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Sub divo Augusto nondum hominibus verba periculosa erant sed iam modesta. Rufus vir senatorii, inter cenam optaverat ne Caesar salvus rediret ex ea peregrinatione, quam parabat ...
Sotto il divo Augusto le parole non erano ancora pericolose, ma già incomode. Rufo, uomo dell'ordine senatorio, durante una cena aveva desiderato che Cesare Augusto non tornasse salvo da quel viaggio che preparava. Molti lo ascoltarono attentamente. Non appena sorse il sole, il servo di Rufo, che era stato ai piedi di lui mentre cenava, raccontò al suo padrone che cosa, durante la cena, ubriaco, avesse detto e lo esortò a prevenire Cesare e denunciarsi. Allora Rufo, servendosi del consiglio, andò incontro a Cesare che si recava al foro, e poiché aveva giurato che il giorno prima era ubriaco e fuori di senno, pregò Cesare di perdonarlo e di riconciliarsi con lui. Dopo che Cesare ebbe detto di farlo: "Nessuno - disse - crederà che ti sei riconciliato con me se non mi donerai qualcosa", e chiese una grande quantità di denaro e la ottenne. Cesare disse. "Per mio interesse mi darò da fare per non arrabbiarmi mai con te". Cesare agì onestamente poiché lo perdonò e aggiunse la generosità alla sua clemenza. Chiunque avrà ascoltato questo fatto loderà senza dubbio Cesare, ma avendo prima lodato la saggezza del servo.
Altra proposta di traduzione per la stessa versione
Sotto il divo Augusto le parole non erano ancora pericolose per gli uomini, ma già moleste. Rufo, uomo di ordine senatorio, aveva desiderato durante la cena che cesare non ritornasse sano da quella peregrinazione che aveva preparato. Molti udirono attentamente ciò. Non appena fu giorno, uno schiavo di Rufo, che gli stava ai suoi piedi mentre cenava, narrò al suo padrone quelle cose che quello ubriaco aveva detto durante la cena, e lo esortò a prevenire Cesare ed egli stesso si mise a disposizione. Rufo in verità, utilizzando il consiglio, andò incontro a Cesare che discendeva nel foro e avendo giurato che il giorno precedente era stato ubriaco e aveva avuto la mente insana, chiese a Cesare se lo perdonasse e se lo facesse ritornare in grazia con lui. Cesare avendo detto che l'avrebbe fatto disse: "Nessuno crederà che tu sei ritornato in grazia con me, se non mi avrai donato qualcosa" e chiese una grande somma di denaro e la ottenne. Cesare disse: "A mio favore io m'impegnerò a non arrabbiarmi mai" Cesare si comportò onestamente, visto che lo perdonò e aggiunse alla sua clemenza la libertà. Chiunque avrà udito quest'esempio, loderà senza dubbio cesare, avendo lodato prima la prudenza del servo.
