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Phocaeenses graeci, exiguitate terrae coacti, magis navigandi quam terrae excolendae studiosi fuerunt: piscando, mercando, maritimis latrociniis exercendis vitam tolerabant. Itaque in ultimam oceani oram procedere ausi, in sinum Gallicum ad hostium Rhodani amnis devenerant et, loci amoenitate capti, domum reversi, referendo quae viderant, plures cives suos ad emigrandum sollicitavere. Duces classis Simos et Protis fuere. Itaque Nannum, Galliarum regem, in cuius finibus urbis condendae consilium ceperant, ad amicitiam petendam convenerunt. forte eo tempore occupatus rex erat in apparandis gyptiae filiae nuptiis quam more gentis suae, genero inter epulas electo in matrimonium tradendam curabat. itaque cum ad nuptias invitati essent omnes proci, rogantur etiam graeci ad convivium. cum ergo virgini eligendo esset iuvenis, cui nubere, Gyptia Proti aquam porrigendo, eum sibi sponsum elegit. Sic protis, factus ex ospite gener, locum condendae urbi a socero accepit. condendi locus prope ostia Rhodani in remoto sinu fuit.
i greci focesi, spinti dalla scarsezza della terra, preferirono la navigazione alla coltivazione della terra: sostenevano la vita pescando, commerciando e commerciando rapine marittime. E così osando spingersi fino all'ultima estremità dell'Oceano erano giunti nel golfo gallico presso la foce del fiume Rodano e, conquistati dalla bellezza del luogo, ritornati in patria, riferendo le cose che avevano visto, sollecitarono parecchi loro cittadini ad emigrare. Comandanti della flotta furono Simos e Protis. Quindi incontrarono Nanno, re delle Gallie nel territorio del quale avevano deciso di fondare una città per chiedere l'amicizia. Per caso in quel tempo il re era occupato nei preparativi del matrimonio della figlia Gipzia che in base alla tradizione del suo popolo si preoccupava che venisse data in matrimonio a un genere scelto durante un banchetto. Perciò essendo stati invitati tutti i pretendenti alle nozze, anche i Greci vengono invitati al banchetto. Dunque la giovane dovendo scegliere un giovane con cui desiderava sposarsi Gipzia offrendo l'acqua a Protis lo scelse come suo sposo. Così Protis reso genero dall'ospite ricevette dal suocero un luogo per fondare la città. Il luogo della fondazione fu vicino alla foce del Rodano in un lontano golfo
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Philippus macedo, ubi primum summa imperi potitus est, regnum florentissimum reddidit. sed initio, cum patria continuis bellis iam exhausta esse videretur et ipse modo adversariorum insidiis modo hostium incursionibus defatigaretur, aliquot bella, quae simul gerenda esse videbantur, pace facta, composuit, reliqua armis conficere voluit. Hostibus ita oppressis, imperium totius Graeciae adfectare coepit; sed adversus Graecos magnam adhibuit calliditatem. nam civitatum discordias hoc consilio aluit et fovit, ut, cum inter se obtrectare studerent, omnium vires frangerentur. Itaque, cum diu se hostem esse dissimulasset, potremo, ceteris debellatis atque in deditionem compulsis, bellum intulit Atheniensibus quos, proelio ad Chaeroneam commisso, plane devicit. Hic dies et gloriam et vetustissimam liberatem universae Graeciae adimere visus est.
