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Ingratus Cn. Pompeius, qui pro tribus consulalibus, pro triumphis tribus, pro tot honoribus, quos ex maxima parte inmaturus invaserat, hanc gratiam rei publicae reddidit, ut in possessionem eius alios quoque induceret quasi potentiae suae detracturus invidiarli, si, quod nulli licere debebat, pluribus licuisset; dum extraordinaria concupisci! imperia, dum provincias, ut eligat, distribuii, dum ita cum tertio rem publicam dividit, ut tamen in sua domo duae partes essent, eo redegit populum Romanum, ut salvus esse non posset nisi benefìcio servitutis. Ingratus ìpse Pompei hostis ac Victor: a Gallia Germaniaque bellum in urbem circumegìt, et ille plebicola, ille popularis castra in circo Flaminio posuit propius, quam Porsinae fuerant. Temperavit quidem ius crudelitatemque victoriae; quod dicere solebat, praestitit: nemimm occidit nisi armatum. Quid ergo est? Celeri arma cruentius exercuerunt, saltata tamen aliquando abiecerunt; hic gladium cito condidit, numquam posuit
Ingrato fu Gneo Pompeo che invece di tre consolati in luogo di tre trionfi in cambio di tanti onori che aveva per la maggior parte innanzi al tempo occupati, rese questo merito allo stato che egli ne dette il possesso ancora ad altri i quali quasi dovendo menomare l'odio che alla sua potenza veniva come se quello che a nessuno non doveva essere lecito fosse stato lecito a più insieme- Costui mentre difendeva imperi straordinari mentre che per averne egli, fece a suo modo. distribuisce altrui le province mentre che divide a tre uomini la repubblica in maniera però che in casa sua ne restassero due parti condusse a tal punto la repubblica che il popolo romano non poteva essere salvo senza essere schiavo. Ingrato altresì fu il nemico, e vincitore di Pompeo il quale dalla Gallia e dalla Gallia condusse la guerra a Roma e quel tanto amatore della plebe, quel tanto popolano, pose il campo nel cerchio Flaminio più vicino come quel re Porsenna non era stato. E' vero che egli non fece quelle crudeltà avendo vinto che avrebbe potuto fare. E' vero che osservò quello che usava dire, "che non aveva ucciso nessuno il quale armato non fosse" Ma che vuoi tu perciò dire "gli altri adoperarono le armi più sanguinosamente, ma faziati non di meno qualche volta le gettarono via. Celermente ripose presto la spasda nella guaina ma non se la tolse mai
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Ut scias autem non esse sanos quos ira possedit, ipsum illorum habitum intuere; nam ut furentium certa indicia sunt audax et minax vultus, tristis frons, torva facies, citatus gradus, inquietae manus, color versus, crebra et vehementius acta suspiria, ita irascentium eadem signa sunt: flagrant ac micant oculi, multus ore toto rubor exaestuante ab imis praecordiis sanguine, labra quatiuntur, dentes comprimuntur, horrent ac surriguntur capilli, spiritus coactus ac stridens, articulorum se ipsos torquentium sonus, gemitus mugitusque et parum explanatis vocibus sermo praeruptus et conplosae saepius manus et pulsata humus pedibus et totum concitum corpus magnasque irae minas agens, foeda visu et horrenda facies depravantium se atque intumescentium -- nescias utrum magis detestabile vitium sit an deforme.
Perché tu sappia che sono dissennati quelli che l’ira possiede, osserva bene il loro atteggiamento: come infatti sono sicuri sintomi l’espressione risoluta e minacciosa dei pazzi, la fronte corrucciata, la faccia scura, il passo concitato, le mani irrequiete, il colorito alterato, i respiri compiuti frequenti e più affannosamente, tali e medesimi sono i sintomi di quelli che si irritano: gli occhi ardono e lampeggiano, il viso si copre di rossore per il rifluire di sangue dal fondo dei precordi, le labbra tremano, i denti si serrano, i capelli si alzano e diventano ispidi, il respiro diventa forzato e rumoroso, le articolazioni schioccano tormentandosi, i gemiti e i muggiti si intercalano in un parlare che inciampa in voci mozze, le mani battono più di continuo e i piedi percuotono la terra, il corpo è tutto eccitato e "scagliante grandi minacce d’ira", l’aspetto orribile a vedersi e orrendo di quelli che deformano il proprio viso e si gonfiano di collera – tu non sai se sia il vizio più detestabile o forse deforme.
