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Urbem cuidam Alexander donabat ,vesanus, et qui nihil animo non grande conciperet. Cum ille cui donabatur, se ipse mensus, tanti muneris invidiam refugisset, dicens non convenire fortunae suae : "Non quaero,- inquit-, quid te accipere deceat, sed quid me dare". Animosa vox videtur et regia, cum sit stultissima. Nihil enim per se quemquam decet : refert quis det, cui, quando, quare, ubi, et cetera, sine quibus facti ratio non constabit. Tumidissimum animal! si illum accipere hoc non decet, nec te dare. Habetur (=est) personarum ac dignitatum portio : et, cum sit ubique virtus modus, aeque peccat quod excedit, quam quod deficit.
traduzione letterale
Alessandro, insensato (senza rifletterci)e che considerava sempre le cose con grande animo, donava una città ad un tale. Quello a cui veniva donata, valutata la cosa volendo rifuggire l’invidia di un così grande dono, (rispose) dicendo che non era adatta (non conveniva) al proprio destino (alla sua condizione): (Alessandro rispose:)“non chiedo, disse, che cosa ti convenga ricevere, ma cosa mi (convenga) dare”. La parola (la voce) sembra presuntuosa e regale, benché sia molto imprudente. Infatti nulla conviene per qualcuno: importa chi dà, a chi, quando, perché, dove, e le altre circostanze, non risulterà evidente il motivo del fatto senza queste condizioni. Animale molto presuntuoso! Se a questo non conviene accettare quella cosa, non conviene dartela. Si tiene conto della personalità e del rango sociale: e dal momento che la virtù consiste sempre nel senso della misura, così pecca chi eccede come chi che manca.
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Duae maxime et in hac re dissident sectae, Epicureorum et Stoicorum, sed utraque ad otium diuersa via mittit. Epicurus ait: 'non accedet ad rem publicam sapiens, nisi si quid interuenerit'; Zenon ait: 'accedet ad rem publicam, nisi si quid inpedierit. '. Alter otium ex proposito petit, alter ex causa; causa autem illa late patet. Si res publica corruptior est quam <ut> adiuuari possit, si occupata est malis, non nitetur sapiens in superuacuum nec se nihil profuturus inpendet; si parum habebit auctoritatis aut uirium nec illum erit admissura res publica, si ualetudo illum inpediet, quomodo nauem quassam non deduceret in mare, quomodo nomen in militiam non daret debilis, sic ad iter quod inhabile sciet non accedet. .Potest ergo et ille cui omnia adhuc in integro sunt, antequam ullas experiatur tempestates, in tuto subsistere et protinus commendare se bonis artibus et inlibatum otium exigere, uirtutium cultor, quae exerceri etiam quietissimis possunt. 5. Hoc nempe ab homine exigitur, ut prosit hominibus, si fieri potest, multis, si minus, paucis, si minus, proximis, si minus, sibi. Nam, cum se utilem ceteris efficit, commune agit negotium: quomodo qui se deteriorem facit non sibi tantummodo nocet, sed etiam omnibus iis quibus, melior factus, prodesse potuisset, sic quisquis bene de se meretur hoc ipso aliis prodest, quod illis profuturum parat
TRADUZIONE
Le due scuole degli Epicurei e degli Stoici sono in contrasto soprattutto su questo ma entrambe indirizzano alla vita appartata per una d i versa via. Epicuro afferma: Il saggio non prenderà parte all'attività politica a meno che non capiterà qualcosa". Zenone lo storico sostiene che il saggio si avvicinerà alla politica se qualche cosa non glielo avrà impedito. L'uno mira alla contemplazione attiva (ozio) muovendo da un0intenzione l'altro muovendo da un'occasione ma quell'occasione si manifesta abbondantemente se lo stato è molto corrotto quanto può aiutarlo se viene occupato dai mali il saggio non si sforzerà in un inutile lavoro. Se a egli stesso avrà poca autorevolezza e poche forse né la vita politica si accingerà ad accoglierlo, se la saluto glielo impedisce nel modo in cui farebbe scendere in mare una nave in avaria così non intraprenderà un viaggio che saprà impraticabile. come non si arruolerebbe se fosse invalido negli arti, cosi non si metterà per una strada che saprà impraticabile. Pertanto, anche a colui che ha ancora tutti gli attrezzi intatti, prima di sperimentare la violenza di qualche tempesta, è possibile fermarsi al sicuro e subito affidarsi agli studi liberali e vivere una vita ritirata non sfiorata da alcuna esperienza, cultore delle virtù, che possono essere esercitate anche dalle persone che vivono una vita tranquillissima. Questo certamente si richiede ad un uomo, che sia utile agli uomini, se è possibile, a molti, se no, a pochi, se no, ai più vicini, se no, a sé stesso. Infatti quando si rende utile a tutti gli altri si dedica ad un compito comune. Come colui che si rende peggiore nuoce non soltanto a se stessi, ma anche a tutti quelli ai quali avrebbe potuto giovare se fosse diventato migliore, allo stesso modo chiunque benemerita di se stesso, per questo stesso fatto, giova agli altri, perché prepara una persona destinata a giovare agli altri
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Seneca hortabatur lucilium suum ut libros, non multos sed utiles, apud se haberet. eadem fuit aristippi, philosophi eminentissimi, sententia. Olim enim apud eum hom vans et stultus gloriabatur se plurimos libros lectitavisse. Quare se doctissimum esse arbitrabatur et docrtinam suam iactanter celebrabat. Eius iactantiam Aristippus aegere passus, eum percontatus est: "meliusne arbitraris copiosum deterioremque cibum sumere an modicum sed meliorem? num validiores esse existimas eos qui multos cibos edunt quam eos qui salubrioribus vescuntur? ego quidem arbitror nimium cibum homini semper nocer. Ita docti existimari debent non illi qui multos, sed qui optimos libros legunt. non multa enim, sed bona, a viro sapienti expetuntur. Praeterea qui vere sapiens est, etiam modestus est neque arbitratur se omnia scire".
