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Inizio: Sapiens nihil perdere potest, omnia in se reposuit, nihil fortunae credidit, bona sua in solido habet, ... Fine: Omnium (rerum) enim extrinsecus affluentium lubrica et incerta.
Il saggio nulla può perdere, ha riposto tutto in sé, nulla ha affidato al caso, ha i suoi beni al sicuro, soddisfatto del proprio valore, che non ha bisogno dei casi fortuiti, e perciò non può né essere arricchito né impoverito. Il fato nulla sottrae se non ciò che ha dato; invece non dà la virtù, perciò non la sottrae. Demetrio, che fu soprannominato Poliorcete, aveva preso Megara. Il filosofo Stilpone, da costui interrogato se avesse perso qualcosa, rispose: “Nulla, tutte le mie cose sono con me”. Eppure il suo patrimonio era stato depredato, il nemico aveva rapito le figlie, la patria era caduta sotto il dominio straniero e il re, circondato dalle armi dell’esercito vincitore, lo interrogava da una posizione più elevata. Ma quello gli sottrasse la vittoria e dimostrò che egli, pur dopo che la città era stata catturata, era non solo invitto, ma senza danni. Infatti aveva con sé i veri beni sui quali non vi è imposizione della mano. Invece quelle cose che venivano portate via dissipate e saccheggiate, che non le giudicava sue, ma casuali e obbedienti al cenno della fortuna; perciò le aveva amate come non proprie. Infatti il possesso di tutte le cose che giungono da fuori è vago ed incerto
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LATINO - ITALIANO VERSIONI PER TRIENNIO Pagina 88 Numero 34
Inizio: Si quid est aliud in philosophia boni, hoc est, quod stemma Fine: neminem non servum ex regibus.
La filosofia ha, tra l'altro, questo di buono: non guarda all'albero genealogico: : tutti, se si rifanno alla loro prima origine, discendono dagli dèi. Tu sei un cavaliere romano e a questo ceto ti ha condotto la tua laboriosità; sono molti a non avere diritto alle prime quattordici file e il senato non accoglie tutti; anche nell'àmbito militare gli uomini destinati a imprese faticose e piene di pericoli si scelgono dopo un severo esame: la saggezza, invece, è accessibile a tutti, tutti siamo sufficientemente nobili per raggiungerla. La filosofia non respinge, non sceglie nessuno: splende per tutti. Socrate non era patrizio; Cleante attingeva l'acqua e irrigava lui stesso il giardino; la filosofia non ha accolto Platone già nobile, ma lo ha reso tale: perché disperi di poter diventare pari a loro? Sono tutti tuoi antenati, se ne sarai degno; e lo sarai, se ti convincerai sùbito che nessuno è più nobile di te. Tutti noi abbiamo un ugual numero di avi; la nostra origine va oltre la memoria umana. Platone sostiene che non c'è re che non discenda da schiavi e schiavo che non discenda da re.
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Thesevs Quis te dolore percitam instigat furor? quid ensis iste quidue uociferatio planctusque supra corpus inuisum uolunt? Phaedra Me me, profundi saeue dominator freti, inuade et in me monstra caerulei maris 1160 emitte, quidquid intimo Tethys sinu extrema gestat, quidquid Oceanus uagis complexus undis ultimo fluctu tegit. O dure Theseu semper, o numquam tuis tuto reuerse: gnatus et genitor nece 1165 reditus tuos luere; peruertis domum amore semper coniugum aut odio nocens. Hippolyte, tales intuor uultus tuos talesque feci? membra quis saeuus Sinis aut quis Procrustes sparsit aut quis Cresius, 1170 Daedalea uasto claustra mugitu replens, taurus biformis ore cornigero ferox diuulsit? heu me, quo tuus fugit decor oculique nostrum sidus? exanimis iaces? ades parumper uerbaque exaudi mea. 1175 nil turpe loquimur: hac manu poenas tibi soluam et nefando pectori ferrum inseram, animaque Phaedram pariter ac scelere exuam. 1180 placemus umbras: capitis exuuias cape laceraeque frontis accipe abscisam comam. non licuit animos iungere, at certe licet iunxisse fata. morere, si casta es, uiro; si incesta, amori. coniugis thalamos petam 1185 tanto impiatos facinore? hoc derat nefas, ut uindicato sancta fruereris toro. o mors amoris una sedamen mali, o mors pudoris maximum laesi decus, confugimus ad te: pande placatos sinus. 1190 Audite, Athenae, tuque, funesta pater peior nouerca: falsa memoraui et nefas, quod ipsa demens pectore insano hauseram, mentita finxi. uana punisti pater, iuuenisque castus crimine incesto iacet, 1195 pudicus, insons--recipe iam mores tuos. mucrone pectus impium iusto patet cruorque sancto soluit inferias uiro. Th. Quid facere rapto debeas gnato parens, disce a nouerca: condere Acherontis plagis. 1200 Pallidi fauces Auerni uosque, Taenarii specus, unda miseris grata Lethes uosque, torpentes lacus, impium rapite atque mersum premite perpetuis malis. nunc adeste, saeua ponti monstra, nunc uasti maris, ultimo quodcumque Proteus aequorum abscondit sinu, 1205 meque ouantem scelere tanto rapite in altos gurgites. Tuque semper, genitor, irae facilis assensor meae: morte facili dignus haud sum qui noua natum nece segregem sparsi per agros quique, dum falsum nefas exsequor uindex seuerus, incidi in uerum scelus. 1210 sidera et manes et undas scelere compleui meo: amplius sors nulla restat; regna me norunt tria.
