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Eroismo degli antichi spartani versione latino Cicerone Corso di lingua latina
Sed quid ego Socratem aut Theramenem, praestantis viros virtutis et sapientiae gloria...mortem non dubitaret occumbere
Ma poiché io ricordo Socrate e Teròmene, uomini notevoli per la gloria della virtù e della saggezza, quando un certo Spartano, del quale nemmeno è stato tramandato il nome, così tanto disprezzò la morte, che, essendo condotto ad essa, condannato dagli efori e poiché aveva un atteggiamento ilare e lieto avendogli detto un certo nemico: "Disprezzi forse le leggi di Licurgo?" Rispose "Io invece ho la massima gratitudine per colui che mi multò con quell'ammenda che posso pagare senza prestito di denaro e senza debito". O uomo degno di Sparta! Tanto che a me almeno sembra che sia stato condannato (pur) innocente colui che era stato d'animo così grande. La nostra città produsse innumerevoli uomini di tal genere. Ma perché dovrei nominare comandanti e capi quando scrive Catone stesso che le legioni stesse partirono entusiaste verso quel luogo da cui pensavano pure che non sarebbero tornate? Con ugual coraggio gli Spartani caddero alle Termopili: infatti questo popolo fu valoroso finchè furono in vigore le leggi di Licurgo. Uno di loro poiché un nemico Persiano aveva detto vantandosi in un colloquio: "non vedete il sole per il gran numero di frecce e di giavellotti!" Rispose: " Combattiamo dunque all'ombra!". Ricordo gli uomini, ma chi fu infine quella spartana? Che avendo mandato il figlio in battaglia dopo aver udito che era stato ucciso disse: " Perciò l'avevo generato, affinché fosse tale da non esitare ad affrontare la morte per la patria!".
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Hunc ego non diligam, non admirer, non omni ratione defendendum putem? A summis hominibus eruditissimisque accepimus, poetam quasi divino quodam spiritu inflari. Qua re iure noster ille Ennius 'sanctos' appellat poetas: nam quasi deorum aliquo dono atque munere commendati nobis esse videntur. Sit igitur, iudices, sanctum apud vos, humanissimos homines, hoc poetae nomen, quod nulla umquam barbaria violavit. Saxa atque solitudines voci respondent, bestiae saepe immanes cantu flectuntur atque consistunt; nos, instituti rebus optimis, non poetarum voce moveamur? Homerum Colophonii civem esse dicunt suum, Chii suum vindicant, Salaminii repetunt, Smyrnaei vero suum esse confirmant itaque etiam delubrum eius in oppido dedicaverunt, permulti alii praeterea pugnant inter se atque contendunt. Ergo illi alienum, quia poeta fuit, post mortem etiam expetunt; nos hunc vivum, qui et voluntate et legibus noster est, repudiemus?
Non dovrei apprezzare, io, costui, non ammirarlo, non ritenere sia da difendere con ogni ragione? Sappiamo da sommi e molto eruditi uomini che un poeta è come animato da una sorta di spirito divino. E per la qual cosa, a buon diritto, quel nostro celebre poeta Ennio chiama 'santi' i poeti: difatti essi paiono esserci stati affidati quasi per dono o per favore degli dei. Sia dunque, giudici, ritenuto sacro presso di voi, coltissimi uomini, questo nome di poeta che nessuna gente barbara ha mai insozzato. Le montagne ed i deserti ne rieccheggiano la voce, le bestie spesso immani sono ammansite e si placano dinanzi al loro canto, e noi, eruditi nelle discipline più dotte, non dovremmo essere smossi dalla voce dei poeti? I Colofoni affermano che Omero sia un loro concittadino, gli abitanti di Chio lo rivendicano come proprio, quelli di Salamina lo reclamano, anche i residenti a Smirne confermano che sia loro, e dunque gli hanno dedicato anche un tempio nella propria città, e moltissimi altri, inoltre, combattono l'uno contro l'altro e se lo contendono. Dunque essi rivendicano, anche dopo la morte, uno straniero, giacchè fu poeta; e noi dovremmo forse rifiutare costui, vivo, che è nostro per volontà e leggi?