(By Maria D. )
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Origo feritatis ab ira est, quae ubi frequenti exercitatione et satietate in oblivionem clementiae venit et omne foedus humanum eiecit animo, novissime in crudelitatem transit; rident itaque gaudentque saevi et voluptate multa perfruuntur. Hannibalem aiunt dixisse, cum fossam sanguine humano plenam vidisset: «O formosum spectaculum!». Quid mirum (che c’è di strano) si hoc maxime spectaculo capĕris, innatus (portato per natura al) sanguini et ab infante caedibus admotus? Sequetur te fortuna secunda crudelitati tuae per viginti annos dabitque oculis tuis gratum ubique spectaculum: videbis istud et circa Trasumenum et circa Cannas et novissime circa Carthaginem tuam. Volesus nuper, sub divo Augusto proconsul Asiae, cum trecentos uno die secūri percussisset, incĭdens inter cadavera vultu superbo, quasi magnificum quiddam fecisset, proclamavit: «O rem regiam!». Quid hic rex fecisset? Haec non fuit ira sed maius malum et insanabile
La ferocia ha le radici nell'ira, che, quando con l'indefessa pratica e abuso si dimentica della clemenza ed espelle dall'animo ogni convenzione umana, da ultimo si converte in crudeltà; la gente crudele quindi se la ride e ci gode e sguazza nel piacere. Raccontano che Annibale dicesse, vedendo una fossa piena di sangue umano : "Che bello spettacolo!" Che c'è da meravigliarsi che tu sia attratto massimamente da tale spettacolo, tu, cresciuto nel sangue e rivolto alle uccisioni fin dall'infanzia? La sorte, propizia alla tua crudeltà, ti terrà dietro per vent'anni e concederà ovunque uno spettacolo gradito ai tuoi occhi: lo vedrai presso il Trasimeno, presso Canne e per ultimo attorno alla tua Cartagine. Voleso, non molto tempo fa, proconsole d'Asia sotto il divo Augusto, dopo aver fatto decapitare 300 persone in un sol giorno, procedendo tra i cadaveri con aria tronfia, proclamò, come se avesse fatto chissà quale azione ammirevole " 0 spettacolo degno di un re! " Cosa avrebbe fatto costui da re? Codesta non fu ira, ma un male ancora più grave ed incurabile
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Cotidie praeter oculos nostros transeunt hominum notorum ignotorumque funera; nos tamen aliud agimus, et subitum id putamus esse quod nobis tota vita denuntiatur futurum esse. Non est itaque ista fatorum iniquitas, sed mentis humanae pravitas insatiabilis rerum omnium: quae indignatur inde se extire quo admissa est precario. Quanto ille iustior, qui, nuntiata filii morte, dignam magno viro vocem emisit: " ego cum genui, tum moriturum scivi". Non accepit tamquam novum nuntium filii mortem. Quid est enim novi hominem mori, cuius tota vita nihil aliud quam ad mortem iter est? Alium alio tempore fata comprehendent; neminem praeteribunt. In procinctu stet animus et id quod necesse est numquam timeat.
Ogni giorno passano sotto i nostri occhi funerali di uomini noti ed ignoti. Noi, tuttavia facciamo altro, e riteniamo che immediatamente avvenga quello che per tutta la vita ci viene predetto che accadrà. Quindi questa non è ingiustizia del fato, ma una perversione dell’umana mente insaziabile di ogni cosa: che si sdegna di uscire da lì dove è stata accolta in modo precario. Quanto è più giusto colui che, essendogli stata annunziata la morte del figlio, pronunziò una frase degna di un grand'uomo "Quando lo generai, allora sapevo che sarebbe morto" Non ricevette come insolita notizia la morte del figlio. Che c’è infatti di nuovo nella morte dell'uomo, la cui vita intera altro non è se non un viaggio verso la morte? L’ora fatale afferrerà uno in un momento, uno in un altro; ma non si scorderà di nessuno. L'animo sia pronto e mai tema quel che è inevitabile.
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Fuisti heri nobiscum. Intervenerant quidam amici, propter quos domi nostrae maior fumus fiebata, non hic qui erumpere ex lautorum culinis solet, sed hic modicus qui hospites venisse significat. Varius nobis sermo fuit in convivio, nullam rem usque ad exitum adducens, sed aliunde alio transiliens. Lectus est deinde liber Quinti Sexti magni, si quid mihi credis, viri et philosophi. Quantus in illo, di boni, vigor est, quantum animi! Hoc non in omnibus philosophis invenies. Scripta quorundam cla- rum nomen habentium exsanguia sunt. Cum legeris Sextium, dices: «Vivit, viget, liber est, supra hominem est; dimittit me plenum ingentis fiduciae». In quacumque positione mentisc sim, cum hoc lego – fatebor tibi – libet omnes casus Fortunae provocare. Nam hoc quoque habet egregium Sextius, quod ostendet tibi beatae vitae magnitudinem, in excelso positam sed volenti penetrabilem. Hoc idem virtus tibi ipsa praestabit ut illam admireris et eam te consequi posse speres.