TESEO Quale follia perseguita (incita) te, sconvolta dal dolore? Che cosa (vogliono) significa codesta spade, queste grida, questo lamento per (questo) cadavere (corpo) da te odiato? FEDRA Me, me, o signore crudele del mare profondo, assalta e contro di me fai uscire/scatena i mostri dell'oscuro/azzurro mare (chiunque/qualsiasi) tutti quelli che porta la più lontana Teti nel suo più profondo abisso, tutti quelli che oceano, abbracciandoli con le sue inquiete onde, ricopre con il più estremo flutto. O crudele Teseo sempre, non ritorni mai dai tuoi in modo sicuro: con la morte tuo figlio e tuo padre hanno pagato i tuoi ritorni. Distruggi la tua famiglia danneggiandola sempre o per amore delle spose o per odio di esse. Ippolito, vedo tale il tuo bel volto e tale lo resi. Quale crudele Sini, o quale Procuste ha dilaniato le tue membra, o (quale) toro biforme di Creta, riempendo il labirinto di dedalo del suo ruggito bestiale, ti ha dilaniato con la bocca cornuta? Ahimé dove è fuggita la tua bellezza e i tuoi occhi, mie stelle? Giaci esanime? Avvicinati per poco e ascolta le mie parole. Non dico nulla di turpe e con questa mano pagherò il figlio, pianterò la spada nel petto malvagio. Libererò contemporaneamente Fedra dalla vita e dal delitto . Plachiamo gli spiriti: prendi i resti del capo e accetta la chioma strappata dalla mia lacerata fonte. Non è stato possibile unire i nostri spiriti, ma (al contrario) certamente è lecito avere unito i (nostri) destini. Muori, se sei pura, per il tuo sposo; se impura, per amore. Dovrei raggiungere il talamo dello sposo profanato da un così grande delitto. Mancava queste empietà che tu godessi come casta sposa di un letto rivendicato. O morte, unico rimedio all'amore, o morte, grandissimo decoro di un pudore così tanto ferito, mirifugio da te: apri il tuo benevole grembo (dopo aver disteso le piaghe della tua veste. ) Ascoltate Atene, E anche tu, padre peggiore di una funesta matrigna: ho fatto accuse false e mentendo ho simulato quel delitto che io stesso pazza avevo concepito nel mio cuore nefasto. Tu padre hai punito (un delitto) inesistente e questo casto giovane (giace) è morto per un delitto incestuoso, lui pudico, incolpevole - riprendi ormai i tuoi costumi- il mio empio petto si apre ad una giusta spada e il mio sangue costituisce un'offerta funebre per un uomo santo. TESEO Impara(lo) dalla matrigna che cosa tu padre devi fare per il figlio straziato: nasconditi nelle regioni della acheronte. O fauci del pallido averno e voi speloche del tenaro e acque del lete, care agli sventurati e voi stagnanti paludi, trascinate via questo empio e schiacciate questo (dopo averlo) sommerso con eterne pene. Ora accorrete, crudeli mostri del mare, ora accorri vasto mare, qualunque cosa Proteo nasconde nel più profondo seno delle acque, e portatemi via nei profondi gorghi, mentre mi dispero per un così grave delitto. E tu, padre, sempre disposto ad assecondare la mia ira, non sono degno di una facile morte, io, che nei campi ho disseminato mio figlio smembrato con un nuovo tipo di morte, mentre ho punito un falso delitto come severo giustiziere, sono caduto in un crimine vero. Ho riempito le stelle, il mare, e il mondo dei morti con la mia colpa: non mi resta più nessuna sorte: i tre regni mi conoscono.
