit
In Tessaglia presso Farsalo avendo condotto ingenti truppe, Cesare e Pompeo lottarono: la schiera pompeiana ebbe molte migliaia di fanti e cavalieri, inoltre le truppe ausiliari di tutto l'oriente, tutta la nobiltà, numerosi senatori, pretori, consoli, e strenui comandanti di soldati. Cesare nella sua schiera ebbe trentamila fanti e mille cavalieri: ma erano tutti stanchi per le molte guerre. Mai finora tante truppe romane erano riunite in un solo luogo: tutto il mondo sarebbe stato facilmente sottomesso se fossero state condotte contro i barbari. Pompeo tuttavia fu vinto e l'accampamento di Pompeo fu distrutto dai soldati di Cesare. Dopo che fu messo in fuga, Pompeo chiede a Tolomeo, re di egitto, di dargli truppe ausiliarie: infatti dal senato Pompeo era stato dato come (tutor) a Tolomeo per la sua giovane età. Ma il re di egitto violò l'amicizia, uccise Pompeo e mandò la testa e l'anello dell'infelice generale a Cesare. Avendo Cesare visto la testa del nemico pianse e deplorò la morte di un simile uomo.
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Nunc ad marcellum revertar, ne haec a me sine causa commemorata esse videantur. syracusis autem permulta atque egregia reliquit; deum vero nullum violavit, nullum attigit.
Che ora si ritorni a Marcello, sembra che queste cose siano state ricordate da me senza motivo. E questo dopo aver catturato l’illustre città con la forza e le truppe, non ritenne spettare alla lode del popolo romano di eliminare ed estinguere questa bellezza. Pertanto in questo modo risparmiò tutti gli edifici, pubblici e privati, sacri e profani, come se fosse venuto lì per difendere con l’esercito, non per assediare. Nelle illustri città tenne in considerazione della vittoria, (tenne in considerazione) dell’umanità; riteneva che fosse proprio della vittoria portare a Roma molte cose che potessero essere di ornamento alla città, che fosse proprio dell’umanità non depredare interamente la città. Queste cose furono portate a Roma, le vediamo al tempio dell’onore e della virtù e anche in altri luoghi. Non pose nulla nei templi, nulla nei giardini, nulla nel suburbano. A Siracusa però rimase debitore moltissimo e senza pari, non essere nessun dio, nulla toccò. >
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La parabola del buon samaritano
versione latino traduzione
Dal libro di corso di lingua latina
Et ecce legisperitus surrexit tentans illum... Et dixit illi Iesus : "Vade, et tu similiter"
Un dottore della legge si alzò per metterlo alla prova: «Maestro, che devo fare per ereditare la vita eterna?». Gesù gli disse: «Che cosa sta scritto nella Legge? Che cosa vi leggi?». Costui rispose: «Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente e il prossimo tuo come te stesso». E Gesù: «Hai risposto bene; fa' questo e vivrai». Ma quegli, volendo giustificarsi, disse a Gesù: «E chi è il mio prossimo?». Gesù riprese: «Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e incappò nei briganti che lo spogliarono, lo percossero e poi se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e quando lo vide passò oltre dall'altra parte. Anche un levita, giunto in quel luogo, lo vide e passò oltre. Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto lo vide e n'ebbe compassione. Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi, caricatolo sopra il suo giumento, lo portò a una locanda e si prese cura di lui. Il giorno seguente, estrasse due denari e li diede all'albergatore, dicendo: Abbi cura di lui e ciò che spenderai in più, te lo rifonderò al mio ritorno. Chi di questi tre ti sembra sia stato il prossimo di colui che è incappato nei briganti?». Quegli rispose: «Chi ha avuto compassione di lui». Gesù gli disse: «Va' e anche tu fa' lo stesso».