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Marcus Plautius, cum, imperio senatus, classem sociorum in Asiam reduceret, Tarentum appulit atque ibi uxor Orestilla, quae cum viro navigaverat et morbo oppressa erat, decessit. Tunc Plautius uxori funus fecit Orestillam in rogum imposuit et faces paravit ut corpus incenderet. Sed, antequam servi viri iussus conficerent, Plautius ad pedes cadaveris procubuit et gladio se transverberavit ut fatum uxoris communicaret. Deinde amici Plautii corpus coniugi iunxerunt et uno rogo duo corpora cremavurunt. Etiam nunc Tarenti sepulcrum Plautii et Orestillae conspicitur et eorum amor mirum fidei et constantiae exemplum iure axistimatur.
Marco Plauzio, per ordine del senato, riportando in Asia la flotta degli alleati, approdò a Taranto e qui la moglie Orestilla, che aveva navigato con il marito e era malata, morì. Allora Plauzio fece il funerale alla moglie, pose Orestilla sul rogo e la preparò per incendiare il corpo. Ma prima che i servi servissero gli ordini dell'uomo, Plauzio si gettò ai piedi del cadavere e con la spada si trafisse per (communicaret) il fato della moglie. Infine gli amici di Plauzio unirono i corpi dei coniugi e cremarono in un solo rogo i due corpi. Anche ora a Taranto si vede il sepolcro di Plauzioe Orestilla e il loro amore è considerato un esempio di mirabile fede e costanza.
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Inizia: Xenophon, qui mihi genere dicendi proximus Platoni videtur, cum sollemne sacrificium perageret, e duobus... E termina con: ego enim illum ex me natum sciebam esse mortalem.
Senofonte, che mi sembra simile a Platone per stile, compiendo il solenne sacrificio, venne a sapere che il maggiore dei due figli di nome Grillo era morto nella battaglia presso Mantinea: e perciò non ritenne che il culto degli dei istituito dovesse essere trascurato, ma fu anche tanto contento di deporre la corona. E avendo domandato in quale modo fosse stato ucciso, non appena sentì che colui che combatteva assai fortemente era morto, ripose questa stessa sul capo prendendo a testimone la potenza degli dei, ai quali sacrificava il maggiore che lui sentiva il piacere del figlio dal valore quanto l'asprezza dalla morte. Un altro avrebbe messo da parte la vittima, avrebbe abbattuto gli altari, avrebbe disperso i grani d'incenso cosparsi dalle lacrime. Ma il corpo di Senofonte stette immobile l'animo rimase stabile nella decisione della saggezza considerò di lasciarsi vincere dal dolore della sconfitta stessa che era stata annunciata più tristemente. Neppure Anassagora doveva essere trattenuto: e, infatti, appresa la morte del figlio disse: «A me non annunci niente di inaspettato o di nuovo: io, infatti, sapevo che quel mio figlio era mortale. »
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Rex Aegypti Ptolomaeus a minore fratre regno spoliatus erat; itaque, ut peteret auxilium, cum paucius admodum servis, miser et pannosus, Romam venerat, in hospitium Alexandrini pictoris. Id postquam senatui relatum est, patres, iuvenem regem arcesserunt et se excusaverunt: "Quaestorem more maiorum tibi obviam non misimus neque publico hospitio te excepimus, non neglegentia nostra, sed subito et clandestino adventu tuo". Postea e curia patres protinus illum ad publicos penates deduxerunt et admonuerunt ut sordes deponeret et in senatorum conspectum post paucos dies veniret. Senatus etiam curavit ut Ptolomaeo munera per quaestorum cotidie darentur. Itaque ad regium fastigium Ptolomaeus erectus est et semper confidentiam suam in auxilio populi Romani reposuit.
- Versione Corso di lingua latina - Fate quel che dico non quel che faccio ! - Seneca
- Frasi latino Corso di Lingua Latina 1/13 - Pag. 43, Esercizio 18A e 18B
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- Le donne sabine pongono fine alla guerra tra Romani e Sabini - Livio versione latino corso lingua la