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Messenii, ut servitutis suae finem darent, bellum in Lacedaemonios inceperunt. A Lacedaemoniis legati Delphos missi sunt ut oraculum consulerent: Apollinis iussu dux belli ab Atheniensibus petitus est. Athenienses, ut Spartanos contemnerent, Tyrteum, poetam claudum altero pede, miserunt. Tyrtaeus tribus proeliis victus est, eoque desperationis Lacedaemoniorum reges, ne maiora detrimenta civitati infunderent, reducere exercitum statuerunt. Tum Tyrteus pro contione carmina recitavit, in quibus hormenta virtutis, damnorum solacia, belli consilia conscripserat. Itaque Tyrteus tantum ardorem militibus iniecit et ad claram victoriam Lacedaemonios adduxerit.
I Messeni, per segnare una fine della propria schiavitù, diedero inizio ad una guerra a Sparta. Furono mandati dagli Spartani degli ambasciatori a Delfi, affinché consultassero l'oracolo: per ordine di Apollo fu richiesto un generale di guerra agli Ateniesi. Gli Ateniesi, poiché disprezzavano gli Spartani, mandarono il poeta Tirteo, zoppo da un piede. Tirteo fu vinto in tre battaglie, spinse gli Spartani in una disperazione tale che liberarono gli schiavi per completare l'esercito. Dopo i re degli Spartani, perché maggiori perdite non si infondessero nei cittadini, decise di richiamare l'esercito. Allora Tirteo declamò davanti all'adunanza dei versi poetici, nei quali erano scritti degli incitamenti alla virtù, delle consolazioni alle perdite e dei consigli per la guerra. e così Tirteo infuse tanto coraggio ai soldati che spinse gli Spartani ad una brillante vittoria.
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Il magistero di Pitagora a Crotone
Autore: Giustino
Officina Latinitatis pag. 270 N° 292
Crotonienses, iamdiu in pace viventes, mutavissent vitam luxuria, nisi Pythagoras philosophus fuisset. Hic, profectus primo in Aegyptum deinde Babylonem ut sidérum motus perdiscéret, summam scientiam consecutus erat. Inde regressus, Lacedaemonem contenderat ut leges Lycurgi discéret. Quibus omnibus rebus instructus, Crotonem venit, populumque in luxuriam prolapsum auctoritate sua ad usum frugalitatis revocavit. Laudabat quotidie virtutem, et vitia luxuriae casusque civitatum ea peste perditarum enumerabat. Sic tantum studium multitudinis ad frugalitatem provocavit ut nemo unquam post illum in urbe luxuriatus sit. Matronas quoque et pueros separatim instituit. Docebat has pudicitiam; illos modestiam et litterarum studium. Inter haec docebat omnes frugalitatem, cunctarum virtutum genitricem, tantumque disputationum adsiduitate consecutus est ut matronae auratas vestes, velut instrumenta luxuriae, deponerent.
Gli abitanti di Crotone, che vivevano già da tempo una vita in tranquillità, avrebbero mutato la propria vita con la lussuria (= l’avrebbero fatto degenerare nella lussuria), se non ci fosse stato il filosofo Pitagora. recatosi in un primo momento in Egitto, quindi in Babilonia per approfondire la ricerca sui moti stellari e sull’origine dell’universo – aveva conseguito un sommo grado di conoscenza. Tornato di lì, s’era recato a Creta e a Sparta per studiare le costituzioni, famose a quel tempo, di Minosse e Licurgo. Imbevutosi di tutte queste dottrine, giunse a Crotone e, facendo valere la propria autorevolezza, richiamò il popolo – (nel frattempo) caduto in lussuria – all’esercizio della temperanza. ora insegnava alle donne la morigeratezza e l’obbedienza nei confronti dei propri mariti, ora insegnava a questi ultimi la disciplina e l’amore per la cultura. Così facendo, cercava di instillare in tutti (i cittadini) la temperanza, (che è, ) per così dire, la madre di (tutte le) virtù; e, a furia di discorrerne era riuscito ad ottenere che le donne deponessero le vesti trapuntate d’oro e gli altri orpelli della propria bellezza – (che sono) per così dire i fregi della lussuria –, portassero tutti questi (ornamenti) nel tempio di Giunone e li consacrassero alla stessa dea, mostrando che la vera prerogativa femminile è la pudicizia, non già l’abbigliamento
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Cyrene condita est ab Aristaeo, cui nomen Battus propter linguae obligationem fuit. Huius pater Grinus, rex Therae insulae, cum ad oraculum Delphos, propter dedecus adulescentis filii nondum loquentis, deum deprecaturus venisset responsum accepit quo iubebatur eius filius Battus Africam petere et urben Cyrenem condere: usum ibi linguae accepturum. Cum responsum ludibrio simile videretur, propter solitudinem Therae insulae, ex qua coloni ad urbem condendam in Africam proficisci iubebantur, res omissa est. Interiector deinde tempore, contumaces pestilentia deo parere compelluntur; quorum tam insignis paucitas fuit, ut vix unam navem complerent. Cum venissent in Africam, pulsis accolis, montem Cyram et propter amoenitatem loci et propter fontium ubertatem occupavere. Ibi Battus, dux eorum, linguae nodis solutis recte loqui coepit. Positis igitur castris, Battus urbem Cyrenem condidit.