Ieri sei stato con noi. Erano intervenuti alcuni amici, per i quali il fumo della nostra casa era maggiore, non un tale che suole spuntare dalle cucine dei ricchi, ma questo modesto che significa che sono arrivati degli ospiti. Durante il banchetto avemmo una conversazione varia, che non porta a conclusione alcun argomento, ma che passa dall'uno all'altro. Poi fu letto un libro di Quinto Sesto, grande uomo e filosofo, se mi credi. Quanta forza vi è in lui, santi dei, quanto coraggio! Questo non lo troverai in tutti i filosofi. Gli scritti di alcuni che godono di chiara fama sono inconsistenti. Quando avrai letto Sestio dirai: " Vive, è pieno di energia, è libero, è al di sopra dell'essere umano; mi lascia pieno di grandissima sicurezza". In qualsiasi stato della mente io sia, quando leggo questo - te lo dirò - piace sfidare tutte le possibilità della sorte. Infatti, anche questo Sestio ha di notevole, che ti mostra la grandezza di una vita felice, sita in alto, ma raggiungibile per chi lo desidera. La virtù stessa farà questo che la ammirerai e spererai di poterla ottenere.
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In aciem educturus exercitum pro coniugibus ac liberis mortem obiturum quomodo exhortabitur? Do tibi Fabios totum rei publicae bellum in unam transferentes domum. Laconas tibi ostendo in ipsis Thermopylarum angustiis positos: nec victoriam sperant nec reditum; ille locus illis sepulchrum futurus est. Quemadmodum exhortaris ut totius gentis ruinam obiectis corporibus excipiant et vita potius quam loco cedant? Dices 'quod malum est gloriosum non est; mors gloriosa est; mors ergo non malum'? O efficacem contionem! Quis post hanc dubitet se infestis ingerere mucronibus et stans mori? At ille Leonidas quam fortiter illos adlocutus est! 'Sic', inquit 'conmilitones, prandete tamquam apud inferos cenaturi. ' Non in ore crevit cibus, non haesit in faucibus, non elapsus est manibus: alacres et ad prandium illi promiserunt et ad cenam. Quid? dux ille Romanus, qui ad occupandum locum milites missos, cum per ingentem hostium exercitum ituri essent, sic adlocutus est: 'ire, conmilitones, illo necesse est unde redire non est necesse'. Vides quam simplex et imperiosa virtus sit: quem mortalium circumscriptiones vestrae fortiorem facere, quem erectiorem possunt?
Essendo sul punto di condurre l'esercito sul campo di battaglia ad affrontare la morte in difesa delle spose e dei figli, come gli farai coraggio? Prendi i Fabî che hanno addossato a una sola famiglia tutta una guerra di stato. E gli Spartani appostati al passo delle Termopili: non sperano nella vittoria e nemmeno nel ritorno; quel luogo sarà il loro sepolcro. Come li esorterai a sostenere, facendo scudo coi loro corpi, l'impeto di tutto un popolo e lasciare la vita piuttosto che il loro posto? Dirai loro: "Il male non è motivo di gloria; la morte è motivo di gloria; dunque la morte non è un male"? Che discorso efficace! Dopo averlo ascoltato chi esiterebbe a lanciarsi contro le spade nemiche e a morire sul posto? Ma che parole coraggiose rivolse loro Leonida! "Compagni, " disse, "pranzate sapendo che cenerete agli inferi!" Il cibo non crebbe loro in bocca, non si fermò in gola, non cadde dalle mani: allegri accettarono tanto l'invito a pranzo quanto quello a cena. E allora? Un famoso condottiero romano, che mandava i suoi soldati a occupare una posizione e ad affrontare ingenti forze nemiche, parlò così: "Soldati, è necessario andare là, ma non è necessario fare ritorno. " Vedi come è semplice e potente la virtù: i vostri sofismi non possono rendere nessuno più forte, nessuno più coraggioso.