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Mi Lucili, is quem servum tuum vocas, primum initium ducit ab eadem nostra natura, aeque spirat, aeque vivit, aeque decessit. Tu hodie ingenuus est, at cras servus esse poteris! bellis intestinis multos splendidissime natos fortuna depressit: nunc contemnis servum, in cuius locum tu quoque, qui eum contemnis, succcedere potes. Praeceptum meum certum est: vives cum servo tuo semper humaniter. "At ego - dicis - nullum habeo dominum". Forsitan eum habebis. Vives cum servo tuo clementer, comiter quoque, et in tuum colloquim eum admittes et in consilium et in convivium. "Ergo - dicis dubius - servos admovebo mensae meae?" Non magis quam reliquos viros lieros. Alii servi qui digni sunt cenabunt tecum, alii qui digni erunt. Cur, mi Lucili, amicum tantum in foro et in curia quaerimus? Diligenter apud te eum inenies. "Servus est", dicis. Sed fortasse liberum humanumque animum habet.
Mio Lucilio, colui che tu chiami tuo servo, trae il suo primo inizio dalla nostra stessa natura, ugualmente respira, ugualmente vive, ugualmente muore. Tu oggi sei libero, ma domani potresti essere schiavo! La sorte ha abbattuto con guerre civili molti dai nobilissimi natali: ora tu disprezzi il servo al cui posto anche tu, che lo disprezzi, puoi subentrare. Il mio insegnamento è certo: vivi con il tuo servo sempre umanamente. “ Ma io – dici – non ho alcun padrone”. Forse lo avrai. Vivi con il tuo servo in modo clemente, anche amichevole, ed ammettilo al tuo discorso e alla tua decisione ed al tuo desinare. “Dunque – dici esitante – ammetterò i servi alla mia mensa?” Non più degli altri uomini liberi. Alcuni servi che ne sono degni ceneranno con te, altri quando ne saranno degni. Perché, Lucilio mio, cercheremo un amico solo nel foro o in senato? Con l’attenzione () lo troverai presso di te. “E’ un servo”, dici. Ma forse ha un animo libero ed umano
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Migrazioni di popoli versione latino da Seneca traduzione dal libro Lingua Magistra vol. 1 pagina 155 numero 52
In antiqua historia multi populi suam patriam reliquerunt et locum mutaverunt, inter quos invenimus ...
Nella storia antica molti popoli lasciarono la propria patria e cambiarono dimora, tra questi troviamo molte colonie Greche che oggi sono in Asia. Gli antichi chiamarono Magna Grecia le coste dell'Italia che il mar Tirreno bagna. Inoltre i Tiri oggi abitano l'Africa, i Punici la Spagna ed i Greci si insediarono anche in Gallia. Le tempeste e le onde fecero affondare molti inesperti che si dirigevano verso luoghi ignoti, altri si accamparono lì dove la mancanza di acqua e di alimenti li depose. Vari furono i motivi per i quali gli abitanti si allontanarono dalle proprie terre: la rovina della patria mosse alcuni, le guerre civili altri, una epidemia scacciò altri, la fama di una terra feconda attirò altri ancora. Ogni giorno nella nostra grande terra trasformiamo molte cose e dappertutto gettiamo nuove fondamenta. Insomma, sono pochi quelli che rimasero nel proprio luogo e difficilmente troverai una qualche terra tuttora abitata dai popoli indigeni.
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Divorzi all'ordine del giorno
versione latino Seneca traduzione libro
lingua viva pagina 249 numero 26
Numquid iam ullam mulierem repudii pudet postquam inlustres quaedam ac nobiles feminae non consulum ...
Oramai forse qualche donna si vergogna per un ripudio, dopo che alcune famose e nobili donne fanno il calcolo della loro età non in base al numero degli anni, ma a quello dei mariti e vanno in causa per sposarsi, si sposano per divorziare? Non mi sfugge quanto i nostri avi temessero un simile comportamento, fin quando accadeva di rado; poiché non c'è cronaca giornaliera senza notizia di un divorzio, hanno imparato a fare ciò di cui spesso sentivano parlare. C'è forse ormai qualcuno che si vergogni per un adulterio, dopo che si è giunti al punto che nessuna donna ha marito se non al fine di far ingelosire l'amante? I più considerano la fedeltà matrimoniale una prova di bruttezza. Quale (donna) troverai tanto meschina, tanto miserabile da accontentarsi di un sol paio di amanti? È sciocca e arretrata colei che non sa che un unico amante equivale a un matrimonio