Cirene fu fondata da Aristeo, a cui venne dato il soprannome Batto a causa del suo impedimento della lingua. Suo padre Grino, re dell'isola di Tera, dopo essersi recato dall'oracolo di Delfi a supplicare il dio, per il difetto dell' adelescente figlio che ancora non parlava, ottenne il responso con cui si comandava a suo figlio Batto di recarsi in Africa e fondare la città di Cirene: là avrebbe ricevuto l'uso della parola. Visto che il responso sembrava simile ad uno scherzo, a causa della desolazione dell'isola di Tera, da cui era stato ordinato ai coloni di recarsi in Africa per fondare una città, la cosa fu lasciata cadere. Trascorso quindi del tempo, furono costretti di mala vogliaed obbedire al dio a causa di una pestilenza; il loro numero fu tanto esiguoche a malapena riempirono una nave. Dopo essere giunti in Africa, respinte le genti indigene, a causa dell'amenità del luogo e dell'abbondanza delle sorgenti d'acqua occuparono il monte Cira. Là Batto, loro capo, scioltisi i nodi della lingua, cominciò a parlare perfettamente. Allora disposto l'accampamento, Batto fondò la città di Cirene.
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Senatus metu perculsus ad speculandos actus Hannibalis legatum in Africam Cn. Servilium mittit eique praecipit, ut eum per aemulos eius interficeret metuque invisi tandem populum Romanum liberaret. Sed res Hannibalem non diu latuit, virum ad vitanda pericula paratum. Igitur cum tota die in oculis principum legatique Romani se ostendisset, adpropinquante vespere, equum conscendit, et rus suburbanum, propter litus maris contendit. Habebat ibi navem cum remigibus in occulto sinu litoris absconditam et magnam pecunia preparatam. Lecta igitur servorum manu navem conscendit rursumque ad Antiochum dirigit. Postero die civitas principem suum in foro expectabat. Ut eum profectum esse cognoverunt, omnes trepidavere exitiosamque sibi fugam eius ominati sunt. Legatus Romanus, quasi iam bellum inlatum Italiae ab Hannibale esset, tacitus Romam regreditur trepidumque nuntium refert. Hannibal interea ab Antiochum confugerat, sed cum ab Antiochum Romani inter ceteras condiciones pacis dedicionem eius deposcerent, admonitus a rege, Cretam defertur et a Prusiam contendit. Quae ubi Romam nuntiata sunt, missi a senatu legati sunt qui Hannibalem eposcerent. Sed Hannibal, re cognita, sumpto veneno, morte Romanorum manus effugit.
Il senato, preso dal terrore, invia in Africa un delegato, C. Servilio, affinché spiasse i movimenti di Annibale; gli comanda, inoltre, di ucciderlo servendosi di rivali e di liberare una volta per tutte il popolo romano dalla paura di quel detestato nemico. Ma la cosa non rimase a lungo nascosta ad Annibale, un uomo preparato a schivare i pericoli. E così, dopo che – per l’intero giorno – si era fatto vedere dai capi e dal legato romano, sul far della sera, salì in groppa ad un cavallo e si diresse alla volta del podere suburbano, prospiciente al litorale marino. Lì aveva una nave con rematori, occultata in un anfratto nascosto del litorale, e una lauta quantità di denaro a disposizione. E così, dopo aver scelto un manipolo di servi, s’imbarcò e si diresse di nuovo alla volta della reggia di Antioco. Il giorno successivo, i cittadini tendevano il loro condottiero nel foro. Non appena seppero che egli era partito, tutti furono presi dal terrore e dall’indignazione e presagirono la sua fuga rovinosa per loro stessi. Il delegato romano – quasi che si fosse profilato un conflitto da Annibale contro l’Italia (dativo di svantaggio) – se ne torna silenzioso a Roma e porta la minacciosa notizia. Annibale, in quel frangente, aveva trovato rifugio alla corte di Antioco - ma poiché i Romani pretendevano da Antioco, tra le altre condizioni di pace, la consegna di Annibale(stesso, ) avvertito dal re, lascia Creta e si dirige alla volta di Prusia. Appena tali notizie giunsero a Roma, furono inviati dal Senato alcuni legati a chiedere la consegna di Annibale. Ma Annibale, venuto a conoscenza di ciò, s’avvelenò, sfuggendo ai Romani con la morte.
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I primi re Italici
Autore: Giustino traduzione libro cotidie discere
Tradunt Ianum cum magna classe a Graecia in Italiam devenisse ... Fauni filio, fecit eiusque filiam in matrimonium duxit.
Si tramanda che Giano sia venuto dalla Grecia in Italia con una grande flotta e, occupato il monte, abbia fondato una città e la abbia chiamata con il suo nome Gianicolo. Sotto il regno di Giano Saturno, cacciato dall'Olimpo, venendo in Italia presso gli indigeni rudi e incolti, venne accolto benevolmente e fondò una rocca presso il Gianicolo che dal suo nome chiamò Saturnia. E' noto che per primo Saturno abbia educato all'agricoltura e che abbia insegnto ai feroci uomini la vita civile. Dopo Saturno regnò Pico, che accolse gli Aborigeni che venivano in Italia per chiedere una fissa dimora. Dopo regnando Fauno, figlio di Pico, Evandro giunse in Italia con la folla della sua gente e per una singolare erudizione e conoscenza delle lettere in breve tempo venne in così tanta familiarità del re che da quello ricevette campi e il monte che dopo i romani chiamarono Palatino. Narrano che per primo Evandro abbia insegnato a leggere e scrivere agli uomini. Infine Enea, fuggito da Troia per volontà di Giove, essendo approdato in Italia con la flotta, si alleò con il re Latino, figlio di Fauno, e condusse in matrimonio sua figlia.