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Rariores sunt casus, etiam si graves, naufragium facere, vehiculo everti: ab homine homini cotidianum periculum. Adversus hoc te expedi, hoc intentis oculis intuere: nullum est malum frequentius, nullum pertinacius, nullum blandius. Ac tempestas minatur, antequam surgat, crepant aedificia, antequam corruant, praenuntiat fumus incendium: subita est ex homine pernicies et eo diligentius tegitur, quo propius accedit. Erras, si istorum, tibi qui occurrunt, vultibus credis: hominum effigies habent, animos ferarum, nisi quod illarum perniciosus est primum incursus: quos transire non quaerunt. numquam enim illas ad nocendum nisi necessitas incitat, aut fame aut timore coguntur ad pugnam: homini perdere hominem libet.
Sono i casi più rari anche se gravi, fare naufragio, finire sotto una vettura: mentre dall'uomo viene all'uomo un pericolo costante. Preparati ad affrontarlo, tienilo sempre attentamente d'occhio; non c'è male più frequente, più tenace, più insinuante. Il cielo è minaccioso prima che si scateni la tempesta, gli edifici scricchiolano prima di crollare, un incendio lo preannuncia il fumo: il danno che proviene dall'uomo è improvviso e si mimetizza con più cura quanto più è vicino. Sbagli a credere al volto di quelli che ti vengono incontro: hanno l'aspetto di uomini, l'animo di belve; quelle, però sono pericolose al primo attacco; se passano oltre, non ti cercano più. Solo la necessità le spinge a nuocere; spingono al combattimento o per fame o per paura: all'uomo, invece, piace rovinare l'uomo.
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Cibus famem domet, potio sitim, libido qua necesse est fluat. Discamus membris nostris inniti, cultum victumque non ad nova exempla componere, sed ut maiorum mores suadent. Discamus continentiam augere, luxuriam coercere, gloriam temperare, iracundiam lenire, paupertatem aequis oculis aspicere, frugalitatem colere, etiam si multos pudebit rei eius, desideriis naturalibus parvo parata remedia adhibere, spes effrenatas et animum in futura imminentem velut sub vinculis habere, id agere, ut divitias a nobis potius quam a fortuna petamus. Non potest umquam tanta varietas et iniquitas casuum ita depelli, ut non multum procellarum irruat magna armamenta pandentibus. Cogendae in artum res sunt, ut tela in vanum cadant, ideoque exilia interim calamitatesque in remedium cessere et levioribus incommodis graviora sanata sunt. Ubi parum audit praecepta animus nec curari mollius potest, quidni consulatur, si paupertas ei, ignominia, rerum eversio adhibetur? Malo malum opponitur. Assuescamus ergo cenare posse sine populo et servis paucioribus servire et vestes parare in quod inventae sunt et habitare contractius.
Il cibo domi la fame, le bevande la sete, il piacere sia libero di espandersi entro i limiti necessari. Impariamo a sostenerci sulle nostre membra, ad atteggiare il modo di vivere e le abitudini alimentari non alle nuove mode, ma come suggeriscono le tradizioni; impariamo ad aumentare la continenza, a contenere il lusso, a moderare la sete di gloria, a mitigare l'irascibilità, a guardare la povertà con obiettività, a coltivare la frugalità anche se molti se ne vergogneranno ad apprestare per i desideri naturali rimedi preparati con poco, a tenere come in catene le speranze smodate e l'animo che si protende verso il futuro, a fare in modo di chiedere la ricchezza a noi piuttosto che alla sorte. Tanta varietà e ingiustizia di accidenti non può mai essere allontanata cosa che molte tempeste non irrompano su chi dispiega vele ampie; bisogna restringere le nostre sostanze affinché gli strali della sorte cadano nel vuoto, e in questo modo talora gli esili e le calamità si sono mutati in rimedi e i danni più gravi sono stati sanati da quelli più lievi. Laddove l'animo dà poco ascolto ai consigli e non può essere curato in modo più dolce, non si provvede forse al suo bene, ricorrendo alla povertà e alla privazione degli onori e al rovescio di fortuna, opponendo male a male? Abituiamoci dunque a essere capaci di cenare senza una folla e ad adattarci a un numero minore di servi e a farci apprestare vesti per lo scopo per cui sono state inventate e ad abitare in spazi più ristretti.