Seneca esortava il suo Lucilio ad avere presso di sé dei libri, non molti ma utili. Lo stesso fu il parere di Aristippo, filosofo eminentissimo. Infatti un tempo, un uomo frivolo e sciocco in sua presensa si vantava di aver letto moltissimi libri. Per questo credeva di essere molto dotto ed esaltava con arroganza il suo sapere. Aristippo, tollerando di malanimo l'arroganza di quello, disse: «Ritieni sia meglio mangiare del cibo abbondante e meno buono oppure poco ma migliore? Ritieni forse che siano più forti coloro che mangiano molti cibi rispetto a quelli che si nutrono di cibi più salutari? Io, per conto mio, ritengo che il cibo eccessivo nuoccia sempre all'uomo. Così devono essere ritenuti dotti non quelli che leggono molti libri, ma quelli che ne leggono di ottimi. L'uomo saggio, infatti, preferisce non molte, ma buone cose. Inoltre chi è davvero saggio è anche modesto e non crede di sapere tutto».
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Consumpsere se quidam, dum acta regum externorum componunt. Quanto satius est mala sua extinguere quam aliena posteris suis tradere....fortunae, nihil stabile ab illa datum esse, munus eius omne aura fluere mobilius!
Certi storici hanno impiegato ogni loro sforzo, mentre esponevano le gesta dei sovrani stranieri. Quanto è meglio cancellare le proprie malefatte che tramandare ai posteri quelle altrui! Quanto è meglio celebrare le opere degli dei che i soprusi di Filippo o di Alessandro e di altri, che tristemente famosi per l'eccidio di popoli furono per i mortali flagelli non meno gravi di un diluvio che ha inondato tutte le pianure, di un incendio nel quale una grande parte degli esseri viventi ha perso la vita per il fuoco! Scrivono come Annibale abbia valicato le Alpi; in che modo senza pensarci abbia dichiarato la guerra accreditata dalle stragi della Spagna ed infranti gli equilibri, in seguito al Cartagine senza arrendersi, assicurando un condottiero rivendicando un esercito contro i Romani come benché fosse anziano non avesse tralasciato di desiderare la guerra in ogni angolo; poteva sopportare a tal punto di essere (sottinteso) senza patria, non senza un avversario. Quanto sarebbe bastato ricercare cosa si dovesse fare rispetto a cosa era stato fatto, ed insegnare a coloro che hanno affidato le proprie cose alla fortuna che da quella non è stato donato niente di stabile, che tutte le sue cose scorrono in modo più mutevole dell'aria!
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Seneca Vertendi Ite
Ita vive, ut nihil tibi committas, nisi quod committere etiam inimico tuo possis ... sed alterum honestius dixerim vitium, alterum tutius.
Ma tu vivi in modo da non affidare a te niente che tu non possa affidare anche a un tuo nemico; ma poiché intervengono certe cose che l’abitudine rende segrete, con l’amico unisci tutte le tue preoccupazioni, tutti i tuoi pensieri. Se l’avrai reputato fedele, lo farai fedele; infatti taluni insegnarono a ingannare mentre temono di essere ingannati, e quelli dettero il diritto di peccare sospettando. erché dovrei trattenere qualche parola davanti al mio amico? Perché davanti a lui non dovrei ritenermi da solo? Alcuni raccontano a chiunque ciò che deve essere confidato solo agli amici e riversano in qualunque orecchio qualunque cosa li opprimi; alcuni invece temono anche la conoscenza dei più cari, e, se possono, soffocano ogni segreto più internamente, per non confidarlo neppure a se stesso. Non bisogna fare nessuna delle due cose; infatti sono entrambi vizi, fidarsi di tutti e di nessuno, ma oserei dire la prima più nobile, la seconda più sicura. .
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