Filippo il Macedone, appena ebbe il potere assoluto, rese il regno fiorentissimo. Ma all'inizio, poiché la patria sembrava fosse già indebolita dalle continue guerre, e lui stesso affaticato ora dagli agguati degli avversari, ora dagli attacchi dei nemici, mise fine ad alcune guerre, che sambravano dovessero essere combattute contemporaneamente, dopo che fu stipulata la pace, volle porre termine alle altre con le armi. Dopo aver così sconfitto i nemici, cominciò a mirare al predominio di tutta la Grecia; ma usò molta astuzia verso i Greci. Infatti alimentò e favorì le discordie delle città con questa intenzione, per fiaccare le forze di tutti, mentre erano occupati a scontrarsi fra di loro. Pertanto, poiché aveva finto a lungo di essere un nemico, infine, dopo aver vinto gli altri e averli indotti alla resa, portò guerra agli Ateniesi, che, attaccata battaglia a Cheronea, sottomise completamente. Questo giorno sembrò togliere sia la gloria sia l'antichissima libertà all'intera Grecia
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In ea pugna M. Cato, Catonis oratoris filius, dum inter confertissimos hostes insigniter dimicat, equo delapsus, pedestre proelium adgreditur. Nam cedentem manipulus hostium cum horrido clamore, veluti iacentem obtruncaturus, circumsteterat; at ille citius, corpore collecto, magnas strages edidit. Cum ad unum opprimendum undique hostes convolarent. Dum procerum quondam petit, gladius ei e manu elapsus in mediam cohortem hostium decidit; ad quem reciperandum, umbone se protegens, inspectante utroque exercitu, inter hostium mucrones sese immersit, recollectoque gladio, multis vulneribus exceptis, ad suos cum clamore hostium revertitur. Huius audaciam ceteri imitati, victoriam peperere.
M. Catone, figlio dell'oratore Catone, mentre combatte, mostrando straordinario valore, tra i nemici intorno a lui, caduto da cavallo, si trova ad affrontare lo scontro come un fante. Infatti, un manipolo di nemici - con terribile urlo, l'aveva circondato mentre egli cadeva con l'intenzione di sgozzarlo mentre era a terra Ma egli, rialzatosi molto in fretta, fece stragi (sta meglio in italiano: una strage). Mentre da ogni parte piombavano nemici per far fuori uno solo egli si getta all'attacco di uno di notevole stazza; la spada, sfuggitagli di mano, cadde in mezzo alla schiera nemica; al fine di recuperarla, proteggendosi con lo scudo, sotto gli occhi di entrambi gli eserciti, si gettò tra le armi nemiche e, recuperata la spada, a costo di molteplici ferite, rientra tra i suoi, con il clamore dei nemici. Gli altri, spinti ad emulare il suo coraggio, conquistarono la vittoria.
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Post haec bellum Spartanis infert, qui soli Philippi Alexandrique bellis et imperium Macedonum et omnibus metuenda arma contempserant. 2 Inter duas nobilissimas gentes bellum summis utrimque uiribus fuit, cum hi pro uetere Macedonum gloria, illi non solum pro inlibata libertate, sed etiam pro salute certarent. 3 Victi Lacedaemonii non ipsi tantum, uerum etiam coniuges liberique magno animo fortunam tulere. 4 Nemo quippe in acie saluti pepercit, nulla amissum coniugem fleuit, filiorum mortes senes laudabant, patribus in acie caesis filii gratulabantur, suam uicem omnes dolebant quod non et ipsi pro patriae libertate cecidissent. 5 Patentibus omnes domibus saucios excipiebant, uulnera curabant, lassos reficiebant; 6 inter haec nullus in urbe strepitus, nulla trepidatio, magisque omnes publicam quam priuatam fortunam lugebant. 7 Inter haec Cleomenes rex post multas hostium caedes toto corpore suo pariter et hostium cruore madens superuenit 8 ingressusque in urbem non humi consedit, non cibum aut potum poposcit, non denique armorum onus deposuit, 9 sed adclinis parieti, cum milia sola ex pugna superfuisse conspexisset, hortatus ut se ad meliora rei publicae tempora reseruarent, 10 tunc cum coniuge et liberis Aegyptum ad Ptolomeum proficiscitur, a quo honorifice exceptus diu in summa dignatione regis uixit 11 Postremo post Ptolomei mortem a filio eius cum omni familia interficitur. 12 Antigonus autem caesis occidione Spartanis fortunam tantae urbis miseratus a direptione milites prohibuit ueniamque his, qui superfuerant, dedit, 13 praefatus bellum se cum Cleomene, non cum Spartanis habuisse, cuius fuga omnis ira finita sit; 14 nec minori sibi gloriae fore si ab eo seruata Lacedaemon a quo solo capta sit, proderetur. 15 Parcere igitur se solo urbis ac tectis, quoniam homines, quibus parceret, non superfuissent. 16 Nec multo post ipse decedit regnumque Philippo pupillo, annos quattuordecim nato, tradidit.