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Lepus ab aquila opprimitur et graviter flet; magna insolentia passer miserum animal obiurgabat et acerbis verbis dicebat: " O stulte lepus, ubi est nota pernicitas tua? Cur ( Perchè? ) ita cessaverunt pedes tui? Citum animal certe non es, sed calliditate quoque cares et nunc poenas stultitiae tuae merito solvis". Dum ( mentre ) passer miserum leporem sic monet, necopinatus accipiter de caelo rapide descendit nec obsecrationibus lamentationibusque stulti passeris aurem praebuit, sed aviculam rapuit et devoravit. Tum lepus semianimus passeri dixit: " Tu modo securus mala mea irridebas, nunc fatum tuum deploras
Una lepre è umiliata da un’aquila e piange a dirotto, con grande arroganza il passero rimproverava il misero animale e diceva con aspre parole “o stolta lepre, dov’è la tua nota velocità? Perché le tue zampe hanno indugiato (perfetto che si può tradurre con indugiarono o hanno indugiato) certamente non sei un animale veloce ma sei privo anche di astuzia così adesso paghi il fio (poenas solvit =pagare il fio) meritatamente della tua stoltezza. Mentre il misero passero ammonisce così la lepre improvvisamente un falco rapidamente discende dal cielo e non prestò attenzione (qui letteralmente è perfetto ma in italiano sta meglio NON PRESTA ATTENZIONE) nemmeno alle suppliche e ai gemiti dello sciocco passero ma rapì (letteralmente è perfetto ma in italiano sta meglio il presente RAPISCE) e divorò (letteralmente è perfetto ma in italiano sta meglio DIVORA) l’uccellino. Allora la lepre disse al passero mezzo morto (morente) “Tu senza timore ti beffavi delle mie sventure ora rimpiangi il tuo fato. ”
Verbi
Obprimo (terza persona singolare passivo presente)
Fleo 83 persona presente attivo)
Obiurgo (3 persona imperfetto attivo)
Cesso (e plurale perfetto attivo)
Sollvo
Caro
Moneo
Discendo
Rapio
Irrideo
praebeo
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Lisandro
Autore: Cornelio Nepote Corso di Lingua latina
Lysander Lacedaemonius magnam reliquit sui famam, magis felicitate quam virtute partam. Atheniensis enim in Peloponnesios sexto et vicesimo anno bellum gerentes confecisse apparet. Id qua ratione consecutus sit, haud latet. Non enim virtute sui exercitus, sed immodestia factum est adversariorum, qui, quod dicto audientes imperatoribus suis non erant, dispalati in agris relictis navibus in hostium venerunt potestatem. Quo facto Athenienses se Lacedaemoniis dediderunt. Hac victoria Lysander elatus, cum antea semper factiosus audaxque fuisset, sic sibi indulsit, ut eius opera in maximum odium Graeciae Lacedaemonii pervenerint. Nam cum hanc causam Lacedaemonii dictitassent sibi esse belli, ut Atheniensium impotentem dominationem refringerent, postquam apud Aegos flumen Lysander classis hostium est potitus, nihil aliud molitus est, quam ut omnes civitates in sua teneret potestate, cum id se Lacedaemoniorum causa facere simularet.
Lisandro, Spartano, lasciò di sè una grande fama acquistata più con la fortuna che con il valore; infatti è noto che sconfisse gli Ateniesi dopo venticinque anni che combattevano contro i Peloponnesiaci. E' noto come abbia conseguito questa vittoria. . La conseguì non per il valore del suo esercito, ma per l'indisciplina degli avversari che, poiché non obbedivano ai loro comandanti, sparpagliati per i campi dopo aver abbandonato le navi, caddero in balìa dei nemici. Per questo gli Ateniesi si arresero agli Spartani. . Lisandro insuperbito da questa vittoria, essendo stato sempre, anche prima, intrigante e spregiudicato, si abbandonò alla sua natura al punto che per colpa sua gli Spartani vennero in grandissimo odio alla Grecia. Infatti gli Spartani, sebbene fossero andati dicendo che per loro la causa della guerra era abbattere la sfrenata dominazione ateniese, dopo che Lisandro si impadronì della flotta nemica presso Egospotami, nient'altro macchinò che di tenere in suo potere tutte le città fingendo di farlo per il bene degli Spartani.