Fatto ciò mosse guerra agli Spartani i soli che nelle guerre di Filippo e di Alessandro avessero disprezzato l'impero dei Macedoni e le loro armi formidabili a tutto il mondo. Guerreggiando fra queste due nobilissime nazioni con sommo sforzo dall'una e dall altra parte poiché gli uni combattevano per difendere l'antica gloria dei Macedoni gli altri per la propria libertà e salvezza. I Lacedemoni essendo stati vinti non gli uomini soltanto ma le stesse loro mogli ed i figliuoli sopportarono con grande animo la loro sventura, Infatti nessuno in battaglia risparmiò la propria vita nessuna pianse il perduto marito i vecchi lodavano i figli cne aveano incontrato la morte ed i figli si rallegravano che i loro padri fossero morti in battaglia dolendosi tutti che a loro pure non fosse toccata la sorte di morire per la libertà della patria. Tutti aprivano a gara le loro case per ricevere i feriti medicandone le piaghe e ristorando pianti di conforto. In mezzo a tutto questo rumore nessuno spavento per la città e tutti piangevano più la sventura pubblica che la propria. Sopraggiunge in mezzo a questo il re Cleomene tutto bagnato del proprio sangue e di quello dei nemici di cui aveva fatto grande strage ed entrato in città non si pose altrimenti a sedere non dimandò né cibo né bevanda né sgravato del peso dell'armi ma appoggiatosi ad un muro vedendo che solo quattromila combattenti erano avanzati alla battaglia lii esortò a conservarsi a tempi migliori per la repubblica. Quindi in compagnia della moglie ed i figlioli se n andò in Egitto presso il re Tolomeo il quale lo accolse onorevolmente e continuò a colmarlo d onori per tutto il tempo che visse con lui. Ma dopo la morte di Tolomeo il figliuolo di lui il fece trucidare con tutta la sua famiglia Antigono poi avendo totalmente sconfitti gli Spartani compassionando la fortuna di cosi nobile città proibì ai soldati di metterla a sacco e dette il perdono a tutti quelli che erano scampati dicendo che egli aveva avuto guerra non già con gli Spartani ma con Cleomene il quale fuggendo aveva posto fine al suo sdegno né sarebbe meno glorioso per lui se si dicesse che quello stesso il quale solo aveva potuto prendere Sparta l'aveva anche salvata Perdonare là esso dunque al sito della città ed alle case dacché non erano rimasti uomini a cui egli potesse perdonare. Poco appresso mancò anche essa di vita e lasciò il regno al suo figliuolo Filippo giovane di quattordici anni.
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Astyages, Medorum rex, hariolarum responso exterritus, suum nepotem recens (“da poco”) natum occidere destinavit. Infans datur occidendus Harpago, regis amico. Is pastori regii pecoris puerum exponendum in media silva tradidit. Eius uxor, cupida regii infantis videndi, summis precibus maritum oravit ut illum sibi ostenderet. Precibus uxoris fatigatus, pastor in silvam revertit ibique iuxta infantem invenit canem, quae eum a feris alitibusque defendebat. Motus etiam ipse misericordia, puerum domumu reportavit. Ubi in manus mulier accepit, dulcis in pueri vultu risus apparuit. Tunc pastori uxor: " Eum mihi" – inquit – "nutrire liceat. " Puer, regno avum spoliaturus, inter pastores educatus est et Cyrum nomen accepit.
Astage, re dei Medi, spaventato dal responso delle indovine, decise di uccidere suo nipote nato da poco. Il bambino viene dato da uccidere ad Arpagone, un amico del re. Questo consegnò il fanciullo da abbandonare in mezzo al bosco al pastore del bestiame reale. Sua moglie, desiderosa di vedere il bambino reale , supplicò con intensissime preghiere il marito affinché glielo facesse vedere. Stanco delle preghiere della moglie, il pastore ritornò nel bosco e lì accanto al bambino trovò una cagna che lo difendeva dalle fiere e dagli uccelli. Anche lui mosso dalla pietà , riportò il fanciullo a casa. Quando la donna lo prese in mano , sul volto del fanciullo apparve un dolce sorriso. Allora la moglie disse al pastore: "mi sia consentito allevarlo". Il bambino, che avrebbe spogliato il nonno del potere regio, fu educato tra i pastori e prese il nome di Ciro.